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L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

IL NUBIFRAGIO NEL REGGINO E LA FRAGILITÀ DEL TERRITORIO: QUANDO IL DISSESTO IDROGEOLOGICO DIVENTA UNA QUESTIONE DI GOVERNO

Paesaggio di Montebello Jonico; fotografia di contesto, non raffigura la frana o il nubifragio.

I danni registrati a Melito Porto Salvo e Montebello Jonico riportano l’attenzione sulla vulnerabilità delle infrastrutture e degli insediamenti. La risposta non può esaurirsi nella gestione dell’emergenza: occorre interrogarsi sulla manutenzione, sulla pianificazione e sulla capacità di adattamento del territorio.

Paesaggio di Montebello Jonico; fotografia di contesto, non raffigura la frana o il nubifragio.
Paesaggio di Montebello Jonico; fotografia di contesto, non raffigura la frana o il nubifragio. Foto: Benjamin Smith. Fonte: Wikimedia Commons; licenza CC BY-SA 4.0

Le precipitazioni che nella notte fra il 9 e il 10 ottobre hanno investito il versante ionico della provincia di Reggio Calabria hanno provocato danni rilevanti alla viabilità e alle infrastrutture locali, confermando una condizione di fragilità che attraversa l’intera regione e che richiede una risposta strutturale e non soltanto emergenziale. A Melito Porto Salvo, le piogge particolarmente intense hanno determinato allagamenti, cedimenti della sede stradale e accumuli di fango e detriti che hanno compromesso la percorribilità di diversi tratti viari e la funzionalità di alcune strutture pubbliche. Il sindaco Tito Nastasi ha annunciato la richiesta dello stato di calamità naturale, descrivendo una situazione nella quale diversi collegamenti risultavano compromessi e nella quale la popolazione si trovava in condizioni di crescente difficoltà per quanto riguarda gli spostamenti e l’accesso ai servizi essenziali.

Ulteriori criticità sono state registrate a Montebello Jonico, dove una frana staccatasi dal monte Lungìa ha raggiunto il centro abitato di Fossato Jonico, investendo mezzi in sosta e provocando danni materiali di considerevole entità. Secondo le informazioni diffuse dall’agenzia ANSA nella serata del 10 ottobre, non risultavano segnalazioni di persone ferite in quell’episodio, mentre erano in corso gli interventi di messa in sicurezza da parte delle autorità competenti. La circostanza che non si siano verificate vittime costituisce un elemento di sollievo, ma non riduce la gravità della situazione e non deve indurre a sottovalutare il rischio che eventi analoghi possano produrre conseguenze più drammatiche in futuro.

L’evento costituisce una manifestazione concreta della complessità idrogeologica calabrese, una condizione strutturale che caratterizza l’intero territorio regionale e che richiede una conoscenza approfondita e una capacità di intervento adeguata alla sua complessità. La regione presenta una struttura territoriale nella quale rilievi montuosi, bacini idrografici relativamente brevi e insediamenti costieri si trovano frequentemente in stretta relazione. Le precipitazioni intense possono determinare risposte rapide dei corsi d’acqua e dei versanti, soprattutto quando le caratteristiche geologiche e morfologiche favoriscono fenomeni erosivi e movimenti di materiale. La combinazione fra litologie fragili, pendenze elevate e reti idrografiche a regime torrenziale crea le condizioni per una risposta idrologica rapida che può trasformare un evento meteorologico intenso in una situazione di pericolo per le popolazioni e le infrastrutture.

Il rischio deriva tuttavia dall’interazione fra processi naturali e presenza umana. Una frana in un’area priva di insediamenti può rappresentare un fenomeno geomorfologico ordinario, parte del normale funzionamento dei sistemi naturali. Lo stesso fenomeno assume un significato completamente differente quando interessa abitazioni, infrastrutture e attività economiche, trasformandosi da processo naturale in evento potenzialmente distruttivo. La gestione del rischio richiede quindi una conoscenza integrata del territorio che superi la semplice mappatura dei fenomeni naturali e comprenda l’analisi dell’esposizione e della vulnerabilità degli elementi presenti. Non è sufficiente individuare le aree nelle quali possono verificarsi determinati fenomeni naturali: occorre comprendere quali persone e infrastrutture siano esposte e quale capacità possiedano di resistere agli eventi, tenendo conto della loro fragilità intrinseca e della loro capacità di recupero.

La viabilità rappresenta uno degli elementi più vulnerabili in questo quadro. Nelle aree montane e pedemontane, le strade costituiscono frequentemente collegamenti essenziali fra piccoli centri e servizi localizzati in territori più ampi. La loro interruzione può determinare conseguenze che superano il danno materiale immediato. Una strada non percorribile può ostacolare l’accesso alle strutture sanitarie, compromettere la distribuzione delle merci e rendere più difficile l’intervento dei mezzi di soccorso, creando una condizione di isolamento che amplifica gli effetti dell’evento originario. La sicurezza delle infrastrutture deve quindi essere considerata una componente della sicurezza sociale e non soltanto una questione tecnica o amministrativa.

La Protezione civile regionale ha concentrato gli interventi sul ripristino della viabilità e dei servizi essenziali, mentre le amministrazioni locali hanno avviato la ricognizione dei danni. Il direttore generale del Dipartimento regionale, Domenico Costarella, ha richiamato la necessità di garantire continuità al monitoraggio e al sostegno delle comunità colpite, sottolineando come l’emergenza non si esaurisca nel momento dell’evento ma si prolunghi nella fase di ripristino e di ritorno alla normalità.

L’attività emergenziale è indispensabile e rappresenta una funzione essenziale dello Stato. Ma il problema più complesso riguarda la fase precedente e quella successiva. Prima dell’evento occorrono monitoraggio, manutenzione e pianificazione. Dopo l’evento occorre evitare che la ricostruzione riproduca semplicemente le condizioni di vulnerabilità preesistenti. Ripristinare una strada esattamente nelle condizioni precedenti può risultare necessario nell’immediato, ma non sempre rappresenta una soluzione sufficiente quando le caratteristiche del territorio richiedono interventi più radicali. Quando le condizioni lo esigono, occorre valutare interventi di consolidamento, adeguamento delle opere idrauliche e miglioramento della capacità di drenaggio, accettando che la soluzione tecnica ottimale possa richiedere tempi e risorse superiori a quelli dell’intervento emergenziale.

La questione riguarda anche l’organizzazione amministrativa. I fenomeni idrogeologici non rispettano i confini comunali. Un bacino idrografico può attraversare territori amministrati da enti differenti, mentre le conseguenze di un intervento realizzato a monte possono manifestarsi nelle aree situate a valle. La gestione efficace richiede quindi una programmazione sovracomunale che superi la frammentazione istituzionale e costruisca forme di coordinamento stabili fra i diversi livelli di governo del territorio. La collaborazione fra Comuni, Regione, autorità competenti per i bacini e gestori delle infrastrutture rappresenta una condizione essenziale per una gestione efficace del rischio.

Occorre inoltre distinguere fra prevenzione strutturale e prevenzione non strutturale. La prima comprende opere di consolidamento, regimazione delle acque e adeguamento delle infrastrutture. La seconda riguarda pianificazione urbanistica, sistemi di allertamento, informazione alla popolazione e organizzazione delle procedure di emergenza. Nessuna delle due dimensioni può sostituire integralmente l’altra. Un territorio dotato di opere di protezione può comunque risultare vulnerabile quando gli insediamenti si sviluppano in aree particolarmente esposte. Analogamente, un sistema di allertamento efficiente può ridurre il rischio per le persone, ma non elimina la necessità di intervenire sulle infrastrutture.

Il cambiamento climatico introduce un ulteriore elemento di attenzione. L’aumento della temperatura dell’atmosfera può influenzare l’intensità di determinati fenomeni di precipitazione, ma l’attribuzione di un singolo evento meteorologico al cambiamento climatico richiede analisi scientifiche specifiche. Non sarebbe corretto trasformare automaticamente ogni nubifragio in una dimostrazione causale diretta. È invece corretto riconoscere che la pianificazione territoriale deve considerare la possibilità di eventi estremi e aggiornare periodicamente le valutazioni del rischio, superando l’inerzia amministrativa che spesso porta a mantenere standard progettuali basati su condizioni climatiche ormai superate.

L’esperienza del Reggino dimostra quanto sia importante costruire una cultura amministrativa della prevenzione. La qualità della risposta non può essere misurata soltanto attraverso la rapidità dei soccorsi. Deve comprendere la capacità di ridurre nel tempo l’esposizione delle comunità. Il dissesto idrogeologico non può essere affrontato come una successione di emergenze indipendenti: è una questione strutturale di governo del territorio che richiede continuità degli investimenti, competenza tecnica e volontà politica.

Fonti di riferimento

ANSA, 10 ottobre 2026 – Melito; ANSA, 10 ottobre 2026 – Montebello

L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.

Crediti fotografici: Benjamin Smith. Fonte: Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 4.0. Fotografia utilizzata senza modifiche.