L’assestamento di bilancio 2026-2028 mette in campo oltre centoventi milioni di euro, ma la vera partita non si gioca nella quantificazione delle risorse bensì nella distanza, spesso incolmabile, fra la decisione finanziaria e il servizio effettivamente erogato al cittadino.
L’approvazione dell’assestamento del bilancio regionale calabrese per il triennio 2026-2028 costituisce, indubbiamente, un passaggio rilevante della programmazione finanziaria della Regione; sarebbe tuttavia analiticamente scorretto attribuirgli, in quanto tale, un valore trasformativo che la sola delibera consiliare non è in grado di garantire. L’importanza reale di questo atto, infatti, non risiede nell’entità delle somme mobilizzate né nella solennità del voto, ma nella capacità — tutta da verificare — di tradurre le risorse disponibili in interventi concretamente realizzati, funzionanti e duraturi. È precisamente in questa distanza fra l’atto di indirizzo e il risultato tangibile che si misura, da sempre, il divario fra l’annuncio politico e l’efficacia amministrativa, e che la Calabria è chiamata a confrontarsi con il proprio storico ritardo.
Il Consiglio regionale ha approvato il 5 ottobre il Rendiconto generale per l’esercizio 2025 e una manovra di assestamento quantificata in circa 122,5 milioni di euro. Secondo i dati illustrati dal presidente della Commissione Bilancio Filippo Pietropaolo, una componente rilevante dell’intervento, pari a circa 104,9 milioni, proviene dall’utilizzo dell’avanzo libero, mentre le destinazioni richiamate abbracciano ambiti strategici quali la sanità, le infrastrutture, gli interventi territoriali, l’agricoltura, la cultura e le misure di contrasto alle conseguenze degli eventi calamitosi. Si tratta, in termini assoluti, di una massa finanziaria non trascurabile per una regione che sconta croniche carenze di dotazione infrastrutturale; eppure, la storia recente della finanza pubblica meridionale impone di accogliere simili stanziamenti con un prudente scetticismo, giacché la disponibilità di cassa non coincide, di per sé, con la capacità di spesa, e tanto meno con la qualità della spesa.
Occorre, in primo luogo, collocare l’assestamento nella sua corretta funzione tecnica. Esso rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali il bilancio di previsione viene adeguato alle risultanze effettive della gestione finanziaria, e la sua natura non coincide con quella di una nuova programmazione generale: serve a correggere, aggiornare e integrare gli stanziamenti sulla base delle disponibilità accertate e delle esigenze emerse nel corso dell’esercizio. Quando però le risorse utilizzabili assumono dimensioni significative — come nel caso presente — l’assestamento cessa di essere un mero congegno contabile e si trasforma, di fatto, in un momento di scelta politica e amministrativa, nel quale la Giunta e la maggioranza definiscono priorità che il bilancio originario non aveva esplicitato. La questione dirimente, allora, non è quanto si spende, ma la qualità delle scelte che presidiano quella spesa.
Una disponibilità finanziaria, infatti, non produce automaticamente un miglioramento dei servizi. Fra lo stanziamento e il risultato si interpone una successione di attività amministrative che comprende la programmazione, la progettazione, le procedure di affidamento, l’esecuzione, il controllo e la rendicontazione, e ciascuna di queste fasi può incidere — in senso positivo o, più spesso, negativo — sui tempi e sulla qualità dell’intervento. Per una regione come la Calabria, nella quale la capacità amministrativa è stata a lungo il vero fattore vincolante, questo problema possiede una rilevanza che trascende la singola manovra: esso tocca la struttura profonda dell’apparato pubblico locale, la sua dotazione di personale qualificato, la sua capacità di reggere la complessità delle procedure europee e nazionali. Le difficoltà infrastrutturali, la distribuzione policentrica degli insediamenti e le marcate disuguaglianze territoriali richiedono, del resto, investimenti capaci di produrre effetti sistemici, e non la mera somma di interventi puntuali. Finanziare una pluralità di opere prive di coordinamento significa, nella migliore delle ipotesi, dispersare le risorse; nella peggiore, consegnare al territorio una collezione di cantieri incompiuti che testimoniano non l’assenza di fondi, ma l’assenza di progetto. Una politica territoriale efficace dovrebbe piuttosto individuare le relazioni funzionali fra infrastrutture, servizi e sviluppo economico, costruendo una visione nella quale ogni singola opera risulti un tassello di un disegno complessivo.
La sanità costituisce, fra tutti, l’ambito nel quale questa esigenza appare più evidente e, insieme, più drammaticamente disattesa. Gli investimenti in tecnologie, in edilizia ospedaliera e in sistemi informativi possono, in linea di principio, migliorare la qualità dell’assistenza; ma essi dispiegano i propri effetti solo se accompagnati da un’organizzazione adeguata delle risorse professionali e da una governance clinica capace di governarli. Un’apparecchiatura sanitaria avanzata non produce automaticamente un servizio migliore se mancano il personale per utilizzarla, la manutenzione per mantenerla efficiente, le procedure per integrarla nei percorsi diagnostico-terapeutici e i raccordi con gli altri livelli assistenziali. Analogamente, la realizzazione di nuovi spazi ospedalieri non risolve, da sola, le difficoltà di accesso alle prestazioni, che dipendono spesso non dai muri ma dalle liste d’attesa, dalla distribuzione dei medici, dall’organizzazione dei percorsi. La programmazione sanitaria deve pertanto considerare il funzionamento complessivo della rete, e non la perfezione del singolo presidio. Il problema riguarda, in particolare, il rapporto fra strutture ospedaliere e medicina territoriale: una regione caratterizzata da numerosi centri di dimensioni ridotte e da aree interne difficilmente raggiungibili necessita di modelli organizzativi capaci di garantire la continuità assistenziale senza moltiplicare strutture prive delle condizioni minime necessarie al loro funzionamento — quelle che, nel dibattito tecnico, si definiscono «cattedrali nel deserto», simbolo perfetto dell’investimento che si autocelebra senza servire. Le tecnologie digitali e la telemedicina possono offrire opportunità importanti, ma solo se integrate in servizi effettivamente accessibili e non utilizzate come alibi per giustificare la desertificazione sanitaria.
L’assestamento interviene inoltre su questioni legate alla sicurezza del territorio, un tema che la Calabria conosce meglio di qualsiasi altra regione italiana. La sua conformazione geografica — rilievi montuosi, bacini idrografici fragili, insediamenti costieri esposti — genera situazioni di vulnerabilità differenziate e spesso sottovalutate. Gli interventi contro il dissesto idrogeologico richiedono una prospettiva che superi definitivamente la logica della gestione dell’emergenza, nella quale le risorse vengono mobilitate a valle del disastro anziché a monte della prevenzione. La prevenzione, a sua volta, dipende dalla conoscenza capillare del territorio, dalla manutenzione costante delle opere esistenti — che è attività meno visibile, e dunque meno gratificante sul piano dell’immagine, ma infinitamente più efficace — e dalla capacità di programmare interventi coerenti con le caratteristiche idrologiche dei bacini, e non con le scadenze elettorali. Finanziare le opere dopo un evento calamitoso può essere necessario e doveroso; ma una politica lungimirante dovrebbe ridurre progressivamente la probabilità che eventi prevedibili producano conseguenze evitabili, riconoscendo che ogni euro investito in prevenzione ne economizza molti in ricostruzione, e soprattutto salva vite che nessun bilancio può quantificare.
Esiste, infine, la questione degli enti locali, che rappresenta il vero punto cieco di ogni politica regionale di sviluppo. I Comuni costituiscono il livello istituzionale più vicino alle esigenze quotidiane dei cittadini, ma dispongono frequentemente di capacità tecniche e finanziarie profondamente diseguali. L’assegnazione di risorse dovrebbe, pertanto, essere accompagnata da strumenti di assistenza amministrativa e di supporto progettuale, soprattutto quando gli interventi richiedono competenze specialistiche che un piccolo municipio non può da solo garantire. Un Comune di poche migliaia di abitanti può possedere un progetto territorialmente strategico senza disporre di una struttura organizzativa sufficientemente ampia per bandire la gara, sorvegliare l’esecuzione e rendicontare nei tempi previsti, con il risultato che le risorse, anziché trasformarsi in opere, tornano in parte al mittente come impegno non speso. La collaborazione fra Regione ed enti locali — sotto forma di centrali di committenza, uffici di supporto tecnico, modelli di progettazione condivisa — diventa, in questi casi, non un optional amministrativo ma una condizione di efficacia dell’intera manovra.
A tutto ciò andrebbe aggiunta, come premessa e come conseguenza, la questione della valutazione trasparente dei risultati. Non è sufficiente conoscere quanto viene stanziato; occorre sapere quali interventi vengono effettivamente avviati, quali tempi sono previsti, quali risultati vengono raggiunti e quali criticità emergono durante l’attuazione. La trasparenza amministrativa, in questo senso, non si esaurisce nella pubblicazione formale degli atti sull’albo pretorio — adempimento che soddisfa la legge senza informare il cittadino — ma richiede che le informazioni siano comprensibili, aggregate e tali da permettere di seguire, con continuità, il percorso delle decisioni dalla loro origine fino al loro esito. Senza questa cultura della valutazione, ogni assestamento rischia di essere giudicato sui numeri anziché sui fatti, e ogni promessa di trasformazione resta confinata nel registro dell’autocelebrazione.
L’assestamento regionale del 2026 apre dunque, più che chiudere, una possibilità. La sua qualità non potrà essere misurata esclusivamente attraverso l’entità delle somme disponibili, né attraverso la rapidità del loro impegno formale. Dipenderà, in ultima istanza, dalla capacità della Regione di tradurre le decisioni finanziarie in servizi migliori, in infrastrutture funzionanti, in condizioni di sviluppo più equilibrate fra costa e aree interne, fra centri maggiori e borghi periferici. Il bilancio, in definitiva, non è un fine ma un mezzo: è uno strumento, e come tale va giudicato non dalla sua eleganza contabile bensì dalla sua capacità di incidere sulla realtà. Il risultato, se risultato vi sarà, dovrà leggersi non nei documenti della Ragioneria, ma nel territorio: nelle strade percorribili, negli ospedali funzionanti, nei versanti messi in sicurezza, nei servizi che raggiungono chi abita lontano. È lì, e solo lì, che la finanza pubblica dimostra di essere qualcosa di più di una contabilità.
Foto: Salvatore Migliari / Wikimedia Commons – Licenza CC BY 3.0.
L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.

