di Francesco Costanzo
Esiste un momento, nella storia delle idee economiche, in cui un paradigma non viene confutato ma semplicemente smesso di abitare. Non si tratta di una sconfitta intellettuale, né di una smentita empirica: è qualcosa di più sottile e più inquietante. È il momento in cui una struttura concettuale cessa di funzionare come cornice interpretativa del reale, pur continuando a essere formalmente invocata nei documenti ufficiali, nei trattati, nelle dichiarazioni di principio. La globalizzazione, nella sua accezione classica, si trova oggi esattamente in questa condizione liminale: sopravvive come vocabolario diplomatico mentre è stata svuotata della propria logica interna.
Per quasi tre decenni — indicativamente dalla metà degli anni ottanta fino alla crisi finanziaria del 2008, con una protrazione che si estende almeno fino alla pandemia del 2020 — l’ordine economico internazionale ha riposato su un’assunzione che possedeva la qualità delle evidenze ovvie: l’interdipendenza commerciale e produttiva tra le nazioni costituiva, simultaneamente, un meccanismo di allocazione efficiente delle risorse e un dispositivo di stabilizzazione politica. L’argomento era duplice e si reggeva su due pilastri indipendenti ma convergenti. Da un lato, la teoria dei vantaggi comparati e le sue estensioni contemporanee nelle catene globali del valore suggerivano che la specializzazione transnazionale massimizzasse il prodotto aggregato e riducesse i costi per i consumatori. Dall’altro, una tradizione di pensiero che potremmo definire “liberale-commerciale” — da Norman Angell a Richard Rosecrance, fino alle formulazioni istituzionali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio — sosteneva che gli Stati legati da flussi economici intensi avrebbero trovato nella pace un interesse superiore a quello offerto dal conflitto. La guerra, in questa visione, non diventava impossibile, ma irrazionale.
Questa architettura concettuale non è mai stata priva di obiezioni. Gli economisti dello sviluppo, i teorici della dipendenza, i critici post-strutturalisti dell’ordine neoliberale hanno ripetutamente segnalato le asimmetrie che il discorso dell’interdipendenza nascondeva: la distribuzione ineguale dei guadagni di scambio, la vulnerabilità strutturale delle periferie, la trasformazione delle economie monoculturali in economie di estrazione permanente. Tuttavia, queste critiche rimanevano confinate a una posizione minoritaria nel dibattito delle politiche economiche dominanti. Ciò che è mutato negli ultimi anni non è tanto la validità di quelle critiche — che erano già formulate da decenni — quanto la loro migrazione dal margine al centro del discorso governativo.
Il World Trade Report 2026 della WTO documenta questa migrazione con una precisione che possiede quasi il valore di un certificato di morte concettuale. Il rapporto descrive un sistema multilaterale sottoposto alla pressione più seria dalla propria fondazione, ma — ed è qui il punto che merita attenzione analitica — non la attribuisce a un singolo attore o a un singolo evento. La descrive come un fenomeno strutturale, distribuito, multicausale. Il ricorso a politiche industriali, sussidi, restrizioni tecnologiche e motivazioni di sicurezza nazionale è aumentato in modo trasversale: non è una peculiarità delle economie autoritarie, ma un tratto che attraversa democrazie liberali, economie emergenti e potenze intermedie con una convergenza che dovrebbe allarmare chiunque consideri la diversità dei sistemi politici come un fattore di stabilità del sistema internazionale.
Il dato che merita maggiore riflessione, tuttavia, non è quantitativo ma qualitativo. Le economie a basso e medio reddito rappresentavano il 23 per cento del commercio mondiale delle merci nel 1995 e hanno raggiunto il 45 per cento nel 2024. Questo non è semplicemente un fatto statistico: è la dissoluzione della premessa su cui l’ordine di Bretton Woods e le sue successive riforme erano stati costruiti. Quell’ordine presupponeva un nucleo industriale concentrato — il cosiddetto “Nord globale” — che produceva valore aggiunto e una periferia che forniva materie prime e manodopera a basso costo. La redistribuzione del peso commerciale verso economie che un tempo erano classificate come “in via di sviluppo” non è soltanto un cambio di proporzioni: è la fine di una grammatica. Quando il Sud diventa quasi metà del commercio mondiale, le istituzioni concepite per governare un mondo unipolare o bipolare perdono la propria coerenza interna.
È in questo spazio di incoerenza istituzionale che si inserisce la nozione di “sicurezza economica” come nuovo principio organizzativo. La parola chiave non è più efficienza, né crescita, né nemmeno competitività — termini che appartengono ancora alla grammatica dell’interdipendenza. La parola chiave è resilienza. E la resilienza, a differenza dell’efficienza, non è un concetto che ammette ottimizzazione: è un concetto che ammette soltanto ridondanza. Un sistema efficiente è un sistema che ha eliminato le ridondanze; un sistema resiliente è un sistema che le ha reintrodotte deliberatamente. Questa inversione logica ha conseguenze enormi: significa che il costo non è più un parametro da minimizzare ma un investimento da accettare, e che la domanda politica non è più “come produrre al minor costo?” ma “come produrre senza dipendere da nessuno?”.
Le simulazioni controfattuali pubblicate dalla WTO — uno scenario di frammentazione profonda in blocchi geopolitici produrrebbe una contrazione del prodotto mondiale del 5,1 per cento e delle esportazioni del 18,6 per cento — non sono previsioni. Sono esercizi di immaginazione istituzionale: servono a rendere visibile il costo di una scelta che molti governi stanno compiendo senza dichiararla esplicitamente. Il punto cruciale è che questi numeri non funzionano come argomento contro la frammentazione, perché i governi che la perseguono non la motivano con criteri economici. La motivano con criteri di sicurezza, e la sicurezza — per definizione — non ha un prezzo. È proprio questa sottrazione della sicurezza economica al calcolo costi-benefici che rende il fenomeno così difficile da governare: quando un’azione non è più valutabile in termini economici, non esiste più un linguaggio comune nel quale negoziare.
La domanda che dovrebbe occupare la riflessione accademica e politica nei prossimi anni non è dunque se la globalizzazione stia finendo — una domanda mal posta, perché presuppone che esista un fenomeno unitario chiamato “globalizzazione” che può semplicemente cessare. La domanda corretta è un’altra: quale forma assumerà l’interdipendenza quando verrà deliberatamente riorganizzata secondo criteri di sicurezza? Esistono almeno due traiettorie possibili, e la distinzione tra esse non è accademica ma costituzionale.
La prima traiettoria è quella di un’interdipendenza governata: un sistema nel quale la politica rientra dentro l’economia globale non per smantellarla ma per ridefinirne i confini, stabilire quali dipendenze sono tollerabili e quali no, creare meccanismi di compensazione per i perdenti della transizione, e costruire istituzioni capaci di arbitrare tra sicurezza e efficienza. Questa traiettoria presuppone una capacità di cooperazione multilaterale che oggi appare fragile ma non impossibile.
La seconda traiettoria è quella di una frammentazione competitiva: un sistema nel quale la sicurezza economica diventa un significante vuoto, sufficientemente elastico da giustificare qualsiasi misura protezionistica, qualsiasi discriminazione tecnologica, qualsiasi espropriazione di fatto. In questo scenario, ogni Stato dichiara emergenze permanenti e ogni emergenza giustifica la sospensione delle regole. Il risultato non è la fine del commercio — sarebbe assurdo — ma la sua riorganizzazione secondo logiche di potere che ricordano più il mercantilismo del XVII secolo che l’ordine liberale del XX.
La vera posta in gioco, in definitiva, non è tra apertura e chiusura. È tra due concezioni dello Stato. Da un lato, uno Stato che usa la sicurezza come criterio selettivo per correggere le asimmetrie dell’interdipendenza. Dall’altro, uno Stato che usa la sicurezza come pretesto per restaurare gerarchie di controllo che l’interdipendenza aveva eroso. Il primo è un progetto politico; il secondo è un progetto di potere. La differenza, come sempre, sta nelle istituzioni che si costruiscono — o che non si costruiscono.
Fonti documentarie principali
- Organizzazione mondiale del commercio, World Trade Report 2026 — Documento originale
Fotografia in evidenza: Gru portuali, commercio globale e interdipendenze economiche — Autore: Wilfredor — Fonte: Wikimedia Commons (scheda originale) — Licenza: CC0 1.0 — Modifiche all’immagine originale: nessuna; eventuale ridimensionamento tecnico automatico di WordPress.
L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.

