Riconoscere il limite della forza non significa accettare le condizioni della pace. Il nodo irrisolto della sicurezza futura e il prezzo umano, economico e demografico di un conflitto che ridisegna l’Europa.
La guerra ucraina si è ormai insediata in una configurazione che sfugge alle rappresentazioni binarie cui il dibattito pubblico era abituato. Non siamo più, se mai lo siamo stati davvero, dinanzi a una dinamica nella quale l’escalation militare doveva condurre a un esito decisivo, né tanto meno a un conflitto che si avvii naturalmente verso un negoziato risolutivo. Ciò che si impone all’osservatore è piuttosto una condizione ibrida, nella quale l’intensificazione delle operazioni belliche convive con la presa d’atto, da parte di attori che pure restano formalmente impegnati nella ricerca di una composizione, dell’impossibilità di conseguire una vittoria per il solo tramite della forza. È in questa coesistenza di apparentemente inconciliabili che risiede il nodo più profondo della fase attuale, e che merita di essere analizzato non come una semplice contraddizione retorica, bensì come la manifestazione di una struttura strategica che ha mutato natura.
Quando, l’8 ottobre, nel corso di una visita in Portogallo, il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha qualificato il conflitto come uno stallo particolarmente pericoloso, egli non si è limitato a fotografare l’equilibrio militare; ha formulato, implicitamente, una diagnosi che riguarda l’intero impianto della mediazione occidentale. Definire una guerra come stallo significa, in termini rigorosi, ammettere che il rapporto tra mezzi impiegati e obiettivi perseguiti ha cessato di essere produttivo: che il dispiegamento ulteriore di risorse non si traduce più in un progresso verso la definizione politica del conflitto. Il fatto che tale valutazione abbia trovato un’eco nelle parole del portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov — il quale ha riconosciuto la realtà dello stallo, confermando al contempo la preferenza russa per una soluzione «complessiva» piuttosto che per misure provvisorie — non va letto come un principio di intesa, ma come la constatazione convergente di un medesimo limite, che ciascuna parte interpreta però in funzione dei propri obiettivi. Ed è precisamente qui che si colloca la distinzione analitica che spesso il discorso giornalistico tende ad appiattire: riconoscere che un conflitto non produce risultati decisivi è un giudizio di natura militare e strategica; accettare un determinato accordo è invece un atto politico, che presuppone l’identificazione di condizioni territoriali, di sicurezza e interne considerate sostenibili dai governi e, più ancora, dalle rispettive opinioni pubbliche. Fra questi due momenti si apre una distanza che nessuna convergenza tattica sulla descrizione dello stallo è in grado di colmare.
La storia delle relazioni internazionali offre, sul punto, un insegnamento che la retorica della «finestra di opportunità negoziale» tende a rimuovere. Numerose guerre hanno continuato a insanguinarsi ben oltre il momento in cui i belligeranti avevano maturato la consapevolezza dei propri limiti operativi. La prosecuzione delle ostilità non è, in questi casi, il segno di una cecità strategica, ma l’espressione di una logica razionale entro un contesto irrazionale: si combatte nella speranza di migliorare la propria posizione di partenza al tavolo, si combatte perché ogni concessione rischia di essere letta in patria come una capitolazione, si combatte, infine, in assenza di garanzie credibili che un eventuale accordo venga rispettato dalla controparte. Lo stallo, lungi dal costituire l’anticamera automatica della pace, può dunque rivelarsi una condizione di equilibrio instabile nella quale la guerra diventa il linguaggio residuo di una politica che non riesce a trovare la propria grammatica negoziale.
Nel caso ucraino questa dinamica assume una connotazione particolare, perché la questione dirimente non è soltanto quella dei confini, ma quella, più radicale, della sicurezza futura. Una cessazione delle ostilità non coincide, e non può coincidere, con la rimozione delle cause che hanno generato il conflitto. Sospendere i combattimenti significa arrestare un processo distruttivo; costruire un assetto capace di ridurre in modo stabile il rischio di nuove aggressioni significa invece ridisegnare le condizioni strutturali entro le quali gli Stati si relazionano. È questa distinzione, cruciale, a spiegare perché il negoziato non verta esclusivamente sulla linea di contatto o sulle modalità di cessate-il-fuoco, ma si estenda alle garanzie di sicurezza, ai meccanismi di verifica, al ruolo delle organizzazioni internazionali e, in ultima analisi, alla questione di sapere se e come il diritto internazionale possa tornare a essere, in Europa, un vincolo effettivo e non una declarazione formale. Per Kiev la posta in gioco è la preservazione della sovranità come fatto non negoziabile e l’ottenimento di condizioni di affidabilità che escludano la ripetizione dell’aggressione; per Mosca restano centrali esigenze strategiche e territoriali che, nei loro nuclei fondamentali, appaiono strutturalmente incompatibili con le prime. L’inconciliabilità non riguarda dunque il dettaglio tecnico di un confine, ma la concezione stessa dell’ordine di sicurezza continentale.
In questo quadro, la funzione che gli Stati Uniti tentano di ritagliarsi è quella del mediatore, mentre gli attori europei si confrontano con la condizione, più scomoda, di chi subirà in prima persona le conseguenze di qualsiasi sistemazione, giacché la geografia della sicurezza non si negozia. La diplomazia si sviluppa pertanto entro una struttura negoziale plurale, nella quale non esistono soltanto due interlocutori, ma una pluralità di interessi che si sovrappongono e talvolta si contraddicono: Washington, che deve contemperare la propria proiezione globale con le pressioni interne; l’Europa, chiamata a ridefinire la propria autonomia strategica senza disgregare il legame transatlantico; Kiev, che combatte per la propria sopravvivenza come soggetto politico; Mosca, che intende capitalizzare sul piano diplomatico ciò che il campo di battaglia non le ha consegnato in modo netto. La complessità di questa architettura rende conto, meglio di qualsiasi previsione affrettata, dell’assenza di sbocchi rapidi.
A questa stratificazione politica si aggiunge una dimensione militare che non si limita a produrre vittime, ma altera le condizioni stesse della pace futura. Gli attacchi contro le infrastrutture energetiche, i nodi logistici, i centri abitati — e, fra le operazioni più recenti, quelle che hanno colpito l’area di Kramatorsk provocando un numero elevato di vittime civili — non esauriscono il proprio effetto nell’immediata capacità di resistenza della società ucraina. Essi compromettono, in profondità, le premesse materiali della ricostruzione. Un sistema elettrico devastato, una rete ferroviaria interrotta, un tessuto urbano sfigurato esigono investimenti che si misurano in anni, se non in decenni, e che presuppongono a loro volta un contesto di stabilità che oggi non esiste. Il costo della guerra eccede così, e di molto, il costo delle operazioni militari: comprende la perdita irreversibile di capitale produttivo, l’interruzione dei percorsi formativi di un’intera generazione, la dispersione di competenze, il deterioramento prolungato delle condizioni di vita. A ciò si somma una questione demografica che rischia di rivelarsi, sul lungo periodo, più decisiva di qualsiasi clausola territoriale: la possibilità che una parte significativa delle persone costrette all’esilio non faccia ritorno, trasformando uno spostamento provvisorio in un ripopolamento definitivo del continente altrove.
Vi è, infine, una risonanza del conflitto che trascende il perimetro europeo. La guerra ha ridisegnato flussi commerciali e mercati energetici, ha accelerato trasformazioni nelle politiche di difesa di numerosi Stati, ha reso più fragile e controverso il funzionamento di alcune architetture multilaterali. Per questa ragione, interpretare la ricerca di una soluzione come un negoziato essenzialmente territoriale significa fraintenderne la portata: ciò che si decide in Ucraina riguarda anche il futuro dell’ordine europeo e il rapporto, mai definitivamente composto, fra sovranità, sicurezza e diritto.
La qualificazione dello stallo proposta da Rubio coglie dunque una condizione reale, ma non contiene, in sé, l’indicazione della via d’uscita. Una diplomazia all’altezza della situazione dovrebbe compiere il passaggio più difficile: trasformare la lucida consapevolezza dei limiti della guerra nella disponibilità politica ad affrontare, una per una, le questioni che rendono la pace ardua. Il rischio principale, in questa fase, non è l’assenza di un accordo, ma la seduzione di un accordo insufficiente: una tregua che congeli le linee senza disinnescare le cause, e che finisca per offerire a una delle parti non una pace, ma una pausa funzionale alla ripresa. Una sospensione delle ostilità merita rispetto — salva vite, apre spazi, sospende la distruzione — e non va svalutata per il solo fatto di non risolvere, d’un tratto, ogni controversia. Ma la stabilità esige un lavoro ulteriore, che non si improvvisa. La sfida che si impone alla comunità internazionale consiste esattamente nel costruire un percorso nel quale la cessazione della violenza possa costituire il primo momento di una soluzione politica verificabile, anziché l’intervallo precario fra due ondate di ostilità. È in questa differenza, sottile ma decisiva, fra una tregua e una pace, che si gioca il significato autentico — e la possibile vanità — di ogni negoziato che oggi si convochi.
Foto d’archivio di Kyiv: Hwyrd / Wikimedia Commons – Licenza CC BY-SA 4.0.
L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.

