Il mito della frontiera e la metamorfosi del potere nella civiltà contemporanea
Abstract. Il saggio assume C’era una volta il West (1968) non come oggetto di analisi, bensì come modello ermeneutico per interpretare una ricorrenza strutturale del capitalismo contemporaneo: il trasferimento del potere dal controllo diretto delle persone al controllo delle condizioni strutturali entro cui l’azione diventa possibile. Muovendo dalla decostruzione del mito della frontiera, il contributo individua nella «frontiera dell’intelligenza» la forma attuale di tale mito e mostra come la separazione fra decisione ed effetto generi la crisi di responsabilità che caratterizza le società algoritmiche. La conclusione propone un’etica dell’infrastruttura fondata sul disaccoppiamento fra capacità tecnica e legittimità politica.*
1. L’immagine iniziale: un potere che non ha più un volto
Esistono opere cinematografiche che superano la dimensione dell’intrattenimento per diventare strumenti di interpretazione storica. C’era una volta il West (1968) di Sergio Leone appartiene a questa categoria e conserva una straordinaria capacità di interrogare il presente. Nel film il potere non si rivela soltanto attraverso un volto o una mano armata: si annuncia come attesa, come ritardo, come rumore di un treno che sta per ridisegnare il mondo prima ancora di averlo attraversato. Vale la pena trattenere soltanto questo, e poi lasciare il film sullo sfondo: l’immagine di un dominio che non si manifesta più nella coercizione fisica, ma nella capacità di determinare le condizioni entro cui ogni azione diventerà possibile. La ferrovia non è soltanto un mezzo di trasporto: diventa la figura cinematografica di un potere che organizza le condizioni materiali dell’azione, anziché limitarsi a impartire ordini ai singoli.
È questa la ragione per cui l’opera leoniana conserva una pertinenza che eccede la storia del cinema. Essa non descrive il tramonto di un’epoca, ma il punto di origine di una forma di dominio che la modernità non ha superato: un potere che ha smesso di somigliare alla violenza e ha cominciato a somigliare all’infrastruttura. Da questa immagine si può dunque ricavare la tesi che il presente contributo intende argomentare. Il mondo contemporaneo non è governato, in larga misura, da chi possiede beni o impone volontà, ma da chi controlla gli strati di connessione da cui quei beni e quelle volontà dipendono. Il problema politico decisivo del XXI secolo non è la potenza tecnica, bensì la legittimità con cui essa si converte in potere.
2. La frontiera come dispositivo, non come luogo
Per comprendere questa forma di potere occorre anzitutto liberare la frontiera dalla sua accezione geografica. La tradizione inaugurata da Frederick Jackson Turner (1893) aveva letto l’espansione verso Occidente come il fattore genetico dell’identità statunitense: un processo di rigenerazione democratica fondato sull’iniziativa individuale e sulla disponibilità continua di nuovi spazi. La storiografia critica del secondo Novecento ha progressivamente smontato quell’impianto, mostrando come la narrazione della frontiera come spazio di libertà universale occultasse sistematicamente l’espropriazione — la sottrazione di terre e sovranità alle popolazioni native, la subordinazione dei lavoratori, l’instabilità giuridica cronica dei territori di insediamento. Ciò che la mitologia nazionale chiamava emancipazione era, per altre comunità, perdita di sovranità e delle condizioni materiali dell’esistenza.
Da qui il passaggio categoriale decisivo. La frontiera cessa di essere una regione e si rivela come dispositivo, nel senso foucaultiano del termine: un insieme eterogeneo di discorsi, istituzioni, pratiche spaziali e rapporti di forza che produce effetti di verità e di legittimazione. In una possibile lettura critica, non in un’identificazione storica tra concetti distinti, questa configurazione può essere accostata alla riflessione di Agamben sullo stato di eccezione: quando una necessità dichiarata giustifica la sospensione o la deroga di garanzie ordinarie, i rapporti fra potere e diritto diventano particolarmente problematici. La frontiera può allora funzionare come uno spazio nel quale l’espansione economica precede, condiziona o mette alla prova le regole destinate a governarla.
Da questa prospettiva la frontiera non è mai stata un vuoto da riempire, bensì una tecnica di governo che rende transitorie le norme in vista di un fine produttivo. Ed è precisamente per questo che la sua storia non si è conclusa con la chiusura della mappa americana: una tecnica di governo non ha bisogno di un territorio per sopravvivere.
3. La topologia del valore e il potere architetturale
Il principio che la ferrovia rende leggibile è, in termini analitici, un principio economico. Il valore di un luogo non è una sostanza, ma una funzione relazionale, determinata dall’accessibilità, dalle connessioni, dalle aspettative di trasformazione. Il terreno conteso nel film di Leone vale non per le sue qualità intrinseche, ma per la relazione che intrattiene con una rete in costruzione: ciò che appare marginale nello spazio geografico tradizionale diventa centrale nell’organizzazione economica emergente. La stessa logica governa i nodi logistici, i porti, le piattaforme di scambio, e oggi i centri di calcolo e le dorsali di connessione.
Da qui discende la conseguenza teorica centrale. Il potere economico non risiede soltanto nel possesso di beni, ma può risiedere nella capacità di governare le condizioni di accesso alle risorse e agli scambi. Il controllo di un’infrastruttura strategica consente di influenzare attività formalmente altrui senza alcuna appropriazione diretta: non si comanda agli operatori, si definisce lo spazio di manovra entro cui potranno muoversi. Questo è ciò che si può chiamare potere architetturale — la facoltà di stabilire le regole dello spazio economico prima ancora che la competizione abbia luogo al suo interno.
La letteratura critica sulle piattaforme ha formalizzato questo passaggio con precisione crescente. Plantin, Lagoze, Edwards e Sandvig hanno analizzato come la convergenza fra logiche di piattaforma e logiche infrastrutturali ridefinisca il governo delle reti digitali; Gillespie ha descritto il potere di gating che esse esercitano sulla visibilità e sulla partecipazione; Zuboff ha letto l’accumulazione che ne deriva come appropriazione sistematica di esperienza comportamentale. In termini più generali, Harvey, rileggendo Marx, parla di accumulazione per spossessamento: la ricostituzione, in forme nuove, di una dinamica per cui l’emancipazione di alcuni si finanzia con l’esclusione di altri. Il potere infrastrutturale non è dunque un’anomalia del capitalismo digitale: ne è la tendenza più stabile, quella che trasferisce il comando dal controllo delle persone al controllo delle condizioni strutturali della loro azione.
4. La rivoluzione del controllo e la crisi della responsabilità
La separazione fra decisione ed effetto non è un accidente organizzativo, ma una costante storica delle transizioni produttive. Beniger ha interpretato lo sviluppo dei sistemi informativi, delle burocrazie e dei dispositivi di coordinamento come una «rivoluzione del controllo», connessa alla crescente velocità e complessità della produzione e dei trasporti industriali. La prospettiva storico-economica di Landes offre un utile contesto alla trasformazione industriale, senza coincidere con questa specifica formulazione teorica. Il treno non è soltanto un mezzo: è il problema che genera l’esigenza moderna del controllo.
Il caso leoniano offre di questa dinamica una rappresentazione di rara nettezza. Il personaggio del capitale è malato, fragile, incapace di coercizione diretta, eppure è il soggetto più potente della vicenda, perché non impone la propria volontà ma progetta l’ambiente in cui gli altri dovranno muoversi; il pistolero, al contrario, detiene la forza fisica ma non ne determina gli obiettivi, ed è un mezzo che si crede fine. La decisione economica e la sua esecuzione materiale cessano di coincidere nello stesso soggetto, e proprio questa separazione rende il potere meno visibile e più difficile da attribuire.
È la stessa frattura che fonda la crisi di responsabilità delle società algoritmiche. L’aumento della scala operativa, la divisione del lavoro, la moltiplicazione degli intermediari e l’articolazione delle strutture societarie rendono progressivamente opaco il nesso fra scelta e conseguenza; i sistemi automatizzati producono effetti sociali significativi senza un responsabile immediatamente individuabile. Qui il problema non è la criminalità del potere economico, ma la sua responsabilità: non ogni esito socialmente negativo deriva da un illecito, né ogni scelta economicamente razionale è automaticamente giustificabile sul piano dell’interesse generale. Da qui l’esigenza, oggi largamente insoddisfatta, di ridurre il responsibility gap che può aprirsi fra responsabilità umane, sistemi automatizzati ed effetti prodotti.
5. La frontiera dell’intelligenza: il mito fatto tecnica
È a questo punto che occorre nominare la frontiera di oggi. Il mito non è sopravvissuto come eco retorica: si è riattivato come vocabolario tecnico-letterale del settore che produce la tecnologia più decisiva del ciclo. I laboratori che sviluppano i sistemi più avanzati si denominano frontier labs; i loro modelli più potenti sono frontier models; l’obiettivo dichiarato è spingere la «frontiera delle capacità». Il termine non è decorativo: struttura le metriche di valutazione, le gerarchie di prestigio e le decisioni di investimento. La frontiera non è più ciò che sta oltre la mappa, ma il confine mobile di ciò che una macchina sa ancora fare.
La convergenza con la logica infrastrutturale è strutturale, non ornamentale. Come la rete ferroviaria, la frontiera dell’intelligenza si presenta come neutrale e abilitante, ma determina asimmetrie di accesso e di controllo; il suo valore è relazionale, perché ciò che conta non è il singolo modello ma la posizione occupata nello strato computazionale — capacità di calcolo, dati, energia, intermediazione. Come nel caso del capitale leoniano, il potere risiede meno nel produrre il bene finale che nel governare le condizioni di accesso ad esso.
A questo polo se ne aggiunge un secondo, quello spaziale, dove il linguaggio della conquista ritorna senza mediazioni. I due poli sono convergenti: entrambi si fondano sull’idea di un ambiente disponibile, e entrambi possono alimentare la pretesa di far coincidere la capacità tecnica con una speciale legittimazione politica. Il mito della frontiera, in entrambe le versioni, presenta come inevitabile e neutrale un cambiamento che è, in realtà, il prodotto di scelte economiche e politiche determinate. La frontiera di oggi, dunque, non è l’intelligenza artificiale, né lo spazio, né le reti: è la pretesa che la potenza tecnica, da sola, si autolegittimi come diritto.
6. Il limite giuridico: quando la potenza non fonda il diritto
Esiste, nondimeno, un precedente che indica una via d’uscita. Il Trattato sui principi regolatori delle attività degli Stati in materia di esplorazione e utilizzazione dello spazio extra-atmosferico (1967) afferma la libertà di esplorazione e il divieto di appropriazione nazionale dello spazio e dei corpi celesti mediante rivendicazioni di sovranità. Il trattato non elimina le controversie sulle attività commerciali, sullo sfruttamento delle risorse e sui rapporti fra iniziativa privata e responsabilità statale; introduce però un principio di portata teorica generale: la possibilità tecnica di raggiungere o intervenire su un ambiente non equivale automaticamente alla facoltà di assoggettarlo a dominio sovrano.
Questo principio è precisamente ciò che il mito della frontiera rifiuta. Nel racconto della conquista, chi arriva, esplora e trasforma sembra acquisire quasi naturalmente un titolo a determinare il destino dello spazio raggiunto. Il diritto internazionale dello spazio segna invece la separazione fra capacità e legittimità. Per le infrastrutture digitali non esiste un divieto generale di appropriazione analogo a quello relativo alla sovranità nazionale nello spazio extraterrestre; ciò non significa, tuttavia, assenza di diritto. Nell’Unione europea operano già discipline sulla concorrenza, sui mercati e servizi digitali, sulla protezione dei dati e sull’intelligenza artificiale, compresi gli obblighi previsti dall’AI Act per i modelli di uso generale. Il principio del trattato spaziale non è trasferibile automaticamente al mondo computazionale: può però ispirare, per analogia e con gli adattamenti necessari, una riflessione sui limiti del potere infrastrutturale e sul rapporto fra innovazione, interesse pubblico e regole democratiche.
7. La durata come resistenza epistemologica
A questa logica si oppone, sul piano simbolico, un’ultima istanza che la modernità produttiva tende a cancellare: il tempo necessario alla comprensione. La poetica della dilatazione — l’attesa, il silenzio, il primo piano, la sospensione dell’azione — non è un ornamento stilistico, ma una forma di conoscenza che sottrae l’esperienza alla compressione imposta dalla razionalità infrastrutturale. La ferrovia è la riduzione delle distanze a tempi di percorrenza; la durata cinematografica è ciò che resiste a quella riduzione, obbligando a percepire il rapporto fra ciò che accade e ciò che ancora non si manifesta.
Il significato teorico è netto in un’epoca di accelerazione permanente. La disponibilità immediata di contenuti non coincide con la capacità di interpretarli; la rapidità della comunicazione non garantisce la qualità della deliberazione; l’aumento delle possibilità di elaborazione non elimina la necessità di tempi adeguati alla formazione del giudizio. Una società può muoversi più rapidamente senza comprendere meglio se stessa, e può accumulare capacità tecniche senza sviluppare una corrispondente maturità politica. La comprensione richiede ancora tempo, memoria e capacità critica: la durata resta, in questo senso, una forma di resistenza epistemologica all’ideologia della velocità.
8. Verso un’etica dell’infrastruttura: commons e responsabilità
La conclusione del ragionamento è normativa prima che descrittiva. Le reti digitali, i sistemi energetici globali, i modelli fondativi e le future infrastrutture spaziali organizzano il futuro prima ancora che esso si realizzi; ma l’innovazione è necessaria, mentre il modo in cui viene organizzata non lo è affatto. Le tecnologie non determinano da sole la forma della società: sono le istituzioni, il diritto e le strutture di governance a decidere se produrranno inclusione o esclusione, libertà o dipendenza.
Da qui la necessità di un’etica dell’infrastruttura articolata su tre livelli. Sul piano epistemologico, sottoporre a esame critico gli immaginari sociotecnici studiati da Jasanoff, quando presentano il futuro come destino anziché come scelta. Sul piano istituzionale, ricostruire il nesso fra potere e accountability che la complessità algoritmica dissolve. Sul piano normativo, valutare forme differenziate di governo delle infrastrutture essenziali, comprese soluzioni ispirate ai commons e ai principi di gestione delle risorse condivise studiati da Ostrom, senza postulare che ogni infrastruttura debba essere sottratta alla proprietà privata. Il vantaggio del first mover non può, da solo, sostituire la verifica della legittimità e degli effetti collettivi delle regole di accesso.
Il futuro non è una proprietà da conquistare, ma una condizione da abitare e da governare in comune. Una civiltà matura non si misura da ciò che è in grado di raggiungere, ma dalla capacità di garantire che le proprie conquiste producano libertà, responsabilità e giustizia. La vera frontiera della modernità non è tecnologica, ma istituzionale: coincide con la capacità di trasformare la potenza in responsabilità, e il progresso in bene comune.
Riferimenti essenziali per l’approfondimento
- F. J. Turner, The Significance of the Frontier in American History (1893), American Historical Association: https://www.historians.org/resource/the-significance-of-the-frontier-in-american-history/
- J.-C. Plantin, C. Lagoze, P. N. Edwards, C. Sandvig, Infrastructure studies meet platform studies in the age of Google and Facebook, New Media & Society (2018): https://doi.org/10.1177/1461444816661553
- J. R. Beniger, The Control Revolution: Technological and Economic Origins of the Information Society (1986), Harvard University Press.
- Unione europea, AI Act, articolo 53 (obblighi per i modelli di IA per finalità generali): https://ai-act-service-desk.ec.europa.eu/en/ai-act/article-53
- Nazioni Unite, Treaty on Principles Governing the Activities of States in the Exploration and Use of Outer Space (1967): https://legal.un.org/avl/ha/tos/tos.html
Crediti fotografici: Monument Valley, Arizona, fotografia di Jon Sullivan (19 gennaio 2003), immagine rilasciata nel pubblico dominio dall’autore. Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Monument_Valley.jpg . Fotografia utilizzata come immagine in evidenza, non riprodotta nel corpo dell’articolo.
L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.

