L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

Il paese delle competenze espresse: perché l’istruzione degli adulti è una questione economica e democratica

Sede di Vercelli di un Centro provinciale per l’istruzione degli adulti (CPIA), Piazza Cesare Battisti

La discussione pubblica italiana sull’istruzione tende a concentrarsi, con una regolarità quasi rituale, sulla scuola, sull’università e sulle difficoltà che i giovani incontrano nell’ingresso al mercato del lavoro. Questa attenzione, per quanto legittima, lascia relativamente in ombra una questione destinata ad assumere un peso crescente: la qualità delle competenze possedute dalla popolazione adulta e la capacità dell’intero sistema sociale di aggiornarle lungo tutto l’arco della vita. In un’economia segnata dall’evoluzione tecnologica accelerata, dalla continua trasformazione delle professioni e dalla complessità crescente delle organizzazioni, l’apprendimento non può più essere concepito come un’esperienza circoscritta alla giovinezza. Esso diventa, a tutti gli effetti, una funzione permanente della cittadinanza economica e civile, una condizione strutturale senza la quale né la produttività né la partecipazione democratica possono sostenersi nel tempo.

L’indagine internazionale sulle competenze degli adulti condotta dall’OCSE nel 2022-2023, i cui esiti sono stati resi pubblici nel dicembre 2024, consente di osservare alcune criticità di natura strutturale del sistema italiano. Tra le persone di età compresa tra i 16 e i 65 anni, il 35% si colloca al livello più basso, o al di sotto del livello 1, nelle competenze di comprensione e utilizzazione dei testi, a fronte di una media OCSE attestata intorno al 26%. Una quota analoga presenta competenze numeriche limitate, mentre nel problem solving adattivo — la capacità di affrontare situazioni nuove per le quali non esistono procedure già apprese — la percentuale sale al 46%, contro una media internazionale del 29%. Il quadro che ne risulta è quello di un Paese nel quale una quota rilevante di cittadini dispone di strumenti cognitivi relativamente fragili per muoversi in contesti che richiedono l’interpretazione di informazioni complesse, il ragionamento quantitativo e l’adattamento a problemi imprevisti.

È necessario, tuttavia, introdurre subito una precisazione metodologica che eviti derive allarmistiche. Tali risultati non autorizzano a rappresentare una parte consistente della popolazione come incapace di comprendere la realtà. Le competenze rilevate dall’indagine sono specifiche, misurate attraverso prove standardizzate, e risentono di numerose condizioni individuali e sociali che le prove non colgono integralmente. Esse indicano nondimeno una difficoltà reale e meritevole di attenzione, perché la distanza rispetto alla media internazionale non è marginale e perché investe competenze che la vita quotidiana, professionale e civile richiede con frequenza crescente.

Le conseguenze economiche di questo stato di cose sono significative. Un sistema produttivo fondato in larga misura sulla ripetizione di procedure consolidate può continuare a funzionare anche in presenza di competenze relativamente limitate, perché si regge su routine trasmesse e su un’organizzazione del lavoro poco esigente in termini di autonomia cognitiva. Quando però la competitività dipende dalla capacità di innovare, di incorporare nuove tecnologie, di interpretare flussi di dati e di modificare processi organizzativi, la qualità delle conoscenze diventa una componente essenziale della produttività e, con essa, della capacità di un sistema-Paese di sostenere i propri livelli occupazionali e retributivi. La formazione permanente non dovrebbe pertanto essere considerata una misura compensativa, destinata esclusivamente ai lavoratori che perdono l’impiego. Essa costituisce una delle condizioni necessarie affinché l’innovazione tecnologica non si traduca in nuove e più profonde forme di esclusione.

Esiste poi una dimensione democratica del problema, spesso sottovalutata nei dibattiti sull’istruzione. Comprendere un documento amministrativo, valutare un’informazione statistica, distinguere una correlazione da un rapporto causale, interpretare correttamente una comunicazione sanitaria o confrontare con spirito critico programmi di politica pubblica sono attività che richiedono competenze non molto diverse da quelle necessarie in numerosi contesti professionali. Una società nella quale l’accesso effettivo alla conoscenza resta fortemente diseguale rischia di vedere crescere, parallelamente, la distanza tra cittadini e istituzioni. La complessità delle decisioni pubbliche può così trasformarsi in una barriera che esclude, anziché costituire un’occasione di partecipazione consapevole e informata.

Affrontare il problema italiano non significa, di conseguenza, limitarsi ad aumentare il numero dei corsi disponibili. Occorre interrogarsi a fondo sulle condizioni concrete che permettono agli adulti di frequentarli effettivamente. Il tempo sottratto al lavoro e alle responsabilità familiari, la distribuzione territoriale delle opportunità formative, i costi economici diretti e indiretti, la qualità dell’offerta e il riconoscimento spendibile delle competenze acquisite sono tutti fattori decisivi. Un sistema di formazione permanente che riesca a raggiungere prevalentemente le persone già altamente istruite rischia, paradossalmente, di ampliare le disuguaglianze che dovrebbe ridurre, perché concentra ulteriori risorse presso chi già ne dispone.

Diventa quindi necessario costruire un rapporto più stretto e organico tra istituzioni formative, imprese, amministrazioni pubbliche, biblioteche, associazioni e organizzazioni professionali. L’apprendimento degli adulti deve poter assumere forme differenti e flessibili, purché sempre accompagnate da criteri verificabili di qualità e da meccanismi di certificazione che ne rendano riconoscibile il valore. In questa prospettiva anche il concetto stesso di capitale umano richiede una revisione profonda. Le competenze non sono soltanto una risorsa individuale da spendere sul mercato del lavoro; sono un patrimonio collettivo che influenza la capacità di una comunità di comprendere i propri problemi, di elaborare soluzioni condivise e di partecipare in modo consapevole alla vita democratica.

Il futuro economico dell’Italia dipenderà certamente dagli investimenti industriali, dalla qualità delle infrastrutture e dalla capacità di generare innovazione. Ma nessuna di queste trasformazioni potrà risultare pienamente efficace in assenza di una società capace di apprendere continuamente. La formazione permanente dovrebbe pertanto essere riconosciuta, con coerenza politica e con adeguate risorse, come una delle infrastrutture fondamentali dello sviluppo nazionale, al pari e accanto alle reti materiali che tradizionalmente misurano la modernità di un Paese.


L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.

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