di Francesco Costanzo
Se l’attività fisica fosse esclusivamente una decisione individuale, la geografia della sedentarietà dovrebbe essere meno netta di quanto effettivamente osserviamo. Invece essa presenta differenze territoriali e sociali così marcate da imporre una domanda scomoda: quanto della nostra possibilità di muoverci dipende da scelte personali e quanto dalle condizioni materiali della vita quotidiana? Questa domanda non toglie valore alla responsabilità individuale; impedisce di trasformarla nell’unica spiegazione di un fenomeno collettivo.
Secondo il rapporto Istat sui fattori di rischio per la salute, diffuso nell’aprile 2026 con riferimento al 2025, il 30,8 per cento della popolazione italiana dai tre anni in su non praticava né sport né altra attività fisica nel tempo libero. È una quota in diminuzione rispetto al 2024, segnale che il quadro nazionale sta migliorando. In Calabria, tuttavia, la percentuale raggiungeva il 46 per cento, il valore più elevato tra le regioni italiane; nel Mezzogiorno nel suo complesso era pari al 41,2 per cento. Non è un semplice divario tra territori: è una diversa distribuzione delle possibilità di accesso al movimento, sulla quale pesano fattori molteplici, da indagare senza attribuire tutto a un’unica causa.
Sarebbe scorretto sostenere che le preferenze individuali non contino. Le abitudini familiari, l’educazione ricevuta, il tempo libero e la motivazione personale hanno un ruolo. Ma nessuna scelta avviene in condizioni perfettamente eguali. Per chi lavora su turni, dispone di un reddito modesto, vive lontano da servizi e spazi sicuri oppure deve svolgere attività di cura, trovare tempo e occasioni per muoversi può essere più difficile. La sedentarietà non coincide automaticamente con la mancanza di volontà; può esprimere anche una disuguaglianza nell’organizzazione sociale del tempo e dello spazio.
Il gradiente educativo rilevato dall’Istat è particolarmente significativo. Nella popolazione di almeno venticinque anni, la quota di persone che non praticano sport né attività fisica nel tempo libero era nel 2025 del 15,0 per cento tra i laureati, del 26,1 per cento tra i diplomati e del 49,8 per cento tra quanti possiedono al massimo la licenza media. Il dato non prova, da solo, che il titolo di studio sia la causa della sedentarietà: istruzione, reddito, professione, condizioni abitative, salute e contesto familiare possono interagire. Rende però insostenibile una spiegazione esclusivamente moralistica, fondata sull’idea che chi non si muove semplicemente non voglia farlo.
La questione pubblica non si risolve con il conteggio degli impianti e degli eventi, di cui abbiamo già discusso come strumenti di vita comunitaria. Il passo ulteriore è misurare chi resta escluso e per quali ragioni. La presenza di una palestra non dice quanto costi utilizzarla; una pista ciclabile non spiega se sia collegata a percorsi sicuri; una piscina pubblica non garantisce che gli orari siano compatibili con chi lavora. La qualità del servizio deve essere osservata dalla prospettiva di chi potrebbe beneficiarne e oggi non lo utilizza.
Un intervento orientato alla giustizia sociale dovrebbe perciò interrogarsi sui gruppi che incontrano maggiori difficoltà: bambini le cui famiglie non possono sostenere costi di iscrizione e trasporto, persone anziane con mobilità ridotta, cittadini con disabilità, lavoratori con orari discontinui, donne gravate in misura diversa da responsabilità di cura. Non esiste una misura unica per tutti. Servono possibilità differenziate, accessibili, continuative e vicine ai luoghi in cui la vita si svolge, accompagnate da una valutazione pubblica dei risultati.
La scuola può assumere una funzione decisiva, non soltanto perché offre attività motorie, ma perché permette di incontrare il movimento prima che il reddito familiare e le abitudini sociali determinino opportunità molto differenti. Un’educazione motoria continuativa, capace di accogliere capacità e corpi diversi, può contribuire a consolidare familiarità con l’attività fisica senza ridurla a prestazione agonistica. Anche dopo l’età scolastica, la continuità delle occasioni conta più della celebrazione occasionale dell’evento.
La Calabria dispone di un patrimonio ambientale e paesaggistico che potrebbe sostenere forme molteplici di movimento: camminare, andare in bicicletta, frequentare parchi e percorsi naturali, praticare sport organizzati e attività all’aperto. Ma la bellezza del paesaggio non è, di per sé, accessibilità. Un sentiero senza manutenzione, una costa raggiungibile solo in automobile, un quartiere senza marciapiedi o illuminazione non trasformano automaticamente una risorsa naturale in un’opportunità per tutti. La differenza tra disponibilità del territorio e possibilità di utilizzarlo è precisamente il campo nel quale una politica pubblica può incidere.
La misura del successo dovrebbe essere il progressivo restringimento dei divari, non soltanto l’aumento delle iniziative organizzate. Quando in una regione quasi una persona su due non pratica attività fisica nel tempo libero, il problema non è soltanto sportivo. Riguarda la prevenzione, la qualità della vita, l’eguaglianza delle opportunità e il modo in cui il corpo di ciascuno incontra — o non incontra — le possibilità offerte dalla società. Restituire libertà al movimento significa, anzitutto, smettere di considerare uguali condizioni che uguali non sono.
Fonti documentarie principali
- Istat, Fattori di rischio per la salute — anno 2025, 1 aprile 2026 — Documento originale
Fotografia in evidenza: Attività motoria in un centro comunitario — Autore: Safyrr — Fonte: Wikimedia Commons (scheda originale) — Licenza: CC BY-SA 4.0 — Modifiche all’immagine originale: nessuna; eventuale ridimensionamento tecnico automatico di WordPress.
L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.

