L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

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IL GOVERNO DEL FUOCO: PREVENZIONE INCENDI COME POLITICA TERRITORIALE STRUTTURALE E CRITICA DELLA LOGICA EMERGENZIALE

Bosco interessato da incendio nell’Aspromonte, Calabria, 2021.

La gestione del rischio incendi nei territori mediterranei costituisce, da un punto di vista epistemologico, un caso paradigmatico di ciò che la teoria delle politiche pubbliche definisce un "problema perverso" (wicked problem): una questione la cui definizione stessa è oggetto di contestazione, le cui cause sono multiple e interagenti, le cui soluzioni implicano trade-off inevitabili fra obiettivi legittimi ma conflittuali, e i cui effetti si manifestano con una temporalità che non coincide con quella del ciclo politico-amministrativo. La prevenzione degli incendi boschivi, in particolare, si colloca in una posizione strutturalmente sfavorevole all'interno delle gerarchie dell'agenda pubblica: i suoi benefici sono invisibili nel momento in cui si producono — un incendio non divampato non genera immagini, non mobilita risorse, non crea narrazione — mentre i suoi costi sono immediatamente visibili e politicamente costosi.

La Calabria rappresenta, in questo quadro, un contesto di analisi particolarmente significativo. La regione calabrese presenta una combinazione di fattori — estensione del patrimonio forestale, morfologia montana e collinare, distribuzione insediativa lungo versanti e vallate, presenza di aree agricole marginali in progressivo abbandono, condizioni climatiche caratterizzate da estati sempre più lunghe, calde e secche — che configura un livello di esposizione al rischio incendi significativo nel contesto mediterraneo. Questa esposizione non è, tuttavia, un destino geografico: è il prodotto di relazioni fra sistemi ecologici, pratiche di uso del suolo, dinamiche demografiche, capacità istituzionali e scelte politiche che si stratificano nel tempo.

La Giunta regionale calabrese ha approvato nell'aprile 2026 il Piano antincendio boschivo per l'anno in corso, ponendo particolare enfasi sulla prevenzione e sull'adattamento alle trasformazioni climatiche in atto. Nell'ambito della programmazione europea 2021-2027, la Regione ha inoltre previsto un intervento da cinque milioni di euro dedicato al monitoraggio e all'allertamento precoce. Queste iniziative, nella loro concretezza, meritano di essere valutate non soltanto per il loro contenuto tecnico ma per la loro collocazione all'interno di una più ampia questione di teoria della governance territoriale.

Il punto cruciale riguarda il rapporto fra innovazione tecnologica e gestione ordinaria del paesaggio. Sistemi di osservazione satellitare, droni, sensori di rilevamento precoce, modelli predittivi basati sull'intelligenza artificiale: queste tecnologie possono senz'altro migliorare la capacità di individuare tempestivamente un focolaio e di orientare l'intervento di spegnimento. Esse non possono, tuttavia, sostituire la manutenzione del territorio. Un paesaggio forestale non è un insieme uniforme di biomassa combustibile: è un sistema ecologico e produttivo nel quale convivono vegetazione spontanea, colture agricole, pascoli, infrastrutture lineari, insediamenti diffusi e differenti regimi di appropriazione delle risorse naturali. Quando queste relazioni si allentano — per effetto dell'abbandono agricolo, della riduzione delle attività pastorali, della mancanza di manutenzione delle aree di interfaccia — il paesaggio si trasforma, accumulando in determinate condizioni biomassa in modo discontinuo e creando le premesse per incendi di intensità e velocità che nessuna tecnologia di allertamento può compensare.

Non si tratta, è bene precisarlo, di attribuire all'abbandono rurale una responsabilità causale esclusiva. Le cause degli incendi sono molteplici, e comprendono — come la giurisprudenza e la letteratura criminologica documentano con chiarezza — comportamenti dolosi e colposi che rispondono a logiche speculative, di rappresaglia, di incuria o di semplice disattenzione. Si tratta piuttosto di riconoscere che la vulnerabilità del territorio — la sua esposizione potenziale a danni di determinata entità — dipende anche dalle modalità attraverso le quali esso viene abitato, coltivato, pascolato, mantenuto. La prevenzione, in questa accezione, non è una tecnica settoriale: è una politica territoriale complessiva che coinvolge l'urbanistica, l'agricoltura, la selvicoltura, la protezione civile e la governance delle aree interne.

Particolare attenzione merita, in questo quadro, la cosiddetta interfaccia urbano-rurale (wildland-urban interface), quella zona di transizione nella quale abitazioni, infrastrutture e vegetazione si trovano in stretta prossimità, e nella quale il rischio non riguarda soltanto la perdita di superficie forestale ma direttamente la sicurezza delle persone e la continuità dei servizi essenziali. La pianificazione in queste aree dovrebbe essere differenziata per livelli di esposizione e vulnerabilità, evitando interventi indifferenziati che possono risultare ecologicamente controproducenti — come la rimozione indiscriminata della vegetazione, che può accelerare l'erosione dei suoli e ridurre la capacità di ritenzione idrica — e privilegiando invece interventi fondati su conoscenze ecologiche, valutazioni puntuali e criteri di proporzionalità.

Esiste infine una dimensione economica della prevenzione che raramente trova spazio nei bilanci pubblici, proprio perché i suoi risultati sono, per definizione, controfattuali: non si può misurare ciò che non è accaduto. Un incendio evitato non genera fatturato, non crea occupazione, non produce immagini televisive. Eppure, la riduzione dei danni potenziali — in termini di perdita di biodiversità, di erosione dei suoli, di compromissione di aree protette, di interruzione di attività economiche, di rischio per la vita umana — può rappresentare una delle forme più rilevanti di risparmio collettivo. Sviluppare indicatori capaci di valutare la qualità della manutenzione, la continuità delle attività preventive e l'effettiva riduzione dell'esposizione al rischio — anziché limitarsi a contare il numero degli interventi di spegnimento — costituisce una sfida metodologica che le istituzioni di ricerca e le amministrazioni competenti dovrebbero affrontare con urgenza.

La Calabria potrebbe trovare, nella gestione forestale integrata, una delle occasioni più concrete per rafforzare il nesso fra tutela ambientale e sviluppo territoriale. Le attività di manutenzione programmata, ricerca applicata, formazione specialistica e gestione sostenibile del patrimonio boschivo possono contribuire alla costruzione di competenze e opportunità occupazionali stabili, a condizione che siano inserite in quadri pluriennali di programmazione e non siano affidate esclusivamente alla stagionalità dell'emergenza. La questione fondamentale, in ultima analisi, consiste nel passaggio dalla cultura dell'intervento alla cultura della prevenzione: non perché l'emergenza possa essere eliminata — sarebbe un'illusione pericolosa — ma perché una comunità istituzionalmente matura dovrebbe misurare la propria capacità di protezione anche attraverso i pericoli che riesce a ridurre prima che si manifestino.

Fonti e riferimenti

Regione Calabria, Piano AIB 2026; Calabria Europa, sistema di monitoraggio incendi

Fotografia in evidenza: Bosco interessato da incendio nell’Aspromonte, Calabria, 2021. Autore: Cesare Barillà. Fonte: Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Dichotomy.jpg). Licenza: CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/). Immagine originale non ritagliata; nessuna modifica.