L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

GLI IMPOLLINATORI E IL PROBLEMA DEL VALORE NON MONETIZZABILE: BIODIVERSITÀ, AGRICOLTURA E I LIMITI EPISTEMOLOGICI DELLA CONTABILITÀ ECONOMICA

Un’ape su un fiore spontaneo, esempio del ruolo degli impollinatori.

La relazione fra attività economica e processi ecologici costituisce uno dei punti di maggiore tensione fra il modello di razionalità che governa la contabilità nazionale e la realtà materiale della produzione. Il prodotto interno lordo — strumento di misurazione della produzione economica che ha dominato il dibattito pubblico per oltre mezzo secolo — registra i flussi di valore che attraversano il mercato, ma non cattura le condizioni ecologiche che rendono possibili tali flussi. La fertilità dei suoli, la regolazione del ciclo idrologico, la capacità degli ecosistemi di assorbire pressioni ambientali, l'impollinazione: tutte queste sono condizioni fondamentali della produzione che non vengono direttamente acquistate, vendute o remunerate, e che pertanto restano — nella rappresentazione economica convenzionale — invisibili fino al momento della loro compromissione.

Gli insetti impollinatori offrono, a questo proposito, un caso di studio paradigmatico. La loro attività contribuisce alla riproduzione di numerose specie vegetali e sostiene una parte importante dell'agricoltura mondiale. Tuttavia, il valore economico di tale funzione diventa pienamente evidente — e socialmente percepibile — soprattutto quando la sua continuità viene minacciata. La valutazione scientifica dell'IPBES dedicata all'impollinazione ha documentato che oltre tre quarti delle principali tipologie di colture alimentari mondiali dipendono almeno parzialmente dall'impollinazione animale. È essenziale precisare, come gli stessi autori della valutazione sottolineano, che questa percentuale riguarda le tipologie di colture, non la quantità complessiva degli alimenti prodotti: non tutta la produzione agricola dipende nello stesso modo dagli impollinatori, e colture fondamentali come i cereali utilizzano meccanismi riproduttivi differenti.

La distinzione è metodologicamente cruciale, perché l'uso improprio del dato — la sua trasformazione da indicatore di dipendenza strutturale a slogan apocalittico — può produrre effetti paradossalmente controproducenti: può generare un senso di urgenza emotiva che non si traduce in politiche efficaci, oppure può essere strumentalizzato per delegittimare la ricerca scientifica attraverso la sua caricatura. La complessità del fenomeno richiede una comunicazione che non semplifichi senza impoverire: che renda accessibile senza banalizzare.

Il problema ambientale nasce dall'interazione di molteplici pressioni — la trasformazione degli habitat, la frammentazione del paesaggio, l'impiego non appropriato di prodotti fitosanitari, la diffusione di patogeni e parassiti, i cambiamenti climatici — che agiscono in modo sinergico e non lineare. Non esiste una causa unica, né le differenti specie rispondono nello stesso modo alle trasformazioni ambientali. Questa complessità rende insufficiente una politica di conservazione fondata esclusivamente sulla protezione di singole specie considerate simboliche: le api domestiche, pur avendo un'importanza economica e culturale rilevante, non rappresentano l'intero universo degli impollinatori. Api selvatiche, farfalle, sirfidi, coleotteri e altri organismi contribuiscono, con modalità e in contesti differenti, al funzionamento degli ecosistemi. La tutela della biodiversità richiede quindi attenzione alle relazioni ecologiche e alla disponibilità di habitat diversificati.

La politica europea ha progressivamente riconosciuto questa esigenza. Il regolamento sul ripristino della natura prevede, fra i propri obiettivi, l'inversione del declino degli impollinatori entro il 2030. Nel novembre 2025 la Commissione europea ha inoltre adottato un sistema comune di monitoraggio destinato a rendere comparabili le informazioni raccolte dagli Stati membri. L'importanza di questa impostazione consiste nel collegare la protezione ambientale alla misurazione scientifica dei risultati: la conservazione non può essere valutata soltanto attraverso il numero degli interventi realizzati o la superficie degli habitat tutelati, ma deve essere misurata attraverso l'effettivo miglioramento delle condizioni delle popolazioni biologiche e il recupero della funzionalità ecosistemica.

Il tema coinvolge direttamente il modello agricolo. Un paesaggio caratterizzato da una maggiore diversità di ambienti — siepi, margini vegetati, aree seminaturali, fasce tampone, stagni, prati fioriti — può offrire condizioni differenti rispetto a un territorio nel quale questi elementi siano stati progressivamente eliminati in nome della razionalizzazione produttiva. Le politiche agricole devono tuttavia confrontarsi con esigenze produttive reali: la tutela della biodiversità non può essere presentata come una semplice opposizione all'attività economica, né come un vincolo imposto dall'esterno a chi opera nel settore primario. Richiede invece la ricerca di modelli capaci di integrare produttività, sostenibilità e conservazione — e la costruzione di strumenti economici che riconoscano la funzione ecologica svolta dagli agricoltori senza ridurla a un insieme di adempimenti formali.

Gli agricoltori, in questa prospettiva, sostengono costi e responsabilità che possono produrre benefici ambientali estesi all'intera collettività — benefici che non si traducono automaticamente in un prezzo di mercato, ma che sono reali e misurabili in termini di servizi ecosistemici. La costruzione di strumenti economici adeguati — pagamenti per servizi ecosistemici, fiscalità ambientale differenziata, meccanismi di compensazione — dovrebbe riconoscere questa funzione senza trasformarla in un sussidio passivo, ma orientandola verso risultati verificabili.

La vicenda degli impollinatori mostra, infine, un limite più generale delle concezioni economiche fondate esclusivamente sui valori immediatamente monetizzabili. Un processo naturale può essere essenziale senza avere un prezzo direttamente osservabile. La sua perdita può generare costi considerevoli — in termini di riduzione della produttività agricola, di perdita di biodiversità, di impoverimento alimentare, di destabilizzazione degli ecosistemi — proprio perché il sistema produttivo ne aveva presupposto gratuitamente la disponibilità. Proteggere gli impollinatori significa, in ultima analisi, riconoscere che la prosperità economica non è separabile dalla qualità ecologica del territorio, e che la natura non costituisce soltanto il contesto esterno nel quale si svolge la produzione: ne rappresenta una delle condizioni fondamentali — una condizione che, a differenza di un macchinario, non può essere sostituita in tempi brevi né replicata artificialmente a costi sostenibili.

Fonti e riferimenti

Commissione europea, monitoraggio impollinatori 2025

Fotografia in evidenza: Un’ape su un fiore spontaneo, esempio del ruolo degli impollinatori. Autore: Gorillo.Chimpo. Fonte: Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bee_on_wildflower.jpg). Licenza: CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/). Immagine originale non ritagliata; nessuna modifica.