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L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

ERMENEUTICA DEL POTERE E METAMORFOSI DELLA SOVRANITÀ. ECONOMIA POLITICA, MODERNITÀ EUROPEA E RELAZIONI INTERNAZIONALI NE LA VEDOVA ALLEGRA DI FRANZ LEHÁR

Copertina originale del 1906 di Die lustige Witwe di Franz Lehár, con Mizzi Günther e Louis Treumann

Non è più sostenibile, da tempo, la convinzione che le opere d'arte siano soltanto il riverbero elegante del proprio tempo, ornamenti innocui appesi alle pareti di una storia che altrove si scriverebbe — nei trattati, nelle bilance dei pagamenti, nelle cancellerie e nelle sale dei mercati. La storia delle idee e, più di recente, la storia delle relazioni internazionali hanno imparato a guardare altrimenti, comprendendo che l'artefatto culturale, in certe congiunture fortunate, diventa documento privilegiato: non già specchio passivo di una sensibilità collettiva, bensì il luogo in cui una società mette in scena se stessa e, nel metterla in scena, forgia le categorie con cui impara a pensarsi. Un'opera non si limita a registrare i mutamenti della coscienza di un'epoca; contribuisce a costruire gli strumenti concettuali, le immagini, i modelli impliciti mediante i quali quei mutamenti vengono percepiti, nominati e trasmessi alle generazioni successive.

È dentro questa disposizione d'animo ermeneutica che La vedova allegra di Franz Lehár, nata sulle scene viennesi del Theater an der Wien il 30 dicembre del 1905, a ridosso della grande frattura che avrebbe dissolto l'ordine europeo del lungo Ottocento, chiede di essere letta ben oltre i confini della musicologia. La sua appartenenza formale al genere dell'operetta non la sminuisce affatto; anzi, è proprio la maschera della leggerezza, la convenzione del sorriso e del giro di valzer, a consentirle di dire, con una sincerità che il trattato dottrinario non potrebbe mai raggiungere, ciò che l'epoca non osava ancora formulare in forma concettuale. Dove il teorico deve argomentare e dunque si espone alla contraddizione, la commedia si limita a mostrare, e proprio in questa rinuncia all'enunciazione esplicita risiede la sua forza conoscitiva più segreta.

Il paradosso di Pontevedro

Il nucleo del racconto è noto, e volutamente frivolo. Un minuscolo e immaginario Principato di Pontevedro rischia di precipitare nel dissesto finanziario qualora l'immensa fortuna della vedova Hanna Glawari, per effetto di un matrimonio contratto con uno straniero, varchi i confini nazionali; onde l'intero apparato diplomatico del piccolo Stato si mobilita, con goffaggine e solennità comica, per trattenere entro i propri limiti quel patrimonio che considera vitale. Su questo artificio si regge l'intero congegno comico, e su di esso ride il pubblico viennese della Belle Époque.

Ma il congegno cessa di essere un capriccio librettistico nel momento in cui si comprende che l'oggetto vero del dramma non è il matrimonio in quanto fatto privato, bensì il rapporto asimmetrico che lega le istituzioni politiche alla disponibilità di risorse economiche dalle quali, nondimeno, dipende la loro stessa stabilità. Pontevedro possiede infatti tutto ciò che la tradizione giuridica europea, erede del mito westfaliano, associa alla sovranità: un governo, un corpo diplomatico, una comunità politica riconoscibile, una propria autonomia formale, interessi da tutelare e strategie da perseguire. Non possiede, però, l'unica cosa che conta, il controllo effettivo della ricchezza da cui il proprio equilibrio finanziario risulta condizionato.

È in questa scissione, tra la pienezza del diritto e la vacuità del potere sostanziale, tra l'indipendenza proclamata e la dipendenza vissuta, che si annida il conflitto profondo dell'opera. Ed è qui che Lehár, forse senza piena consapevolezza, tocca uno dei nervi scoperti della modernità politica, anticipando di quasi un secolo un lessico che sarebbe divenuto il nostro: quello della sovranità come parola ambigua, sempre sul punto di rivelarsi finzione giuridica o promessa non mantenuta.

Sovranità giuridica e sovranità economica

Si potrebbe dire, con linguaggio più vicino alle categorie analitiche della teoria delle relazioni internazionali, che l'operetta mette in scena il cortocircuito tra sovranità giuridica e sovranità economica. Lo Stato conserva intatto il monopolio formale della decisione politica, e tuttavia scopre che la propria capacità di agire dipende da risorse che eccedono la sua giurisdizione reale: risorse di cui lo Stato non dispone liberamente e che, nella finzione scenica, tenta di trattenere, ma soltanto corteggiate, sedotte, trattenute con lusinghe diplomatiche travestite da galanteria.

La questione, lungi dall'essere un capriccio della fantasia, avrebbe assunto nel corso del Novecento una rilevanza crescente e inarrestabile. Già sullo sfondo del 1905 operava il sistema monetario internazionale fondato sull'oro e sulla libera circolazione dei capitali; lo sviluppo dei mercati, l'espansione della finanza globale, l'intensificazione degli scambi hanno poi progressivamente eroso, fino a renderla quasi illusoria, quella coincidenza tra controllo del territorio e controllo delle risorse strategiche su cui poggiava l'antica sicurezza degli Stati.

Là dove il sovrano ottocentesco poteva ancora immaginare di padroneggiare ciò che accadeva entro i propri confini, il potere contemporaneo si misura con una ricchezza che non ha più dimora, che si sposta in un istante, che sfugge alla presa del diritto quanto l'acqua tra le dita. La parabola di Pontevedro si offre così come la figurazione precoce, profetica nella sua stessa innocenza, di una dinamica che sarebbe divenuta il tratto costitutivo della globalizzazione: la scoperta, da parte del politico, di abitare un mondo i cui parametri decisivi non sono più in suo potere.

Hanna Glawari e la nuova élite del capitale

Ma se lo Stato di Lehár condensa la crisi della sovranità, la figura di Hanna Glawari incarna la parallela metamorfosi delle élite, e in essa si legge, in forma di personaggio, una delle più profonde transizioni sociologiche dell'età contemporanea. La protagonista non deriva il proprio potere soprattutto da un titolo, da un retaggio dinastico o dal possesso fondiario — la ricchezza solida, radicata, visibile dell'aristocrazia asburgica, fatta di terre, di stemmi e di memoria — bensì da un ingente patrimonio privato, la cui disponibilità può incidere sugli equilibri dello Stato e per ciò stesso politicamente inafferrabile.

È la ricchezza che Georg Simmel, nella sua Filosofia del denaro pubblicata nel 1900, avrebbe descritto come pura possibilità, forma astratta e convertibile del potere, indifferentemente capace di farsi qualunque cosa e dunque legata a nessun luogo. Hanna appartiene a questo universo emergente: la sua influenza non promana da una carica o da un lignaggio, ma dalla disponibilità di una ricchezza che le conferisce, di fatto, un potere di condizionamento superiore a quello di gran parte dei rappresentanti delle istituzioni. Il patrimonio si converte in risorsa strategica, e la vedova assurge a metafora vivente della crescente centralità del capitale nella tessitura dei rapporti di forza.

Non è un caso, allora, che l'intera vicenda ruoti attorno a un patrimonio e non attorno a un titolo, a una carica o a un privilegio dinastico. L'opera registra, con la leggerezza che le è propria, il passaggio da una società fondata sul rango a una società in cui il capitale si appresta a divenire il principale fattore di influenza politica e sociale.

Il conte Danilo e la nostalgia dell'ordine antico

In questa luce acquista tutto il suo rilievo il personaggio del conte Danilo, portavoce di una nobiltà che conserva il lustro ma ha smarrito la sostanza del potere. La sua resistenza sentimentale al matrimonio con Hanna non è soltanto il capriccio di un amor proprio ferito: è, in filigrana, il resistere di un mondo al proprio superamento storico, il dolore di un'aristocrazia che si scopre costretta a negoziare con una logica che non comprende e non controlla, che non può disprezzare senza mettere a repentaglio la sopravvivenza dello Stato che pure rappresenta.

Il prestigio del sangue continua a essere visibile, celebrato, formalmente dominante; e nondimeno non basta più, da solo, a determinare i rapporti di forza. La società europea della Belle Époque si rivela così per ciò che è: una formazione in transizione, in cui la vecchia gerarchia e la nuova gerarchia del denaro convivono, si intrecciano e si contendono il campo, senza che nessuna delle due abbia ancora definitivamente vinto. È precisamente in questo interregno, in questa sovrapposizione di logiche, che l'operetta coglie il proprio tempo meglio di quanto non farebbe qualsiasi analisi esplicita.

Dall'interdipendenza alla vulnerabilità sistemica

È però alla luce delle trasformazioni del sistema internazionale contemporaneo che l'attualità dell'opera si dispiega con la massima evidenza, e che il suo valore euristico si rivela davvero inesauribile. L'esperienza della globalizzazione ha reso evidente come nessuno Stato possa ormai dirsi compiutamente autonomo: le economie moderne dipendono dall'accesso a risorse energetiche, a tecnologie avanzate, a infrastrutture digitali, a reti finanziarie e a catene globali di approvvigionamento che eccedono sistematicamente i confini nazionali.

La sovranità non può più essere concepita come condizione assoluta e indivisibile, come attributo che si possiede o non si possiede. Essa è piuttosto una capacità relativa di governare relazioni di interdipendenza e di attenuare le vulnerabilità che derivano dall'inserimento nei grandi sistemi economici planetari. Susan Strange, nel parlare di potere strutturale, ha dato un nome alla capacità di determinare le strutture stesse entro le quali Stati e attori economici si trovano a interagire; ed è esattamente questa forma di potere — non il potere di prendere decisioni, ma quello di fissare le regole del gioco e di possedere le risorse decisive — a sfuggire alle mani di Pontevedro.

La vicenda del piccolo Principato anticipa così il dibattito odierno sull'interdipendenza come leva, sull'uso politico delle connessioni economiche, sulla possibilità che la dipendenza commerciale e tecnologica si converta in strumento di pressione più efficace di qualsiasi esercito.

Il «problema di Pontevedro» oggi

In questa prospettiva il «problema di Pontevedro» non cessa di manifestarsi, mutando soltanto scala e forma. Gli Stati contemporanei si confrontano ogni giorno con l'urgenza di preservare la propria autonomia entro reti popolate da attori privati, mercati finanziari e strutture produttive che sottraggono alla piena disponibilità delle istituzioni politiche. La crisi finanziaria del 2008 ha mostrato come un dissesto originato in un singolo segmento del mercato possa propagarsi all'intero sistema, e le tensioni geopolitiche degli anni recenti hanno rivelato quanto l'accesso all'energia, ai semiconduttori, alle materie prime critiche e alle infrastrutture digitali condizioni le possibilità concrete di decisione dei governi.

La ricerca odierna di un'«autonomia strategica», segnatamente nel contesto europeo, non è allora che il tentativo istituzionalizzato di risolvere il paradosso di Pontevedro: preservare la capacità di azione politica entro un ecosistema economico profondamente interdipendente, senza cadere né nell'illusione dell'indipendenza totale né nella passività della dipendenza subita. L'Unione Europea, nata dalla convinzione che le interdipendenze potessero essere governate attraverso la condivisione e l'integrazione, si scopre a sua volta esposta a dipendenze esterne che ne ridisegnano i margini di manovra; e il dibattito contemporaneo oscilla, senza risolverlo, tra la tentazione dell'autosufficienza e l'accettazione lucida di un'apertura che va sorvegliata, regolata, resa resiliente.

La vicenda immaginata da Lehár diventa così la metafora di una condizione permanente: la difficoltà di mantenere il controllo politico in un mondo in cui le risorse fondamentali risultano distribuite in spazi economici sempre più complessi e transnazionali.

Il valzer come figura dell'ordine

Resta l'elemento che più di ogni altro restituisce all'opera la sua coerenza simbolica profonda: il valzer, autentico centro gravitazionale della partitura e della scena, il suo vero argomento filosofico travestito da melodia. La danza si presta a essere letta come figura dell'ordine politico e sociale, giacché esige coordinazione, adattamento reciproco, continua capacità di correggere il proprio movimento senza mai interrompere l'armonia della forma. Proprio così si reggono le società moderne, fondate su processi ininterrotti di negoziazione fra attori diversi, interessi divergenti, rapporti di forza variabili.

L'equilibrio non è mai uno stato dato una volta per tutte, ma un risultato provvisorio che va ricostruito ad ogni passo, e che può dissolversi nel momento stesso in cui si creda di possederlo. In tal senso il valzer diviene la metafora più esatta della modernità europea: la grazia visibile della danza cela uno sforzo incessante di regolazione, così come la stabilità delle società complesse dipende dalla capacità di gestire conflitti, dipendenze e vulnerabilità che raramente affiorano alla superficie.

Dietro l'abbandono del giro di valzer lavora, silenziosa, la fatica di tenere insieme ciò che le forze economiche tenderebbero a disgregare. La leggerezza dell'operetta si rivela, a ben guardare, l'estetizzazione di una realtà pesante e lacerata: la traduzione in forma di danza della difficoltà di mantenere coesione sociale e indipendenza politica in un'epoca di rapida mutazione dei rapporti di produzione e di scambio. Che Vienna abbia applaudito con tanto entusiasmo queste note non è dunque un paradosso: la città imperiale riconosceva, nel valzer, la propria stessa condizione di equilibrio precario, e trovava nella grazia della forma il modo di sopportare, per una sera, la consapevolezza del proprio declino.

Conclusione. Un'attualità senza tempo

Riletta alla luce delle categorie della storia politica, della sociologia economica e della teoria delle relazioni internazionali, La vedova allegra si rivela dunque qualcosa di ben più ampio di un capolavoro dell'operetta viennese. È la rappresentazione della transizione che conduce l'Europa dal mondo degli imperi e delle aristocrazie fondiarie all'età del capitale e dell'interdipendenza globale: il piccolo Pontevedro anticipa le fragilità della sovranità contemporanea, Hanna Glawari prefigura l'ascesa delle nuove élite economiche, il valzer simboleggia la ricerca mai conclusa di un equilibrio che caratterizza ogni sistema politico complesso. La Vienna della Secessione, di Freud e di Mahler, che circonda la prima rappresentazione, offre a questa scena il suo contesto naturale, quello di una civiltà che avverte insieme la propria profondità e la propria precarietà, e che sa di essere al tempo stesso piena di futuro e prossima alla fine.

La vera forza dell'opera risiede in questa sua singolare capacità di tradurre una vicenda apparentemente frivola in una riflessione di lungo periodo sul potere, sulla ricchezza e sulla difficile, irriducibile relazione tra economia e politica. Ed è precisamente questa profondità nascosta, più ancora della straordinaria fortuna scenica dell’operetta, che alcune ricostruzioni storiche quantificano in centinaia di migliaia di rappresentazioni, a spiegare la persistente attualità intellettuale della Vedova allegra: un'attualità che non si misura sull'aderenza ai fatti del presente, ma sulla capacità di averne colto, un secolo prima, la struttura profonda.

Perché la sovranità, oggi come allora, non è un dato acquisito né una qualità statica delle istituzioni. È una pratica quotidiana di equilibrio, di adattamento e di continua negoziazione con le forze del mercato: un valzer che nessuna epoca può permettersi di danzare distrattamente, pena lo smarrimento del ritmo e, con esso, la perdita del proprio centro.

Immagine in evidenza: copertina dello spartito per pianoforte di Die lustige Witwe (Vienna, 1906), con Mizzi Günther e Louis Treumann. Fotografia: Ludwig Gutmann. Fonte: Wikimedia Commons. Opera indicata come pubblico dominio.

L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.