L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

LA CITTADINANZA DELLO SPAZIO: QUANDO LA DEMOGRAFIA DIVENTA QUESTIONE DI DIRITTI TERRITORIALI

Veduta panoramica di Siderno Superiore, in Calabria, da Gerace.

di Francesco Costanzo

Lo spopolamento calabrese viene raccontato, con una certa monotonia, attraverso una curva che scende. È una rappresentazione corretta ma concettualmente pigra, perché riduce un fenomeno multidimensionale a una variabile unidimensionale. Una regione non è un numero: è una distribuzione. E quando una regione cambia, ciò che muta non è soltanto la somma dei residenti, ma la geometria della loro presenza nello spazio, la loro composizione per età, la loro capacità di sostenere istituzioni, la loro possibilità di accedere a diritti.

Alla fine del 2024 la Calabria contava 1.834.646 residenti, con una contrazione di 3.922 unità rispetto all’anno precedente. I nati sono stati 12.679, in ulteriore diminuzione. Il saldo naturale è negativo; il saldo migratorio interno è negativo; l’immigrazione internazionale attenua la contrazione senza invertirla. Questi numeri, presi singolarmente, non raccontano nulla di nuovo. La loro novità — se così si può dire — sta nella velocità con cui si accumulano e nella consapevolezza crescente che non si tratta di un fenomeno congiunturale ma strutturale.

La dimensione territoriale, tuttavia, è quella che trasforma un problema demografico in un problema di cittadinanza. La programmazione regionale rileva che le aree interne rurali e costiere interessano 323 comuni — circa l’80 per cento del totale — e che il 74 per cento dei comuni calabresi ha meno di cinquemila abitanti. Questa non è una peculiarità marginale: è la forma stessa della Calabria. È la struttura insediativa nella quale la vita si svolge, nella quale le persone invecchiano, nella quale i bambini crescono o non crescono, nella quale i diritti costituzionali vengono esercitati o diventano astratti.

Il punto teorico che merita di essere esplicitato è il seguente: in un territorio a bassa densità, la sostenibilità dei servizi essenziali non può essere valutata con i criteri che funzionano nei territori ad alta densità. Una scuola con quindici alunni, un presidio sanitario con tre medici, una linea ferroviaria con quattro corse giornaliere — ciascuno di questi elementi, valutato secondo un criterio strettamente economico di rapporto costi-utenti, apparirebbe inefficiente. Ma questa valutazione è concettualmente sbagliata, perché confonde il criterio di efficienza con il criterio di legittimità. Una democrazia non può dichiarare che i diritti fondamentali — salute, istruzione, mobilità — sono garantiti solo dove sono efficienti. Se lo facesse, introdurrebbe una cittadinanza differenziata per geografia, che è una forma di discriminazione strutturale.

La domanda corretta, dunque, non è “come riportiamo la popolazione ai livelli di trent’anni fa?” — una domanda che presuppone un passato irrecuperabile e che trasforma la demografia in un problema di marketing territoriale. La domanda corretta è: “come garantiamo piena cittadinanza a una popolazione che è numericamente inferiore, più anziana e distribuita in modo più frammentato di prima?”. Questa domanda sposta il problema dalla quantità alla qualità, dalla crescita all’architettura.

Una risposta a questa domanda richiede una riorganizzazione radicale della geografia dei servizi. Non si tratta di chiudere ciò che esiste — sarebbe la soluzione più semplice e più distruttiva — ma di ridisegnare i modi nei quali i servizi vengono erogati in contesti a bassa densità. Questo significa, concretamente, servizi associati tra comuni che condividono risorse e personale; reti sanitarie con componenti di prossimità — infermieri di comunità, telemedicina integrata, ospedali di zona con funzioni specifiche; trasporto pubblico coordinato che non replichi la logica delle linee urbane ma costruisca reti radiali e circolari; digitalizzazione che integri la presenza fisica senza sostituirla; poli scolastici accessibili che permettano ai bambini di non rinunciare alla socialità per raggiungere un’aula; infrastrutture sociali distribuite — centri diurni, biblioteche, spazi di aggregazione — che non siano appendici decorative ma componenti del welfare.

Esiste poi una dimensione economica che il discorso pubblico tende a trascurare. Un territorio che perde popolazione tende a perdere domanda locale, capitale umano e capacità imprenditoriale. Questo è vero. Ma è anche vero che lo stesso territorio può possedere risorse latenti — patrimonio abitativo inutilizzato, spazi produttivi dismessi, risorse paesaggistiche, beni culturali, qualità ambientali — che acquistano nuovo valore in un contesto nel quale la scarsità di densità diventa essa stessa una risorsa. Il silenzio, lo spazio, la lentezza, la prossimità alla natura sono beni che un’economia urbana e accelerata produce solo a prezzo altissimo. Un territorio spopolato che sa governare la propria trasformazione può trasformare la propria debolezza demografica in una forza attrattiva — non per sostituire la popolazione perduta, ma per attrarre funzioni nuove: lavoro a distanza, turismo di permanenza, ricerca, produzione artistica, agricoltura di qualità.

La Calabria dovrebbe evitare due errori opposti. Il primo, che potremmo chiamare “conservazionismo illusorio”: fingere che ogni comune possa mantenere indefinitamente la stessa dotazione di funzioni, che ogni scuola possa restare aperta con tre alunni, che ogni ospedale possa garantire tutti i livelli di assistenza. Questa posizione è moralmente comprensibile ma pragmaticamente insostenibile, e produce l’effetto di ritardare la riorganizzazione fino al punto in cui non sarà più una scelta ma un crollo. Il secondo errore, opposto, è il “rassegnazionismo funzionale”: considerare inevitabile l’abbandono delle aree meno popolose e concentrare tutte le risorse in poche città, accettando la desertificazione del resto come prezzo del progresso. Questa posizione è economicamente miope perché ignora che una regione non è una città con campagna intorno: è un sistema nel quale le componenti si sostengono reciprocamente.

Tra l’illusione della conservazione integrale e la rassegnazione all’abbandono esiste uno spazio di politica pubblica che è, probabilmente, la più importante sfida della Calabria dei prossimi vent’anni: ridisegnare la geografia dei servizi senza cancellare la geografia delle comunità. Non è una contraddizione. È un progetto.

Fonti documentarie principali

Fotografia in evidenza: Siderno Superiore visto da Gerace: paesaggio insediativo calabrese — Autore: Effems — Fonte: Wikimedia Commons (scheda originale) — Licenza: CC0 1.0 — Modifiche all’immagine originale: nessuna; eventuale ridimensionamento tecnico automatico di WordPress.

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