Le previsioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale indicano un’intensificazione eccezionale del fenomeno nel Pacifico. Le implicazioni riguardano non soltanto la meteorologia, ma la sicurezza alimentare, le infrastrutture, la salute pubblica e la capacità delle società di adattarsi all’incertezza climatica in un contesto nel quale la variabilità naturale e il cambiamento antropico si sovrappongono in modi non ancora pienamente compresi. Ma la questione più profonda che il nuovo El Niño pone non è scientifica: è politica. Riguarda la distanza crescente tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo, e la responsabilità istituzionale che questa distanza implica.
La comprensione del cambiamento climatico richiede di distinguere con rigore fenomeni che operano su scale temporali e spaziali differenti, evitando l’errore — frequente nella comunicazione pubblica — di trattare ogni anomalia come prova del riscaldamento globale o, simmetricamente, di negare il riscaldamento globale sulla base di una variabilità locale che ne rappresenta invece l’interferenza.
Il riscaldamento globale rappresenta una trasformazione di lungo periodo del sistema climatico terrestre, determinata dall’accumulo di gas serra nell’atmosfera e caratterizzata da una tendenza di fondo che si manifesta su decenni. Le oscillazioni naturali della circolazione atmosferica e oceanica — El Niño, La Niña, l’oscillazione nord-atlantica, l’oscillazione decennale del Pacifico — possono modificare, su intervalli che vanno da mesi a decenni, la distribuzione delle temperature e delle precipitazioni, producendo anomalie che si sovrappongono alla tendenza di fondo e che possono temporaneamente accelerarla, attenuarla o mascherarla.
Questi processi non sono indipendenti. Interagiscono all’interno di un sistema complesso nel quale le condizioni di partenza possono amplificare gli effetti di determinate anomalie, e nel quale il cambiamento climatico di lungo periodo può modificare la frequenza, l’intensità e la distribuzione geografica degli effetti delle oscillazioni naturali.
Il fenomeno El Niño — la fase calda dell’oscillazione meridionale El Niño-Southern Oscillation (ENSO) — costituisce una delle manifestazioni più importanti di questa variabilità, per la sua capacità di influenzare simultaneamente le condizioni meteorologiche di regioni distanti migliaia di chilometri attraverso connessioni atmosferiche che gli studiosi definiscono teleconnessioni.
L’aggiornamento stagionale pubblicato l’8 ottobre 2026 dalla Organizzazione meteorologica mondiale prevede un ulteriore rafforzamento delle condizioni di El Niño nel trimestre ottobre-dicembre. Le elaborazioni modellistiche indicano per l’area oceanica di riferimento Niño 3.4 un’anomalia media della temperatura superficiale prossima a +3,7 gradi centigradi, con un possibile massimo verso dicembre. Si tratta di un valore che collocherebbe l’evento tra i più intensi mai registrati, paragonabile o superiore a quelli del 1982-83 e del 1997-98, e che rende la situazione particolarmente meritevole di attenzione. È essenziale sottolineare che si tratta di una previsione relativa a una specifica regione del Pacifico equatoriale, non di un aumento della temperatura media dell’intero pianeta: la distinzione è cruciale per evitare interpretazioni improprie che confondano l’anomalia regionale con il riscaldamento globale o, al contrario, che usino la variabilità naturale per negare quest’ultimo.
La distinzione è essenziale per evitare interpretazioni improprie che, nella comunicazione pubblica, tendono a sovrapporre piani diversi del fenomeno climatico.
El Niño modifica gli scambi di energia tra oceano e atmosfera, influenzando la circolazione tropicale e, attraverso connessioni atmosferiche più ampie — le cosiddette onde di Rossby — le condizioni meteorologiche di numerose regioni del mondo, dalle coste del Sud America al Sudafrica, dall’Australia al Mediterraneo.
Le conseguenze non sono uniformi né deterministiche. Alcune aree possono sperimentare un incremento della probabilità di precipitazioni intense e di inondazioni, mentre altre possono essere maggiormente esposte alla siccità, agli incendi e alle ondate di calore. Gli effetti dipendono inoltre dalla stagione, dalla posizione geografica, dall’interazione con altri fattori climatici e dallo stato di partenza del sistema — umidità del suolo, copertura nevosa, stato della vegetazione — che può amplificare o attenuare la risposta a una medesima forzante atmosferica.
Non sarebbe quindi scientificamente corretto attribuire automaticamente ogni evento meteorologico estremo a El Niño, così come non sarebbe corretto attribuirlo automaticamente al cambiamento climatico. La scienza del clima opera in termini di probabilità e di attribuzione, non di causalità deterministica applicata al singolo evento.
Ciò che le previsioni consentono di individuare è piuttosto una modificazione delle probabilità e delle condizioni di rischio: un aumento della probabilità che determinati eventi si verifichino in determinate regioni, non la certezza che si verifichino.
Questa distinzione tra previsione probabilistica e certezza dell’evento costituisce un elemento fondamentale della moderna scienza climatica e, al contempo, uno degli ostacoli più difficili da superare nella comunicazione pubblica e nel processo decisionale. I decisori politici e l’opinione pubblica tendono a ragionare in termini binari — l’evento ci sarà o non ci sarà — mentre la scienza offre distribuzioni di probabilità che richiedono una diversa concezione della responsabilità e dell’azione.
Il problema assume una rilevanza particolarmente significativa quando viene considerato dal punto di vista delle società umane e della loro capacità di risposta.
Un’anomalia nelle precipitazioni può modificare la disponibilità di acqua per l’agricoltura, con effetti che si propagano lungo le catene di approvvigionamento alimentare e che possono colpire in modo asimmetrico le popolazioni più dipendenti dall’agricoltura di sussistenza. Un aumento della temperatura può incidere sulla salute delle persone — in particolare sugli anziani e sui malati cronici — sui consumi energetici, sulla produttività del lavoro all’aperto e sulla diffusione di malattie trasmesse da vettori. Le alterazioni dei regimi meteorologici possono influenzare la sicurezza delle infrastrutture, la stabilità dei versanti, l’organizzazione dei sistemi alimentari e la capacità dei sistemi sanitari di far fronte a picchi di domanda.
Le conseguenze economiche e sociali dipendono però anche — e in misura determinante — dalla capacità dei territori di affrontare tali cambiamenti, dalla loro capacità adattativa, come la letteratura sulla vulnerabilità climatica la definisce.
Due comunità esposte a condizioni meteorologiche simili possono subire danni molto differenti in relazione alla qualità delle infrastrutture, alla disponibilità di servizi pubblici, alla condizione economica della popolazione, alla diversificazione dell’economia locale e all’efficienza dei sistemi di prevenzione e di allertamento. La vulnerabilità climatica non è dunque soltanto una proprietà dell’ambiente naturale o dell’intensità dell’evento: è anche il risultato delle scelte attraverso le quali le società organizzano il proprio rapporto con il territorio, distribuiscono le risorse e costruiscono le capacità istituzionali.
Le previsioni stagionali dovrebbero essere utilizzate per orientare politiche agricole — scelta delle colture, gestione dell’irrigazione, pianificazione della semina — gestione delle risorse idriche, pianificazione energetica e preparazione sanitaria, con una capacità di traduzione operativa che nella maggior parte dei Paesi rimane largamente insufficiente.
La loro utilità non consiste nel promettere una conoscenza esatta del futuro, ma nel rendere possibili decisioni più consapevoli in condizioni di incertezza, spostando il punto di decisione dalla reazione all’evento alla preparazione della sua possibilità.
La crescente capacità scientifica di osservare gli oceani — attraverso boe, satelliti, modelli numerici — e modellizzare l’atmosfera pone quindi una responsabilità istituzionale crescente: la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo diventa essa stessa una forma di rischio.
Disporre di informazioni sempre più sofisticate senza trasformarle in strumenti di prevenzione, senza costruire le capacità operative per utilizzarle, significherebbe lasciare incompiuto il passaggio dalla conoscenza alla protezione e rendere la scienza un esercizio di descrizione impotente.
La sfida climatica contemporanea non riguarda soltanto la capacità di prevedere ciò che potrebbe accadere. Riguarda soprattutto la volontà politica di organizzare le società in modo che gli eventi naturali non si trasformino sistematicamente in crisi umanitarie ed economiche, e che la variabilità del clima — che è sempre esistita e continuerà a esistere — incontri sistemi sociali capaci di assorbirla senza collassare.
L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo. Fotografia: NASA Scientific Visualization Studio — Greg Shirah e Antonio Busalacchi; fonte Wikimedia Commons; licenza Pubblico dominio (NASA). Anomalia della temperatura superficiale del Pacifico durante El Niño nel dicembre 1997: ricostruzione storica, non previsione per il 2026.

