L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

La scomparsa della notte: l’inquinamento luminoso e la perdita di un patrimonio naturale condiviso

Via Lattea nel Morvan, con bagliore dovuto a inquinamento luminoso

La trasformazione ambientale del pianeta viene comunemente associata a fenomeni di immediata evidenza percettiva: l’innalzamento delle temperature, l’inquinamento atmosferico, la perdita di biodiversità e il deterioramento degli ecosistemi. Esiste nondimeno una forma di alterazione del rapporto tra società e natura che procede spesso senza suscitare un’attenzione proporzionata alla sua reale diffusione: la progressiva scomparsa dell’oscurità notturna. L’illuminazione artificiale ha rappresentato, a buon diritto, una delle grandi conquiste della modernità. Essa ha migliorato le condizioni di sicurezza, ha ampliato le possibilità di attività economica e sociale e ha trasformato in profondità l’organizzazione stessa delle città. Ma l’espansione indiscriminata e non regolata della luce produce conseguenze che non possono più essere considerate marginali né puramente estetiche, e che meritano di entrare a pieno titolo nel novero delle questioni ambientali di prima grandezza.

Uno studio pubblicato nel gennaio 2023 sulla rivista scientifica Science, fondato su oltre 51.000 osservazioni raccolte tra il 2011 e il 2022 nell’ambito del progetto internazionale Globe at Night, ha rilevato una crescita media della luminosità artificiale del cielo notturno equivalente a circa il 9,6% annuo nelle località osservate. Gli autori hanno sottolineato che il fenomeno risultava più intenso di quanto lasciassero intendere alcune precedenti misurazioni condotte mediante satelliti. Il dato impone una lettura attenta e prudente. Esso non significa che ogni luogo del pianeta abbia sperimentato il medesimo incremento, né che il ritmo osservato debba necessariamente proseguire invariato negli anni a venire. La ricerca documenta nondimeno una tendenza significativa e coerente: in numerose aree abitate la visibilità del cielo stellato si è progressivamente e sensibilmente ridotta, secondo una dinamica che non può essere liquidata come un semplice mutamento del gusto paesaggistico.

La questione, in primo luogo, non riguarda soltanto l’astronomia e la comunità degli studiosi del cielo. L’alternanza tra luce e oscurità costituisce una componente fondamentale dei cicli biologici di un numero sterminato di organismi. Numerose specie animali regolano l’orientamento, l’alimentazione, la riproduzione e la migrazione attraverso segnali luminosi naturali, e l’introduzione di sorgenti artificiali può alterare profondamente questi comportamenti, modificando relazioni ecologiche che si sono consolidate nel corso di lunghissimi periodi evolutivi. Gli insetti notturni, ad esempio, vengono attratti da sorgenti luminose che interferiscono con i loro normali spostamenti, con effetti a cascata sull’impollinazione e sulle catene alimentari. Alcuni uccelli migratori si orientano facendo riferimento ai corpi celesti e ad altri parametri ambientali che l’inquinamento luminoso può disturbare. Anche i ritmi biologici di numerosi organismi, uomo compreso, risentono della durata e dell’intensità dell’illuminazione artificiale. L’inquinamento luminoso va dunque interpretato come una vera e propria trasformazione dell’habitat, e non soltanto come un effetto collaterale estetico dell’urbanizzazione.

Esiste inoltre una dimensione energetica della questione, spesso trascurata. La luce dispersa verso l’alto, quella indirizzata verso superfici che non richiedono alcuna illuminazione e quella mantenuta attiva in assenza di una reale necessità rappresentano un consumo di risorse che potrebbe essere sensibilmente ridotto attraverso una progettazione più razionale degli impianti. La disponibilità di tecnologie efficienti, tuttavia, non elimina automaticamente il problema, perché la riduzione del consumo per singolo apparecchio può essere più che compensata dall’aumento del numero dei punti luminosi o delle ore di funzionamento, secondo un effetto rimbalzo ben noto agli economisti delle risorse. L’efficienza tecnologica deve quindi essere integrata, e in parte guidata, da una riflessione più ampia sulla quantità di illuminazione effettivamente necessaria e sui criteri che ne giustificano l’impiego.

Ma la perdita della notte possiede anche, e forse soprattutto, un significato culturale di lunga durata. Per millenni il cielo stellato ha costituito uno degli elementi fondamentali attraverso i quali le società umane hanno elaborato conoscenze astronomiche, sistemi di orientamento, calendari agricoli, narrazioni mitologiche e rappresentazioni filosofiche del posto dell’uomo nell’universo. La possibilità di osservare direttamente le stelle ha contribuito in modo decisivo alla formazione di una coscienza del rapporto tra l’esistenza individuale e la dimensione cosmica, un rapporto che ha alimentato religioni, scienze e poesie. Quando il cielo notturno scompare dall’esperienza ordinaria delle persone, non si perde soltanto una componente del paesaggio: si restringe, in modo silenzioso e forse irreversibile, una forma elementare di relazione culturale con la natura e con il tempo profondo.

La tutela dell’oscurità dovrebbe pertanto entrare stabilmente nelle politiche ambientali e nella progettazione urbana, con la stessa dignità che si riconosce alla tutela dell’aria, dell’acqua e del suolo. Non si tratta affatto di contrapporre la sicurezza pubblica alla conservazione del cielo notturno, come se le due istanze fossero incompatibili. Si tratta piuttosto di distinguere con rigore l’illuminazione necessaria da quella eccessiva, adottando soluzioni tecniche capaci di ridurre la dispersione verso l’alto, l’intensità e la durata della luce nei momenti in cui non risulta indispensabile. La notte non è uno spazio vuoto da occupare integralmente attraverso la tecnologia, né un residuo di oscurità da eliminare in nome del progresso. È una componente essenziale dell’ambiente terrestre, un elemento costitutivo della biodiversità e una parte non negoziabile del patrimonio culturale dell’umanità. Restituire visibilità al cielo significa, in ultima analisi, riconoscere che il progresso non coincide sempre con l’espansione illimitata della presenza artificiale, ma può esprimersi anche, e forse più nobilmente, nella capacità di conservarne consapevolmente i limiti.


L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.

Crediti fotografici: Benh LIEU SONG. Fonte: Wikimedia Commons — fotografia originale. Licenza: CC BY-SA 4.0. Versione ridimensionata, senza ritaglio.