Le proiezioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale prefigurano per il trimestre finale del 2026 un evento di intensità eccezionale. Ma fra previsione modellistica e certezza corre una distanza che va governata con la preparazione, non con l’allarme.
Il sistema climatico mondiale si prepara ad affrontare una fase di particolare instabilità, determinata dal rafforzamento di El Niño, il fenomeno oceanico-atmosferico che modifica periodicamente le temperature superficiali del Pacifico tropicale e influenza, con meccanismi di teleconnessione, la distribuzione delle precipitazioni e delle temperature in numerose regioni del pianeta. L’8 ottobre l’Organizzazione meteorologica mondiale ha pubblicato un nuovo aggiornamento stagionale nel quale prevede un ulteriore rafforzamento del fenomeno durante gli ultimi mesi del 2026: secondo le elaborazioni disponibili, l’anomalia media della temperatura superficiale marina nell’area Niño 3.4 potrebbe raggiungere circa 3,7 gradi centigradi nel trimestre ottobre-dicembre, con un massimo atteso intorno a dicembre. È indispensabile, in sede di analisi, una precisazione metodologica che il linguaggio giornalistico tende a eludere: si tratta di una previsione modellistica, non di una temperatura già osservata, e il suo valore eccezionale va interpretato entro le incertezze proprie delle proiezioni climatiche stagionali. Annunciarlo come dato acquisito significherebbe fraintendere la natura stessa della previsione, che è probabilistica e non deterministica.
El Niño costituisce la fase calda di una oscillazione naturale del sistema climatico conosciuta come ENSO, acronimo di El Niño-Southern Oscillation, e il fenomeno nasce dall’interazione fra atmosfera e oceano nel Pacifico equatoriale. In condizioni ordinarie, i venti alisei contribuiscono a spingere le acque superficiali verso la parte occidentale del bacino, favorendo la risalita di acque più fredde lungo determinate zone della costa sudamericana, il fenomeno dell’upwelling che sostiene alcune delle più ricche aree di pesca del mondo. Durante El Niño questo equilibrio si modifica: le temperature superficiali aumentano in ampie aree del Pacifico centrale e orientale, mentre cambiano le condizioni della circolazione atmosferica. Le conseguenze possono propagarsi a grande distanza, perché il sistema climatico terrestre non è composto da regioni indipendenti: oceani, atmosfera e superfici continentali partecipano a un insieme di relazioni attraverso le quali le anomalie sviluppatesi in un’area possono modificare le probabilità di determinati fenomeni meteorologici altrove. El Niño può contribuire ad aumentare il rischio di siccità in alcune regioni e di precipitazioni intense in altre, ma gli effetti non sono identici in ogni evento, dipendendo dall’intensità del fenomeno, dalla stagione e dall’interazione con altri fattori climatici.
È quindi necessario, con rigore, distinguere fra previsione stagionale e previsione di un singolo evento meteorologico. La prima permette di individuare condizioni probabilistiche favorevoli a determinati fenomeni, senza poter indicare quando e dove un singolo evento si manifesterà; la seconda richiede informazioni più dettagliate e un orizzonte temporale generalmente più breve. Non sarebbe scientificamente corretto attribuire automaticamente ogni futura alluvione o ondata di calore a El Niño: occorrono analisi specifiche di attribuzione, che colleghino un singolo episodio alle cause che lo hanno prodotto. La tentazione di leggere ogni catastrofe come conseguenza diretta del fenomeno oceanico è, oltre che metodologicamente infondata, controproducente, perché maschera le responsabilità locali nella gestione del territorio dietro una causa remota e inevitabile.
Il nuovo aggiornamento internazionale richiama tuttavia una questione di grande rilievo, che è il rapporto fra variabilità naturale e riscaldamento globale. El Niño appartiene alla variabilità naturale del sistema climatico, un’oscillazione che si ripete da millenni; il riscaldamento globale di origine antropica modifica invece le condizioni medie all’interno delle quali tale variabilità si manifesta. I due processi non devono essere confusi, ma possono interagire: quando un evento naturale favorevole all’aumento delle temperature si sviluppa in un sistema climatico già caratterizzato da un riscaldamento di lungo periodo, determinate anomalie possono raggiungere livelli particolarmente elevati, e il fenomeno naturale si innesta su una base già elevata producendo estremi che la sola variabilità naturale non spiegherebbe. Questa interazione rende più complessa la gestione dei rischi, perché l’intensità degli eventi non dipende più soltanto dall’oscillazione oceanica, ma anche dal trend di fondo sul quale essa si sovrappone.
Le conseguenze economiche possono interessare l’agricoltura, la produzione energetica, la disponibilità idrica, i trasporti e la salute pubblica. Le aree agricole dipendenti da precipitazioni stagionali possono risultare vulnerabili a modificazioni persistenti dei regimi pluviometrici; le città possono affrontare maggiori difficoltà nella gestione delle ondate di calore; le infrastrutture idriche possono essere sottoposte a pressioni differenziate a seconda delle condizioni territoriali. Il problema fondamentale, in tutti questi casi, consiste nella capacità di preparazione: le previsioni stagionali non permettono di eliminare l’incertezza, ma possono contribuire a ridurre la vulnerabilità. Un sistema agricolo che conosca con sufficiente anticipo la possibilità di una stagione particolarmente secca può valutare strategie di gestione delle risorse idriche; un’amministrazione pubblica può rafforzare la sorveglianza delle infrastrutture e predisporre strumenti di risposta; i servizi sanitari possono considerare il rischio di condizioni climatiche gravose per le popolazioni più fragili. La previsione, in altri termini, acquista valore solo quando viene trasformata in capacità organizzativa: un’allerta che non si traduce in azione è un’informazione sprecata.
Esiste, infine, una dimensione internazionale che non va trascurata. Le conseguenze climatiche non si distribuiscono uniformemente e possono colpire con maggiore intensità comunità che dispongono di minori risorse economiche e infrastrutturali, sicché l’adattamento climatico diventa anche una questione di equità: la disponibilità di informazioni scientifiche dovrebbe essere accompagnata dalla possibilità concreta di utilizzarle, possibilità che non è distribuita allo stesso modo nel mondo. Il rafforzamento di El Niño ricorda, in definitiva, che il pianeta funziona attraverso relazioni estremamente complesse e che il clima non riconosce confini amministrativi: le conseguenze delle trasformazioni oceaniche possono manifestarsi a migliaia di chilometri di distanza dalla loro origine. La risposta richiede dunque una combinazione di conoscenza scientifica, cooperazione internazionale e capacità territoriale. La previsione non è una certezza sul futuro, ma uno strumento per affrontarlo con maggiore consapevolezza — e la differenza fra un danno contenuto e una catastrofe dipende, sempre più, dalla capacità di trasformare il sapere in preparazione prima che l’evento si compia.
Immagine satellitare del Pacifico, giugno 2026 – NASA Earth Observatory / Lauren Dauphin – Pubblico dominio.
Le analisi e i commenti pubblicati in questo editoriale sono originali e frutto di elaborazione autonoma. I giudizi sugli attori politici e sulle scelte di governo sono formulati in piena indipendenza e senza vincoli di appartenenza. © «L’Osservatore Lametino» — Editoriale a cura di Francesco Costanzo. Riproduzione consentita con attribuzione della fonte.

