L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

IL PONTE SULLO YALU E LA GEOPOLITICA DELLE CONNESSIONI

Accesso cinese al nuovo ponte sul fiume Yalu, 7 giugno 2012, durante la costruzione. Fotografia storica; non documenta l’apertura del 2026.

Infrastrutture, sovranità, interdipendenza selettiva e ridefinizione degli equilibri nell'Asia nordorientale

I. L'infrastruttura come enunciato politico

Esiste, nella storia delle relazioni internazionali, una categoria di eventi che sfugge alle griglie interpretative tradizionali: sono quei momenti nei quali un oggetto infrastrutturale — un ponte, un porto, un gasdotto, un corridoio ferroviario, un cavo sottomarino — cessa di essere un fatto tecnico e diventa un enunciato politico. Non nel senso metaforico o giornalistico dell'espressione, ma in senso letterale: come atto di linguaggio che un attore statale rivolge agli altri attori del sistema, comunicando intenzioni, ridefinendo gerarchie, inaugurando possibilità.

L'apertura del nuovo collegamento stradale sul fiume Yalu, tra la città cinese di Dandong e la nordcoreana Sinuiju, avvenuta il 15 ottobre 2026 dopo il completamento della struttura nel 2014, appartiene a questa categoria. La sua rilevanza non risiede nel numero di veicoli che attraverserà quotidianamente, né nel volume di merci che transiterà sulle sue corsie. Risiede nel fatto che la sua realizzazione — dopo anni di ritardi, rinvii e silenzi — avviene in un momento nel quale la geografia del potere asiatico sta subendo una trasformazione profonda, e il ponte ne è al tempo stesso sintomo e strumento.

Per comprendere questa trasformazione è necessario abbandonare l'illusione, a lungo alimentata dalla letteratura sulla globalizzazione, che lo spazio fisico sia diventato irrilevante. L'idea che le tecnologie digitali e la fluidità dei capitali avrebbero progressivamente dissolto il peso della geografia — evocata dal titolo di The Borderless World di Kenichi Ohmae, pubblicato nel 1990, e presente, in forme diverse, in una parte della pubblicistica sulla globalizzazione degli anni Novanta — si è rivelata, alla prova dei fatti, una delle più durature miopie del pensiero strategico contemporaneo.

Ciò che gli ultimi decenni hanno dimostrato è esattamente il contrario: in un mondo di catene produttive frammentate, competizione per le risorse critiche e sicurezza economica come categoria dominante della politica estera, il controllo delle infrastrutture fisiche è tornato a essere una componente essenziale della potenza statale. La letteratura recente — dalla riflessione di Parag Khanna sulle connessioni agli studi di Henry Farrell e Abraham Newman sull'uso coercitivo delle reti economiche — ha contribuito a riaffermare quella che potremmo definire una "geopolitica delle connessioni": la comprensione che il potere non si esercita soltanto attraverso il controllo del territorio, ma attraverso il controllo dei flussi che lo attraversano.

Le infrastrutture non sono mai neutrali. Esse organizzano movimenti, orientano dipendenze, cristallizzano asimmetrie. Un ponte non collega soltanto due sponde: collega sistemi, crea vettori di influenza, modifica il peso relativo di chi lo attraversa e di chi lo possiede. Per questa ragione, la loro realizzazione e la loro gestione assumono spesso una rilevanza geopolitica che eccede di gran lunga la loro funzione economica immediata.

II. Il fiume Yalu: stratificazione di una frontiera

Il fiume Yalu — Amnok nella denominazione coreana — occupa da oltre un secolo una posizione di centralità assoluta nella storia politica dell'Asia nordorientale. Lungo i suoi 790 chilometri di corso, e in particolare nel tratto terminale che segna il confine tra la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica Popolare Democratica di Corea, si sono incrociati i processi che hanno plasmato la regione.

La prima modernità del confine sullo Yalu è legata alla penetrazione imperiale giapponese. Dopo il trattato di Shimonoseki del 1895 e l'annessione della Corea nel 1910, il fiume segnò il confine settentrionale della Corea coloniale, e la città di Sinuiju fu trasformata in un nodo ferroviario strategico per il collegamento tra la penisola coreana e la Manciuria, dove l'influenza giapponese si consolidò fino all'occupazione del 1931. Il primo ponte tra Dandong e Sinuiju fu costruito tra il 1909 e il 1911 proprio in questo contesto, come infrastruttura al servizio dell'espansione imperiale. Un secondo ponte, l'attuale Ponte Sino-Coreano di Amicizia, entrò in servizio nel 1943.

La seconda modernità è quella della rivoluzione e della guerra. Nel 1945, la sconfitta giapponese determinò la divisione della penisola coreana al 38° parallelo, avviando la formazione di due Stati coreani inseriti in schieramenti contrapposti; dopo la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, il confine sino-coreano collegò invece due Paesi del campo socialista. Nel 1950, il fiume divenne il teatro di uno degli eventi più significativi della Guerra Fredda: l'attraversamento in massa dello Yalu da parte del People's Volunteer Army cinese, nell'ottobre del 1950, in risposta all'avanzata delle forze delle Nazioni Unite verso il confine cinese. Quel gesto — che salvò il regime di Pyongyang dalla sconfitta militare — è diventato il mito fondativo della relazione sino-coreana, la narrazione di un sacrificio comune che ancora oggi struttura l'immaginario politico di entrambi i Paesi.

Durante la guerra, entrambi i ponti furono colpiti dai bombardamenti americani. Il ponte del 1943 fu ripristinato e rimase il collegamento stradale e ferroviario, poi denominato Ponte Sino-Coreano di Amicizia. Quello del 1911 non fu ricostruito integralmente: le campate superstiti sul lato cinese costituiscono oggi il cosiddetto Ponte spezzato, conservato come monumento. La distinzione tra le due strutture è essenziale per comprendere il rapporto tra infrastruttura, guerra e memoria nella frontiera sino-coreana.

La terza modernità è quella che stiamo vivendo: il nuovo ponte, costruito circa dieci chilometri più a valle dei due ponti storici, rappresenta una discontinuità funzionale e un'ambiguità simbolica. Funzionalmente, risponde all'esigenza di un'infrastruttura moderna capace di sostenere volumi di traffico che il vecchio ponte non può più gestire. Simbolicamente, la sua inaugurazione — avvenuta in un contesto geopolitico radicalmente diverso da quello del 1950 — solleva interrogativi sulla natura attuale della relazione sino-coreana e sul suo significato nel quadro della competizione tra grandi potenze.

III. L'asimmetria strutturale: la Cina e la Corea del Nord nel 2026

Le trasformazioni intervenute dalla fine della guerra a oggi sono state enormi, e hanno reso la relazione tra Pechino e Pyongyang qualcosa di radicalmente diverso da ciò che era nel 1950. La Cina contemporanea è una superpotenza economica integrata nei mercati globali, protagonista di iniziative infrastrutturali transcontinentali — dalla Belt and Road Initiative alle rotte artiche, dai corridoi economici cino-pakistani alle nuove vie della seta digitali — detentrice di una capacità finanziaria e tecnologica che la colloca al vertice della gerarchia internazionale. Il suo PIL nominale si misura in decine di migliaia di miliardi di dollari; il suo commercio di merci è tra i maggiori al mondo; la sua capacità di investimento diretto all'estero è tra le maggiori del pianeta.

La Corea del Nord, al contrario, rimane una delle economie più chiuse e isolate del pianeta, sottoposta a un regime sanzionatorio tra i più estesi della storia contemporanea — risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a partire dalla n. 1718 del 2006, oltre a regimi sanzionatori unilaterali degli Stati Uniti, dell'Unione Europea, del Giappone e della Corea del Sud — caratterizzata da un sistema produttivo rigidamente centralizzato e da una capacità di generazione autonoma di ricchezza estremamente limitata. Le stime del PIL nordcoreano variano considerevolmente a seconda della fonte, ma convergono nell'indicare un'economia dell'ordine di alcune decine di miliardi di dollari, con forti limiti di comparabilità internazionale — una frazione minima rispetto all'economia cinese.

È precisamente questa asimmetria — la sua radicalità, la sua stabilità, la sua strutturale irriducibilità — a costituire il dato più significativo dell'attuale relazione bilaterale. La teoria delle relazioni internazionali ci insegna che la cooperazione tra Stati non implica necessariamente simmetria. La maggior parte delle alleanze e delle partnership si fonda su rapporti di forza asimmetrici — basti pensare alla relazione tra Stati Uniti e Messico, o tra Francia e le sue ex colonie africane. Ciò che rende il caso nordcoreano peculiare è il grado di concentrazione della dipendenza: la Cina non è semplicemente il principale partner commerciale di Pyongyang — ne è il canale quasi esclusivo.

I dati disponibili — pur nella loro incompletezza, dovuta alla natura opaca dell'economia nordcoreana — indicano una concentrazione straordinaria degli scambi: secondo KOTRA, nel 2025 la Cina rappresentava il 98,2% del commercio estero nordcoreano rilevato. Si tratta di statistiche sugli scambi registrati, che non restituiscono integralmente le transazioni non dichiarate e la cooperazione militare. Attraverso i valichi terrestri e le rotte marittime passano beni di prima necessità, alimenti, farmaci, tessuti e forniture energetiche consentite entro i limiti sanzionatori. Carbone, minerale di ferro e tessili, già importanti voci delle esportazioni nordcoreane, sono invece soggetti a divieti delle Nazioni Unite; anche l'impiego all'estero di lavoratori nordcoreani è sottoposto a restrizioni e obblighi di rimpatrio, salvo le eccezioni previste. La loro eventuale circolazione in violazione delle misure non va confusa con un commercio liberamente autorizzato.

IV. Sovranità e dipendenza: una questione teorica

Questa condizione pone una questione che la teoria delle relazioni internazionali affronta con crescente urgenza: fino a che punto uno Stato può dirsi sovrano quando la sopravvivenza materiale della propria popolazione dipende in misura così schiacciante da un unico interlocutore esterno?

La risposta richiede una distinzione concettuale che la letteratura recente — da Robert Keohane e Joseph Nye a Henry Farrell e Abraham Newman, da Daniel Drezner a Miles Kahler — ha contribuito a chiarire. Autonomia politica e autonomia economica non coincidono. Un governo può conservare il pieno controllo delle proprie istituzioni, delle proprie decisioni strategiche e della propria capacità di coercizione interna, pur operando in una condizione di dipendenza economica strutturale. Il regime nordcoreano ne è una dimostrazione paradigmatica: la sua capacità di prendere decisioni unilaterali — anche quando queste producono crisi internazionali, anche quando sfidano apertamente gli interessi del proprio principale partner economico — è del tutto comprovata. Il programma nucleare e missilistico nordcoreano, portato avanti per decenni nonostante le pressioni e le reticenze cinesi, è la prova più evidente di questa autonomia decisionale.

Tuttavia, quando la dipendenza raggiunge soglie estreme, la libertà di scelta si restringe non per imposizione diretta, ma per la progressiva eliminazione delle alternative. La sovranità, in queste condizioni, non è più una condizione assoluta: diventa una capacità di gestione delle proprie dipendenze, un'arte di muoversi entro vincoli che non si è scelto. È, per usare una formula che ha una sua efficacia, una sovranità di secondo ordine — non la sovranità del soggetto che sceglie liberamente, ma la sovranità del soggetto che negozia entro uno spazio di possibilità ristretto.

La Corea del Nord offre un caso emblematico di questa contraddizione. Il regime fonda una parte rilevante della propria legittimità sull'ideologia del Juche — l'autosufficienza nazionale — e della piena indipendenza politica. Tuttavia, la struttura effettiva delle relazioni economiche mostra una realtà più complessa. Il mantenimento della stabilità interna richiede approvvigionamenti, scambi commerciali, forniture energetiche e risorse che possono essere garantite soltanto attraverso relazioni consolidate con partner esterni. Il Juche, nella pratica, è sempre stato un'ideologia della sovranità politica che convive con una dipendenza economica strutturale.

V. La diversificazione russa: Pyongyang cerca alternative

È in questo quadro che va letto il crescente avvicinamento tra Pyongyang e Mosca. La relazione tra Russia e Corea del Nord ha una storia lunga e complessa che precede la fase attuale. Durante la Guerra Fredda, l'Unione Sovietica fu il principale patrono della Corea del Nord, fornendo assistenza economica, tecnologica e militare. Il crollo dell'URSS nel 1991 — e la conseguente cessazione degli aiuti sovietici — fu uno dei fattori che precipitarono la Corea del Nord nella carestia della metà degli anni Novanta. La relazione con la Russia post-sovietica conobbe una lunga fase di raffreddamento, con Mosca che privilegiò la propria integrazione occidentale e che si allineò, almeno formalmente, al regime sanzionatorio.

La ripresa del rapporto è graduale e si inserisce nel contesto più ampio della rivalità tra Russia e Occidente. Il summit di Vladivostok tra Putin e Kim Jong-un il 25 aprile 2019 segna un punto di svolta simbolico. La guerra in Ucraina, entrata nella fase dell'invasione russa su vasta scala nel febbraio 2022, accelera drammaticamente il processo: la Russia, sotto pressione sanzionatoria occidentale e alla ricerca di partner non allineati, ha trovato in Pyongyang un interlocutore disponibile e privo di condizioni; la Corea del Nord, da parte sua, ha individuato in Mosca un'opportunità per diversificare le proprie dipendenze e ridurre la propria vulnerabilità strategica rispetto alla Cina.

Le prove di questa intensificazione sono multiple e crescenti: la visita di Kim Jong-un in Russia nel settembre 2023, con il summit di Vostočnyj e la visita agli impianti industriali dell'Estremo Oriente russo; la fornitura di munizioni e sistemi d'arma nordcoreani alla Russia; l'impiego di militari nordcoreani a sostegno della Russia, emerso nel 2024 e riconosciuto pubblicamente da Mosca e Pyongyang nell'aprile 2025 in relazione alle operazioni nella regione russa di Kursk; l'inaugurazione del ponte stradale sul Tumen tra Khasan e l'area nordcoreana di Tumangang il 7 settembre 2026, distinta dal preesistente collegamento ferroviario sul Ponte dell'Amicizia del 1959; il trattato di partenariato strategico globale firmato nel giugno 2024.

L'aggiunta del collegamento stradale a quello ferroviario tra Russia e Corea del Nord e quella del nuovo ponte sullo Yalu vanno dunque interpretate come manifestazioni di un medesimo processo: la ricerca, da parte di Pyongyang, di una pluralità di connessioni che le consenta di ampliare i propri margini di manovra negoziale. Non si tratta di un rifiuto della relazione con Pechino — che resta strutturale e insostituibile — ma di una strategia di diversificazione che mira a trasformare una dipendenza esclusiva in una dipendenza competitiva, nella quale più partner si contendono l'accesso al territorio nordcoreano.

VI. Un blocco o una convergenza tattica?

Questo processo, tuttavia, non implica la nascita di un blocco rigidamente strutturato tra Pechino, Mosca e Pyongyang. Le divergenze tra i tre attori restano profonde e strutturali, e la loro analisi è necessaria per evitare interpretazioni eccessivamente semplificanti.

La Cina persegue prioritariamente la stabilità — economica, commerciale, strategica — e considera l'instabilità nella penisola coreana una minaccia diretta ai propri interessi. La Belt and Road Initiative, il commercio marittimo, la stabilità dei mercati finanziari: tutto richiede un ambiente regionale prevedibile. L'instabilità nordcoreana — che si manifesta attraverso test nucleari, lanci missilistici, provocazioni militari — produce effetti che Pechino subisce: rafforza la presenza militare americana nella regione, giustifica il riarmo giapponese e sudcoreano, aumenta il rischio di un conflitto che coinvolgerebbe direttamente il territorio cinese.

La Russia è impegnata in una competizione geopolitica con l'Occidente che la spinge a cercare alleati trasversali, ma non ha la capacità economica per sostituire la Cina come partner principale di Pyongyang. La dimensione complessiva della sua economia resta molto inferiore a quella cinese. La Russia può offrire a Pyongyang riconoscimento politico, copertura diplomatica, qualche forma di cooperazione militare e tecnologica, e forniture energetiche e alimentari, senza che ciò equivalga a sostituire la rete degli scambi con la Cina.

La Corea del Nord persegue innanzitutto la sopravvivenza del proprio sistema politico e il mantenimento della deterrenza nucleare, e utilizza le relazioni esterne come strumento di questa sopravvivenza. In questa lettura, Kim Jong-un agisce soprattutto come un attore orientato alla sopravvivenza del regime — nel quale il Juche conserva una funzione di legittimazione — che utilizza ogni leva disponibile per consolidare il proprio potere.

La convergenza esiste e ha assunto anche forme strategiche e pattizie, ma non elimina la divergenza degli interessi dei tre attori. Pechino osserva con attenzione qualsiasi sviluppo che possa accrescere l'influenza russa nella penisola coreana, perché ciò eroderebbe la sua posizione di attore dominante. Pyongyang, da parte sua, può utilizzare il dialogo con Mosca come leva negoziale per ottenere condizioni più favorevoli dalla Cina. Il risultato è una configurazione nella quale cooperazione e competizione non si escludono, ma convivono in un equilibrio dinamico e instabile — un equilibrio che nessuno dei tre attori controlla pienamente.

VII. La Cina e l'architettura di sicurezza regionale

In questo scenario, la posizione della Cina resta decisiva. Per Pechino, la Corea del Nord non è un vicino qualunque: è un elemento costitutivo della propria architettura di sicurezza. La presenza di uno Stato cuscinetto tra il territorio cinese e la presenza militare statunitense nella Corea del Sud è, dalla fine della guerra di Corea, un pilastro della dottrina strategica cinese. Una consistente presenza militare americana è stazionata nella Corea del Sud; la Corea del Sud possiede uno dei più potenti apparati militari convenzionali dell'Asia; il Giappone, la cui Costituzione sancisce la rinuncia alla guerra, dispone di capacità militari sofisticate e di una relazione di sicurezza con gli Stati Uniti che si è andata rafforzando negli ultimi anni.

Ciò non significa che Pechino condivida le scelte del regime nordcoreano — la questione nucleare ha ripetutamente evidenziato frizioni significative. La Cina ha sostenuto l'adozione delle principali risoluzioni sanzionatorie del Consiglio di Sicurezza, pur opponendosi con la Russia a un ulteriore inasprimento nel 2022, ha ridotto (pur senza interromperlo del tutto) il commercio con Pyongyang, ha espresso pubblicamente la propria opposizione ai test nucleari. Ma la Cina considera il collasso del regime nordcoreano un esito inaccettabile, indipendentemente dalle sue responsabilità: un collasso produrrebbe rifugiati ai confini cinesi, la possibile riunificazione della penisola sotto un governo alleato degli Stati Uniti, e la presenza di forze americane direttamente al confine cinese.

Al tempo stesso, l'espansione delle capacità nucleari nordcoreane ha prodotto un effetto che Pechino non può controllare: ha accelerato il riavvicinamento militare tra Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone. Il summit di Camp David dell'agosto 2023 ha formalizzato una cooperazione trilaterale che include esercitazioni militari congiunte, condivisione di intelligence, consultazioni in caso di crisi — una struttura che riproduce, in forma aggiornata, logiche di alleanza che la Cina percepisce come una versione asiatica della NATO. L'intero equilibrio strategico dell'Asia orientale si trova oggi sospeso tra la deterrenza nucleare nordcoreana, la presenza militare americana e l'ascesa cinese — un triangolo nel quale il ponte sullo Yalu è, al tempo stesso, un punto di contatto e un punto di tensione.

VIII. Le infrastrutture come campo di battaglia: una prospettiva comparata

La vicenda del ponte sullo Yalu va infine letta come una manifestazione locale di una trasformazione globale. Negli ultimi anni, il rapporto tra economia e geopolitica si è fatto sempre più stretto, al punto che la distinzione tra i due registri appare sempre meno sostenibile. Le reti logistiche, le infrastrutture energetiche, le catene produttive e i corridoi commerciali sono ormai percepiti — da tutti gli attori statali, senza eccezione — come componenti della sicurezza nazionale.

La sicurezza economica è diventata geopolitica, e la geopolitica si esprime sempre più attraverso il controllo delle connessioni materiali. I casi emblematici sono molteplici: i gasdotti Nord Stream 1 e 2, colpiti dai sabotaggi del settembre 2022, che hanno mostrato la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche; le reti di cavi sottomarini, comprese quelle SEA-ME-WE tra Europa e Asia, nel quadro della più ampia attenzione della NATO alla protezione delle infrastrutture sottomarine critiche; la Belt and Road Initiative, che la letteratura critica ha letto come strumento di influenza strategica cinese; il controllo del porto di Gwadar in Pakistan, della base di Djibouti, delle rotte artiche.

In questo contesto, il ponte tra Dandong e Sinuiju assume il valore di una piccola ma significativa rappresentazione delle tendenze che stanno ridisegnando il mondo contemporaneo. Esso mostra come le infrastrutture possano diventare strumenti di influenza politica, come la sovranità debba confrontarsi con le logiche dell'interdipendenza e come la competizione tra grandi potenze si manifesti sempre più attraverso il controllo delle connessioni economiche.

La sua inaugurazione non modifica da sola gli equilibri dell'Asia orientale, ma costituisce un segnale significativo di processi già in corso: la militarizzazione dell'economia, la politicizzazione delle infrastrutture, la ricerca di nuove forme di interdipendenza selettiva che consentano di mantenere i vantaggi dello scambio senza esporsi alla vulnerabilità della dipendenza. Dietro il cemento e l'acciaio si legge una questione che attraversa l'intero sistema internazionale: il tentativo degli Stati di ridefinire il proprio posto in un ordine che si sta dissolvendo senza che un nuovo ordine sia ancora emerso.

IX. Conclusione: la geografia del potere nel XXI secolo

Il ponte sullo Yalu non collega soltanto due città. Collega visioni incompatibili della sovranità, strategie divergenti di potenza, interessi che convergono solo parzialmente e restano attraversati da rivalità. Collega una superpotenza che cerca di consolidare la propria sfera di influenza senza assumersi i costi della gestione diretta; un regime che cerca di sopravvivere diversificando le proprie dipendenze; una potenza in declino relativo che cerca di compensare la propria debolezza economica con la disponibilità militare e diplomatica.

Esso rappresenta una delle molte manifestazioni attraverso le quali il XXI secolo sta riscrivendo la geografia del potere: non più attraverso le linee dei confini, ma attraverso le linee delle connessioni. Non più attraverso il controllo del territorio, ma attraverso il controllo dei flussi. Non più attraverso la sovranità assoluta, ma attraverso la sovranità relazionale — la capacità di essere un nodo indispensabile in una rete, la capacità di rendere la propria dipendenza un fatto strutturale che nessun attore può permettersi di interrompere.

È in questa prospettiva che il ponte sullo Yalu assume il suo significato più profondo: non come infrastruttura di collegamento, ma come infrastruttura di potere. Non come ponte tra due città, ma come ponte tra due visioni del mondo — una nella quale la sovranità è ancora il principio ordinatore delle relazioni internazionali, e un'altra nella quale la sovranità si è già trasformata, irreversibilmente, in interdipendenza.

Fonti e riferimenti

Verifica aggiornata al 25 ottobre 2026.

Governo cinese / Xinhua — Apertura del nuovo ponte, 15 ottobre 2026

AP — Apertura del nuovo ponte e completamento nel 2014

Andrei Lankov, The Korea Times — Storia dei ponti di Dandong, 18 settembre 2016

Xinhua — Vertice Putin-Kim di Vladivostok, 25 aprile 2019

TASS — Inaugurazione del ponte stradale Russia-Corea del Nord, 7 settembre 2026

CSIS Beyond Parallel — Collegamenti ferroviari e ponte Khasan-Tumangang del 1959

Consiglio di Sicurezza ONU — Regime sanzionatorio 1718 e divieti settoriali

KOTRA — Commercio estero nordcoreano nel 2025, rapporto del 28 luglio 2026

Henry Farrell e Abraham Newman — Weaponized Interdependence, 2019

Polizia danese — Perdite nei gasdotti Nord Stream 1 e 2, settembre 2022

NATO — Protezione delle infrastrutture sottomarine, 15 febbraio 2023

Crediti fotografici

Accesso cinese al nuovo ponte sul fiume Yalu, 7 giugno 2012, durante la costruzione. Fotografia storica; non documenta l’apertura del 2026. Foto: Yoshi Canopus / Wikimedia Commons, opera propria. Titolo: New Yalu River Bridge – China Entrance.jpg. Licenza: Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); testo integrale della licenza. File fotografico originale. Riproduzione del file originale senza ulteriori modifiche o ritagli da parte della redazione. Le eventuali elaborazioni dell’immagine restano soggette alla clausola ShareAlike; la licenza della fotografia è distinta dai diritti sul testo.

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