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L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

IL SUDAN E LA GEOPOLITICA DELLA FAME: GUERRA, COLLASSO ISTITUZIONALE E DISTRUZIONE DELLE CONDIZIONI DELLA SOPRAVVIVENZA

Rifugiati sudanesi al valico di Adré, Ciad, 24 gennaio 2025

La fame come categoria politica

Nell'immaginario collettivo e, in misura non trascurabile, nella stessa letteratura divulgativa, la fame continua a essere rappresentata come un evento naturale: una condizione che si abbatte sulle popolazioni con la stessa necessità con cui una tempesta si abbatte su un paesaggio. Questa rappresentazione, oltre a essere intellettualmente pigra, è politicamente pericolosa, perché sottrae la carestia alla sfera della responsabilità umana e la colloca in quella della fatalità. In realtà, come la ricerca in economia politica dello sviluppo ha ampiamente dimostrato a partire dagli studi di Amartya Sen sulla relazione tra democrazia, entitlement e mortalità per fame, la disponibilità materiale di cibo costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente per escludere la catastrofe alimentare. Ciò che determina la differenza tra una società che attraversa una crisi climatica e una che precipita nella carestia è la struttura delle relazioni politiche, economiche e istituzionali che mediano l'accesso alle risorse.

Il Sudan offre, in questo senso, un caso di studio di straordinaria densità analitica. La crisi che attraversa il Paese dall’aprile 2023 non è il prodotto meccanico di una guerra civile, né il corollario inevitabile di un ambiente ostile. È il punto di convergenza tra una pluralità di fattori — la violenza armata come progetto politico, la dissoluzione dell'apparato statale, la frammentazione dei circuiti economici, la vulnerabilità ecologica e l'inerzia della comunità internazionale — che si sono rafforzati reciprocamente in una spirale di destrutturazione sociale la cui profondità è ancora difficile da misurare con precisione.

La guerra come processo di decomposizione sociale

La letteratura strategica contemporanea ha progressivamente abbandonato l'idea che la guerra possa essere ridotta a un confronto tra forze armate, misurabile in termini di perdite militari e conquiste territoriali. Il conflitto sudanese tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF) conferma in modo paradigmatico questa prospettiva. Ciò che si è manifestato non è semplicemente una guerra per il potere, ma una guerra che ha progressivamente investito le condizioni stesse della riproduzione sociale.

La distinzione è cruciale. Una guerra convenzionale distrugge infrastrutture e provoca vittime; una guerra di decomposizione sociale distrugge la capacità di una comunità di rigenerare le proprie basi materiali di esistenza. Nel caso sudanese, questa seconda dinamica ha assunto una portata sistemica. Lo sfollamento di milioni di persone — la più grande crisi di spostamento forzato al mondo — non rappresenta soltanto una catastrofe umanitaria quantitativa. Esso implica la rottura di reti di reciprocità economica, di sistemi informali di credito, di circuiti di scambio agricolo, di legami comunitari che avevano consentito a intere generazioni di assorbire gli shock climatici e politici. Quando un contadino del Darfur perde l'accesso alla terra, al mercato locale e alla rete parentale che garantiva il prestito di sementi o la condivisione del raccolto, non ha semplicemente perduto una casa: ha perduto un intero sistema di sussistenza che richiederà anni, forse decenni, per essere ricostruito.

La guerra, in questa prospettiva, opera come un acceleratore di entropia sociale. Non si limita a produrre distruzione nel presente; essa rende impossibile la costruzione del futuro. L'incertezza radicale che domina le zone di conflitto scoraggia ogni forma di investimento, interrompe i cicli agricoli, rende impraticabile la manutenzione delle infrastrutture e trasforma ogni atto di pianificazione a medio termine in un esercizio di astrazione. La fame che ne risulta non è un evento improvviso, ma il punto terminale di un processo cumulativo di erosione delle capacità collettive.

L'accesso come problema istituzionale

Il contributo più duraturo della ricerca contemporanea sulla sicurezza alimentare — da Sen a Devereux e il modello dell'economia politica della fame — consiste nell'aver separato analiticamente la disponibilità di cibo dalla possibilità di alimentarsi. Questa distinzione, apparentemente tecnica, ha implicazioni politiche radicali. Se la fame è un problema di accesso e non di scarsità, allora essa non è mai un fatto puramente agronomico o climatico, ma è sempre, in ultima istanza, un fatto politico.

Nel caso sudanese, questa proposizione assume una concretezza drammatica. Le aree colpite dalla carestia non sono necessariamente le più povere di risorse alimentari in senso assoluto; sono le aree in cui i meccanismi di accesso — i mercati, le vie di comunicazione, i sistemi di trasferimento di reddito, la protezione delle proprietà — sono stati sistematicamente distrutti o resi inaccessibili. Il collasso della lira sudanese, la chiusura dei corridoi commerciali, la militarizzazione dei punti di passaggio e la frammentazione territoriale hanno prodotto una situazione in cui il cibo può esistere a pochi chilometri dalla popolazione che ne ha bisogno senza che questa possa raggiungerlo né acquistarlo.

La sicurezza alimentare dipende da una pluralità di condizioni simultanee: la stabilità dei prezzi, la continuità delle infrastrutture di trasporto, la prevedibilità delle regole di scambio, la capacità dello Stato di garantire la sicurezza delle rotte e la legittimità delle transazioni. La rottura di uno solo di questi elementi produce difficoltà; la loro dissoluzione simultanea genera una crisi sistemica. È esattamente ciò che è avvenuto in Sudan, dove la frammentazione del monopolio della violenza ha prodotto una frammentazione corrispondente del monopolio delle regole economiche, rendendo ogni transazione un atto di calcolo rischioso e ogni mercato un'area potenzialmente esposta alla predazione.

La fame, in questo contesto, non è il fallimento della natura. È il fallimento delle istituzioni.

L'intersezione tra vulnerabilità ecologica e fragilità politica

Sarebbe intellettualmente disonesto negare il ruolo del fattore climatico nella crisi sudanese. La variabilità delle precipitazioni, la desertificazione progressiva delle fasce saheliane e sahariane, la crescente imprevedibilità dei cicli agricoli costituiscono pressioni reali e documentate. Tuttavia, attribuire alla sola dimensione climatica la responsabilità della catastrofe alimentare significa compiere un errore di attribuzione causale che ha una precisa funzione ideologica: quella di naturalizzare una crisi che è, nelle sue cause profonde, politica.

Il principio è semplice e ampiamente dimostrato nella letteratura sui disastri: gli shock ambientali non producono conseguenze uniformi, ma vengono mediati dalla capacità istituzionale di assorbirli. Una siccità che colpisce una società dotata di reti di protezione sociale, infrastrutture di irrigazione, sistemi di stoccaggio e mercati funzionanti produce difficoltà; la stessa siccità che colpisce una società in cui queste strutture sono state distrutte dalla guerra produce mortalità di massa. La vulnerabilità non è una proprietà intrinseca di un ambiente; è il prodotto dell'intersezione tra un rischio esterno e una capacità interna di risposta.

Nel caso sudanese, la guerra ha eliminato quasi completamente la capacità di risposta istituzionale. Le autorità locali operano in condizioni di illegittimità o di assenza; le organizzazioni umanitarie incontrano ostacoli deliberati nell'accesso alle aree colpite; le comunità sfollate hanno perduto gli strumenti tradizionali di adattamento — la mobilità pastorale, la diversificazione delle colture, il ricorso ai mercati informali — che avevano consentito loro di sopravvivere a crisi climatiche precedenti. Il risultato è una spirale in cui il conflitto amplifica la vulnerabilità ecologica e la vulnerabilità ecologica amplifica la competizione per le risorse residue, alimentando a sua volta il conflitto.

Il Sudan come nodo geopolitico e la paralisi della comunità internazionale

La collocazione geografica del Sudan — tra il Mar Rosso, il bacino del Nilo, il Corno d'Africa e il Sahel — lo rende un crocevia di interessi regionali e globali di prima grandezza. Il controllo delle sue coste, delle sue rotte migratorie, delle sue risorse minerarie e della sua posizione rispetto al Canale di Suez interessa potenze regionali (Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Ciad) e attori globali (Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea). Questa densità di interessi produce un paradosso strutturale: il Sudan è simultaneamente troppo importante per essere ignorato e troppo conteso per essere stabilizzato.

La competizione tra attori esterni — che forniscono armi, finanziamento e legittimità diplomatica a diverse fazioni — ha trasformato il conflitto sudanese in una guerra per procura che sfugge in parte al controllo dei suoi protagonisti locali. In questo contesto, la sofferenza della popolazione civile diventa un effetto collaterale accettabile nella logica della competizione strategica, o peggio, uno strumento di pressione. La fame stessa può essere weaponizzata — attraverso l'assedio, il blocco degli aiuti, la distruzione deliberata delle scorte — come arma di guerra, e le denunce di questa pratica si moltiplicano.

La risposta internazionale è risultata, fino ad oggi, strutturalmente inadeguata. I piani di appello umanitario delle Nazioni Unite per il Sudan hanno registrato tassi di finanziamento tra i più bassi degli ultimi decenni, a fronte di una crisi che supera per dimensioni molte di quelle che hanno mobilitato risorse molto superiori. Questa disparità non è il prodotto di una semplice distrazione: riflette una gerarchia implicita di attenzione, in cui le crisi che non si inseriscono in una narrazione geopolitica coerente con le priorità delle potenze donatrici ricevono risorse sproporzionatamente inferiori al loro livello di gravità.

Oltre l'emergenza: la ricostruzione come problema politico

L'assistenza umanitaria è una necessità immediata e indiscutibile. Ma essa non può essere confusa con una soluzione. La distribuzione di alimenti e farmaci può impedire la morte nell'immediato; non può ricostruire un sistema di vita. La sicurezza alimentare, intesa come condizione strutturale e non come evento episodico, richiede istituzioni funzionanti, mercati stabili, infrastrutture operative, un quadro giuridico prevedibile e la possibilità per le persone di partecipare alla vita economica come soggetti e non come beneficiari.

La ricostruzione del Sudan — quando e se le condizioni politiche lo consentiranno — non sarà un problema tecnico. Sarà un problema politico di prima grandezza: chi governerà? Con quale legittimità? Secondo quale modello di distribuzione delle risorse? Come si ricostruisce la fiducia in un sistema che è stato distrutto non dall'inerzia, ma da una violenza deliberata? Come si reintegrano milioni di sfollati in comunità che sono state trasformate dalla guerra in spazi di sospetto e competizione?

Queste domande non hanno risposte semplici, e la loro assenza è essa stessa parte del problema.

Conclusione: la sopravvivenza come questione di giustizia

La tragedia sudanese impone una riflessione che va oltre la solidarietà e l'assistenza. Essa interroga la capacità del sistema internazionale di riconoscere che la dignità umana non si riduce alla persistenza biologica. Un essere umano non sopravvive soltanto nutrendosi: sopravvive coltivando una terra, abitando un luogo, partecipando a una comunità, costruendo un progetto. Quando una guerra distrugge tutte queste condizioni simultaneamente, essa non sta semplicemente uccidendo persone; sta distruggendo il mondo in cui quelle persone esistevano come soggetti.

La fame, in questa prospettiva, non è soltanto una calamità: è anche l’esito di decisioni e responsabilità politiche — di chi detiene il potere e di chi lo tollera. Riconoscerlo non è un esercizio retorico. È la condizione minima perché la risposta internazionale cessi di essere un gesto di emergenza e diventi un atto di giustizia.

Foto in evidenza: Rifugiati sudanesi al valico di Adré, Ciad, 24 gennaio 2025. Foto: Russell Watkins / Foreign, Commonwealth & Development Office / Wikimedia Commons — CC BY 2.0. Nessuna modifica all’originale, salvo eventuale ridimensionamento tecnico in WordPress.

L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.