La geografia economica del comprensorio lametino presenta una configurazione che le categorie amministrative italiane non sono in grado di descrivere adeguatamente. Lamezia Terme è una città che funziona come centro di un sistema territoriale molto più ampio dei propri confini municipali: l'aeroporto serve un bacino che comprende gran parte della Calabria centrale, la stazione ferroviaria intercetta flussi che attraversano l'intera regione tirrenica, l'area industriale produce un indotto che si distribuisce su più comuni, il Golfo di Sant'Eufemia costituisce un sistema ambientale che non conosce confini comunali. Eppure, la governance di questo sistema è frammentata in cinque o sei amministrazioni autonome, ciascuna con i propri strumenti di programmazione, le proprie priorità, le proprie scadenze elettorali.
Questa distanza tra funzionalità territoriale e struttura amministrativa non è un problema lametino: è un problema italiano, europeo, occidentale. La letteratura sulla governance multi-level — da Gary Marks a Philippe Schmitter, da Elinor Ostrom a Michael Hechter — ha ampiamente documentato come la sovranità territoriale a scala municipale sia un'astrazione giuridica che corrisponde sempre meno alla realtà delle interdipendenze economiche, ambientali e sociali. La domanda non è se serva una forma di coordinamento sovracomunale, ma quale forma sia compatibile con la democrazia locale e con l'efficacia decisionale.
Il progetto ITI Smartland Alliance Golfo Lametino Calabria rappresenta un tentativo di rispondere a questa domanda attraverso una cooperazione tra Lamezia Terme, Curinga, Falerna, Gizzeria e Nocera Terinese. L'iniziativa, promossa da Lameziaeuropa, è stata comunicata nel giugno 2026 con Lamezia Terme nel ruolo di capofila. Il territorio interessato comprende quasi 88.000 abitanti e una superficie superiore a 322 chilometri quadrati.
La questione centrale non è la dimensione del progetto, ma la sua capacità di produrre un'autentica integrazione decisionale. La cooperazione intercomunale, nella storia italiana, ha spesso assunto la forma di un contenitore amministrativo nel quale ogni ente inserisce i propri progetti, senza una gerarchia condivisa, senza una valutazione delle interdipendenze, senza una reale cessione di sovranità su alcune materie. Il risultato è un documento programmatico che elenca interventi senza costruire una strategia, e che rischia di essere disatteso al primo cambio di amministrazione.
Un progetto di area vasta che voglia essere più di un elenco di opere dovrebbe partire dall'identificazione dei problemi che nessuna amministrazione può risolvere da sola. La qualità delle acque del Golfo di Sant'Eufemia dipende da processi ambientali che attraversano più territori: le foci fluviali, gli impianti di depurazione, l'organizzazione delle attività costiere, la gestione dei rifiuti. La mobilità quotidiana tra centri urbani, aree produttive e infrastrutture di trasporto non può essere organizzata attraverso decisioni isolate. La localizzazione delle attività economiche dovrebbe essere valutata considerando la distribuzione complessiva delle funzioni territoriali, evitando duplicazioni e costruendo complementarità.
Le direttrici individuate nelle fasi iniziali del progetto — energia sostenibile, gestione dell'acqua, valorizzazione del patrimonio, mobilità, transizione digitale, sviluppo di nuove attività economiche — sono corrette come perimetro tematico, ma il loro valore dipende dalla capacità di tradurle in priorità gerarchizzate e in progetti tecnicamente sostenibili. Il rischio di ogni strategia territoriale ampia è la dispersione: quando gli obiettivi sono troppi, nessuno è davvero prioritario, e le risorse si diluiscono in una pluralità di interventi che non producono trasformazione strutturale.
La questione del ruolo di Lamezia Terme come capofila merita una riflessione autonoma. Essere capofila non significa concentrare su di sé i benefici degli investimenti. Significa assumere una responsabilità di coordinamento che implica costi — amministrativi, politici, di mediazione — e che richiede la capacità di riconoscere che lo sviluppo della città dipende anche dalla qualità delle relazioni con i territori circostanti. Una città centrale che si comporta come un centro gravitazionale che assorbe risorse dal proprio hinterland produce depauperamento, non sviluppo. Una città centrale che costruisce relazioni di reciprocità, che distribuisce funzioni, che riconosce il valore delle specificità locali, costruisce un sistema nel quale la propria centralità diventa funzionale anziché estrattiva.
La partecipazione dei soggetti non istituzionali — imprese, organizzazioni sociali, istituzioni culturali, comunità locali — non è un accessorio democratico ma una condizione di efficacia. La conoscenza del territorio è distribuita, e i documenti amministrativi, per quanto ben redatti, non possono sostituire l'intelligenza pratica di chi il territorio lo vive quotidianamente. Un processo di pianificazione che si riduce a una relazione tra amministrazioni e consulenti tecnici produce documenti corretti ma disincarnati, che non intercettano i bisogni reali e non mobilitano le energie locali.
La prospettiva più interessante del progetto non è la sua dimensione infrastrutturale, ma la possibilità di costruire un'identità territoriale condivisa. Il Golfo lametino potrebbe essere pensato non come una successione di località, ma come un sistema nel quale ambiente, economia, cultura e infrastrutture concorrono a definire una specifica geografia dello sviluppo. Questa identità non esiste ancora: va costruita attraverso un processo lungo, conflittuale, che richiede leadership e pazienza. La sfida per Lamezia Terme non è affermare una centralità geografica già evidente, ma dimostrare di possedere la capacità istituzionale per trasformarla in una funzione concreta di coordinamento e sviluppo.
Foto: FedericaG rizzo — Wikimedia Commons — CC BY-SA 4.0. Immagine illustrativa; eventuale ridimensionamento tecnico automatico da WordPress.

