La coerenza — intesa come continuità fra principi dichiarati, decisioni assunte e comportamenti tenuti nel tempo — costituisce, nella tradizione etica occidentale, una virtù fondamentale. Aristotele la inscrive nella struttura della phronesis, la prudenza pratica che permette di mantenere coerenza fra il fine e i mezzi nel corso del tempo; la tradizione stoica la identifica con l'integrità del saggio, che non si lascia deviare dalle circostanze; la moderna etica della responsabilità weberiana la collega alla capacità di rispondere delle proprie scelte dinanzi alla collettività. In tutte queste prospettive, la coerenza è un valore perché permette di riconoscere responsabilità, affidabilità e stabilità delle convinzioni — qualità senza le quali la vita sociale e politica diventa impraticabile.
Esiste tuttavia una forma differente — e meno evidente — di coerenza, che non coincide con la fedeltà ai principi ma con la rigidità delle opinioni: quella che identifica la solidità del pensiero con l'impossibilità di modificarlo. Quando una convinzione diventa un elemento intangibile dell'identità personale — quando, in altri termini, la persona si identifica con la propria opinione al punto che la sua revisione equivale a una perdita di sé — qualsiasi cambiamento di giudizio rischia di essere interpretato come cedimento, come incoerenza, come debolezza. Il cambiamento di opinione non viene più valutato sulla base delle ragioni che lo hanno determinato, ma attraverso il confronto con una posizione precedentemente sostenuta: la fedeltà alla posizione iniziale finisce così per prevalere sulla fedeltà alla ricerca della verità.
Questa concezione produce un paradosso che attraversa l'intera vita pubblica contemporanea. La persona che modifica il proprio giudizio in seguito all'acquisizione di nuove conoscenze, alla comprensione di argomenti che non aveva considerato, o alla verifica empirica di una previsione che non si è realizzata, può essere considerata meno affidabile di chi continua a sostenere una tesi nonostante l'emergere sistematico di elementi contrari. L'ostinazione viene scambiata per fermezza; la disponibilità alla revisione viene scambiata per volubilità. Il risultato è un ambiente intellettuale nel quale il costo sociale del cambiamento supera il costo epistemico dell'errore — e nel quale, conseguentemente, gli errori proliferano perché nessuno può permettersi di ammetterli.
Una cultura civile matura dovrebbe distinguere con maggiore precisione la coerenza dei principi dalla rigidità delle opinioni. I principi — la giustizia, l'uguaglianza, la libertà, la dignità della persona — possono orientare stabilmente il giudizio e fornire un quadro normativo permanente entro il quale valutare le questioni concrete. Le valutazioni relative a problemi concreti — l'efficacia di una politica economica, l'opportunità di un'infrastruttura, la sostenibilità di un modello energetico — devono poter essere sottoposte a verifica e, se necessario, a revisione. Chi riconosce il valore della giustizia, per esempio, non è obbligato a mantenere immutata la propria interpretazione di ogni politica pubblica: può modificare il giudizio su uno strumento specifico senza abbandonare il principio che ne aveva motivato l'adozione. Il cambiamento razionale non rappresenta necessariamente una contraddizione: può costituire il risultato di una maggiore comprensione.
Questa distinzione assume particolare importanza nella vita democratica, dove le decisioni collettive vengono assunte in condizioni di conoscenza inevitabilmente incompleta. I problemi economici, sociali e istituzionali sono caratterizzati da relazioni complesse, conseguenze non sempre prevedibili, effetti ritardati e informazioni che si modificano nel tempo. Pretendere che ogni posizione rimanga immutabile — che ogni previsione si dimostri infallibile, che ogni scelta si riveli ottimale — significa negare una delle condizioni fondamentali della razionalità pubblica: la possibilità di correggere gli errori. Una democrazia che non prevede meccanismi di revisione è una democrazia che si condanna alla rigidità — e la rigidità, in politica come in ingegneria, è la premessa della frattura.
Naturalmente, il diritto di cambiare idea non deve essere confuso con l'opportunismo. Esiste una differenza sostanziale — e politicamente decisiva — fra modificare una convinzione perché sono emersi nuovi argomenti, nuove evidenze, nuove considerazioni che non erano state prese in conto, e abbandonarla esclusivamente per convenienza, per calcolo elettorale, per pressione dei gruppi di interesse. La distinzione non può essere stabilita attraverso una presunzione sulle intenzioni individuali — sarebbe una forma di inquisizione delle coscienze incompatibile con il liberalismo politico. Richiede piuttosto attenzione alla qualità delle motivazioni: una revisione intellettualmente responsabile dovrebbe rendere comprensibile il percorso che ha condotto al cambiamento, dovrebbe indicare quali elementi siano stati rivalutati, quali conoscenze siano intervenute, perché la conclusione precedente non appaia più sufficientemente fondata. In questo senso, cambiare idea può richiedere maggiore rigore che mantenerla.
La questione riguarda anche l'educazione. Una formazione orientata esclusivamente alla ricerca della risposta corretta — alla memorizzazione di conclusioni, alla ripetizione di tesi consolidate, alla produzione di prestazioni misurabili — rischia di sottovalutare il processo attraverso il quale le conoscenze vengono costruite, discusse, contestate e modificate. Sarebbe invece importante insegnare che l'errore riconosciuto costituisce una componente del progresso intellettuale — che la scienza progredisce anche attraverso il controllo critico delle ipotesi e la loro eventuale confutazione, e che il pensiero critico consiste non nel possedere risposte definitive ma nel sottoporre continuamente le proprie convinzioni a verifica.
Questo non significa, è bene sottolinearlo, attribuire lo stesso valore a tutte le opinioni. La disponibilità alla revisione presuppone, al contrario, l'esistenza di criteri attraverso i quali distinguere argomentazioni solide e affermazioni infondate, evidenze documentate e asserzioni arbitrarie, inferenze corrette e sofismi. Il pluralismo autentico non consiste nell'indifferenza verso la verità — in un relativismo che livella ogni posizione e rende impossibile il giudizio — ma nella consapevolezza che nessun individuo dispone di una conoscenza completa e definitiva di ogni questione, e che la verità, quando è raggiungibile, lo è attraverso un processo di confronto, verifica e revisione che non si esaurisce mai in un singolo punto di vista.
Anche le istituzioni potrebbero beneficiare di questa impostazione. Una decisione pubblica dovrebbe essere accompagnata, quando possibile, da strumenti di valutazione ex post che consentano di verificarne gli effetti empirici. La possibilità di modificare una politica sulla base dei risultati osservati — di correggere, di integrare, di abbandonare — non dovrebbe essere interpretata automaticamente come il riconoscimento di un fallimento. Può rappresentare, invece, una manifestazione di responsabilità amministrativa: la capacità di imparare dall'esperienza, di adattare gli strumenti ai fini, di riconoscere che la complessità del reale eccede sempre la capacità predittiva del decisore.
Una società che considera ogni revisione una sconfitta incoraggia la difesa delle posizioni iniziali anche quando esse risultano difficilmente sostenibili, e produce un ambiente nel quale il dibattito pubblico si irrigidisce in posizioni immutabili che non rispondono più alla realtà. Una società che riconosce il valore del cambiamento motivato crea condizioni più favorevoli alla conoscenza, al confronto e all'apprendimento collettivo. Il diritto di cambiare idea dovrebbe pertanto essere accompagnato da un dovere: quello di spiegare razionalmente perché il proprio giudizio è cambiato. La libertà intellettuale non consiste soltanto nella possibilità di esprimere convinzioni: consiste anche nella facoltà di rivederle senza rinunciare alla propria dignità. La vera coerenza del pensiero non risiede nell'immobilità delle conclusioni, ma nella continuità del metodo attraverso il quale esse vengono elaborate.
L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.
Fotografia in evidenza: Biblioteca a Magenta, spazio simbolico di conoscenza e confronto. Autore: Russelljtdyer. Fonte: Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:MagentaItaly_Biblioteca.jpeg). Licenza: Pubblico dominio (dedica dell’autore) (https://creativecommons.org/publicdomain/mark/1.0/). Immagine originale non ritagliata; nessuna modifica.

