L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

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LA SOVRANITÀ IDRICA E LA CRISI DELL’ORDINE WESTFALIANO: VERSO UNA TEORIA DELLA COOPERAZIONE OBBLIGATA

Il fiume Sava presso Belgrado: esempio di risorsa idrica transfrontaliera.

L'architettura concettuale del diritto internazionale contemporaneo riposa, in larga misura, sull'eredità del sistema westfaliano, il cui principio fondativo — la sovranità esclusiva dello Stato entro i propri confini territoriali — costituisce ancora oggi la grammatica fondamentale attraverso la quale le relazioni fra entità politiche vengono pensate, negoziate e legittimate. Tuttavia, l'emergere di problemi la cui natura trascende la discrezionalità territoriale — dai fenomeni atmosferici alla circolazione delle risorse idriche sotterranee, dalla diffusione di agenti patogeni alla migrazione transfrontaliera — impone una revisione critica di tale paradigma, almeno nella misura in cui esso pretenda di descrivere esaustivamente le condizioni materiali della convivenza fra popoli.

Il caso delle risorse idriche transfrontaliere offre, a questo proposito, un laboratorio analitico di straordinaria ricchezza. I bacini idrografici, in quanto sistemi morfologici dotati di una continuità fisica che precede e prescinde da qualsiasi convenzione giuridica, costituiscono un'eccezione strutturale alla logica della separazione sovrana. Un fiume non riconosce i confini che attraversa; una falda acquifera non si arresta dinanzi a una frontiera politica; un ecosistema lacustre condiviso non può essere frammentato in porzioni giuridicamente autonome senza che la sua funzionalità complessiva ne risulti compromessa. Questa asimmetria fra unità sistemica dell'oggetto e frammentazione giurisdizionale del potere rappresenta, a ben vedere, uno dei nodi irrisolti della teoria politica moderna.

La letteratura specialistica in materia di idropolitica internazionale — si pensi, fra gli altri, ai lavori di Aaron Wolf e alla sua classificazione dei bacini condivisi — ha ripetutamente evidenziato come la mera esistenza di un quadro convenzionale non costituisca una condizione sufficiente per la produzione effettiva di cooperazione. Il trattato, in quanto documento giuridico, possiede una dimensione performativa che non coincide automaticamente con la sua efficacia operativa. Un accordo può essere formalmente vigente e, nondimeno, restare privo di qualsiasi capacità regolativa, qualora non sia accompagnato da apparati istituzionali permanenti, da meccanismi di scambio informativo continuativo e da procedure di risoluzione delle controversie che non dipendano dalla congiuntura politica del momento.

I dati aggiornati nel 2024 dall'UNESCO e dalla Commissione economica delle Nazioni Unite per l'Europa evidenziano la profondità di questo divario. Le acque transfrontaliere interessano oltre il sessanta per cento dei flussi mondiali di acqua dolce; centocinquantatré Stati condividono risorse idriche con almeno un vicino; eppure, soltanto quarantatré di essi dispongono di accordi operativi che coprano almeno il novanta per cento dei propri bacini transfrontalieri. La sproporzione fra interdipendenza fisica e capacità istituzionale di governarla non è, in questa prospettiva, un'anomalia correggibile attraverso incrementi marginali di buona volontà diplomatica: essa riflette una difficoltà strutturale nell'adattare strumenti giuridici concepiti per la separazione alla gestione di ciò che, per sua natura, è indivisibile.

La permanenza geografica dell'interdipendenza idrologica introduce, inoltre, un elemento che distingue qualitativamente la cooperazione idrica da altre forme di collaborazione internazionale. In ambiti quali il commercio, la finanza o la difesa, gli Stati dispongono di una certa discrezionalità nella scelta dei partner e nella definizione delle condizioni di scambio. Un bacino fluviale, al contrario, non può essere trasferito, sostituito o rinegoziato. La sua presenza fisica vincola le generazioni presenti e future a una relazione che non è frutto di una scelta contrattuale ma di una condizione ontologica. Questa caratteristica — che potremmo definire "obbligazione territoriale" — conferisce alla cooperazione idrica un carattere di necessità che la sottrae, almeno parzialmente, alla logica della convenienza reciproca e la inscrive in un orizzonte di responsabilità intergenerazionale.

L'esperienza del bacino della Sava, analizzata in diversi studi di peacebuilding ambientale, offre una dimostrazione empirica di questa dinamica. Nel contesto post-jugoslavo, la ricostruzione di un regime di gestione condivisa delle risorse idriche ha preceduto e accompagnato — anziché seguire — il consolidamento delle relazioni politiche fra gli Stati successori. La cooperazione tecnica, la creazione di organismi comuni di monitoraggio e la standardizzazione dei protocolli di allertamento hanno funzionato come spazi di interazione nei quali la fiducia, progressivamente ricostruita a livello amministrativo, ha potuto essere trasferita alla sfera politica. Si tratta, in altre parole, di un caso nel quale la gestione del comune ha prodotto coesione, anziché limitarsi a registrarla.

Sarebbe tuttavia intellettualmente disonesto — e politicamente pericoloso — ignorare le asimmetrie di potere che attraversano ogni relazione idrologica. La posizione geografica a monte o a valle non è un dato neutro: essa determina capacità di intervento, margini di unilateralità e gradi di vulnerabilità profondamente differenti. Uno Stato che controlli le sorgenti o il corso superiore di un grande fiume dispone di un potere strutturale che non può essere neutralizzato da alcuna clausola convenzionale. Le economie dotate di maggiori risorse finanziarie possono costruire infrastrutture di regolazione e accumulo che modificano sensibilmente la distribuzione temporale e spaziale della risorsa, spostando il punto di equilibrio a proprio favore. Le comunità rurali a valle, pur essendo le più direttamente dipendenti dalla continuità del flusso, spesso non dispongono di alcuna rappresentanza effettiva nei processi decisionali nei quali si determina la loro sorte.

La questione distributiva — chi beneficia, chi sopporta i costi ambientali, chi è esposto ai rischi e chi detiene le responsabilità — non è dunque un aspetto accessorio della cooperazione idrica, bensì il suo nucleo problematico. Un accordo che si limiti a stabilire quote di prelievo, senza affrontare le condizioni strutturali di vulnerabilità differenziale, rischia di cristallizzare rapporti di forza in forme giuridicamente legittime ma sostanzialmente inique. La sostenibilità di lungo periodo di un regime di gestione condivisa dipende, in ultima analisi, dalla sua capacità di incorporare principi di equità che trascendono la mera proporzionalità aritmetica.

I cambiamenti climatici introducono, infine, un elemento di destabilizzazione che rende ancora più urgente questa riflessione. L'alternanza fra periodi di siccità prolungata e eventi di precipitazione estrema — fenomeno che la letteratura scientifica descrive come aumento della variabilità idrologica — erode la affidabilità degli equilibri costruiti su serie storiche considerate, fino a pochi decenni or sono, sufficientemente stabili da fondare decisioni infrastrutturali di lungo periodo. Le dighe progettate sulla base di regimi pluviometrici che non si verificano più, i sistemi di irrigazione dimensionati su disponibilità idriche che la realtà non garantisce, gli accordi internazionali calibrati su portate medie ormai superate: tutto questo costituisce un patrimonio di istituzioni e infrastrutture che rischia di trasformarsi da strumento di sicurezza in fonte di vulnerabilità.

La questione dell'acqua conduce, in definitiva, a una riflessione che trascende la dimensione settoriale e investe il nucleo stesso della teoria politica contemporanea. La sovranità non scompare — sarebbe una lettura superficiale e ideologicamente interessata — ma è costretta a ridefinire le proprie modalità di esercizio. Lo Stato sovrano non abdica alla propria autonomia; è piuttosto chiamato a esercitarla entro sistemi di responsabilità reciproca che non sono negoziabili, perché non sono il prodotto di una scelta ma la conseguenza di una condizione. Governare insieme un fiume significa, in questa prospettiva, riconoscere che la sicurezza di ciascuno è strutturalmente dipendente dalla qualità delle regole costruite con gli altri — e che questa dipendenza non è una limitazione della sovranità, ma la sua condizione di possibilità in un mondo ecologicamente interconnesso.

Fonti e riferimenti

UNESCO, World Water Development Report 2024; UNESCO–UNECE, Progress on Transboundary Water Cooperation 2024

Fotografia in evidenza: Il fiume Sava presso Belgrado: esempio di risorsa idrica transfrontaliera. Autore: Vikiçizer. Fonte: Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sava_river.JPG). Licenza: CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/). Immagine originale non ritagliata; nessuna modifica.