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L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

L’ITALIA CHE INVECCHIA E I GIOVANI CHE DIMINUISCONO: LA DEMOGRAFIA IMPONE DI RIPENSARE IL RAPPORTO FRA GENERAZIONI

Gruppo di persone anziane durante un’attività collettiva a Calcutta nel 2024; fotografia illustrativa, non riferita alla ricerca italiana.

Una nuova ricerca sulla società italiana richiama l’attenzione sulle trasformazioni demografiche, sulle disuguaglianze e sul contributo delle migrazioni. Il problema non è soltanto la diminuzione delle nascite, ma la capacità del Paese di costruire condizioni nelle quali le diverse generazioni possano partecipare al futuro.

Gruppo di persone anziane durante un’attività collettiva a Calcutta nel 2024; fotografia illustrativa, non riferita alla ricerca italiana.
Gruppo di persone anziane durante un’attività collettiva a Calcutta nel 2024; fotografia illustrativa, non riferita alla ricerca italiana. Fotografia: Biswarup Ganguly (Gangulybiswarup). Fonte: Wikimedia Commons; licenza CC BY 4.0

La trasformazione demografica italiana rappresenta uno dei processi più profondi e meno reversibili nel breve periodo fra quelli che interessano la società contemporanea. La diminuzione delle nascite, l’aumento della longevità e la modificazione della struttura per età della popolazione stanno producendo conseguenze che coinvolgono economia, organizzazione dei servizi, rapporti familiari e distribuzione territoriale degli abitanti. Si tratta di un fenomeno che non riguarda esclusivamente l’Italia, ma che nel contesto italiano assume caratteristiche particolarmente marcate a causa della combinazione fra bassissima fecondità, elevata speranza di vita e limitata capacità di attrarre popolazione giovane attraverso i flussi migratori.

La ricerca Stare nel mondo. Giovani e anziani dell’Italia longeva e multiculturale, presentata a Roma e realizzata dalla Fondazione Migrantes e dall’Istituto Toniolo in collaborazione con l’Istat, propone una lettura di questi fenomeni attraverso dati statistici e testimonianze biografiche, cercando di superare la rappresentazione astratta delle tendenze demografiche per restituire la concretezza delle esperienze individuali. Lo studio richiama l’attenzione sulla progressiva riduzione delle generazioni più giovani, sulle difficoltà economiche e abitative e sulla crescente importanza delle relazioni fra persone appartenenti a età e provenienze differenti, sottolineando come la questione demografica non possa essere affrontata indipendentemente dalle condizioni sociali nelle quali le persone vivono e prendono le proprie decisioni.

La questione deve essere affrontata evitando due semplificazioni che attraversano il dibattito pubblico. La prima consiste nel considerare l’invecchiamento esclusivamente come un problema, come una minaccia alla sostenibilità del sistema economico e alla capacità di innovazione della società. L’aumento della speranza di vita rappresenta anche il risultato di progressi sanitari, scientifici e sociali che hanno migliorato le condizioni di esistenza di intere generazioni. Una società nella quale le persone vivono più a lungo ha conseguito un miglioramento importante delle condizioni di salute, di alimentazione, di istruzione e di sicurezza. La seconda semplificazione consiste nel ritenere che il problema demografico possa essere risolto attraverso una singola misura di sostegno alla natalità, come se la decisione di avere figli dipendesse esclusivamente da un incentivo economico. La decisione di avere figli dipende da una pluralità di condizioni economiche, culturali e personali: l’accesso al lavoro, la stabilità del reddito, la disponibilità di abitazioni e la presenza di servizi per l’infanzia possono influenzare le possibilità concrete di costruire un progetto familiare. La natalità non può essere interpretata indipendentemente dall’organizzazione della società e dalle condizioni materiali nelle quali le persone si trovano a vivere.

Secondo gli indicatori demografici dell’Istat, al primo gennaio 2026 gli ultrasessantacinquenni rappresentavano il 25,1 per cento della popolazione residente, mentre la fascia fino a quattordici anni costituiva l’11,6 per cento. L’età media della popolazione aveva raggiunto 47,1 anni. Si tratta di dati che descrivono una trasformazione strutturale e non una oscillazione temporanea, una modificazione della composizione della società che richiederà decenni per essere eventualmente invertita.

La riduzione delle generazioni giovani produce conseguenze cumulative che si amplificano nel tempo. Quando diminuisce il numero delle persone in età potenzialmente riproduttiva, il numero delle nascite può continuare a ridursi anche in assenza di variazioni particolarmente significative nei comportamenti individuali. Il fenomeno deriva dalla struttura demografica stessa e non soltanto dalle scelte delle persone. Questo significa che le politiche pubbliche devono confrontarsi con tempi lunghi e con una inerzia strutturale che rende inefficaci gli interventi di breve periodo. Non è realistico attendersi che interventi limitati a pochi anni modifichino rapidamente processi sviluppatisi nel corso di decenni. Occorre una programmazione stabile che operi sulle condizioni di fondo e che accetti la lentezza del cambiamento demografico.

La questione riguarda anche il rapporto fra generazioni. Il dibattito pubblico tende talvolta a rappresentare giovani e anziani come gruppi portatori di interessi contrapposti, come se la distribuzione delle risorse tra generazioni fosse un gioco a somma zero nel quale il guadagno di uno corrisponde necessariamente alla perdita dell’altro. La distribuzione delle risorse previdenziali, sanitarie ed educative viene interpretata attraverso una logica competitiva che maschera le interdipendenze reali. Ma una società non può essere governata efficacemente considerando le generazioni come compartimenti separati. La sostenibilità del sistema pensionistico dipende anche dalla qualità dell’occupazione delle generazioni attive. La capacità di assistere una popolazione anziana dipende dalla disponibilità di personale sanitario e sociosanitario, in gran parte composto da persone più giovani. Le opportunità dei giovani dipendono dalle condizioni economiche e istituzionali costruite dalle generazioni precedenti. Le relazioni sono quindi reciproche e una politica demografica dovrebbe riconoscere questa interdipendenza, evitando la retorica dello scontro generazionale che non corrisponde alla realtà delle relazioni sociali.

Il problema dell’autonomia giovanile assume particolare importanza in questo quadro. La ricerca presentata a Roma richiama l’attenzione sulla quota elevata di giovani che continuano a vivere nella famiglia di origine, un fenomeno che non può essere interpretato esclusivamente attraverso preferenze culturali o attraverso la cosiddetta “mammismo”. La precarietà occupazionale, i costi abitativi e la difficoltà di costruire una stabilità economica possono ritardare l’uscita dalla famiglia e, con essa, la possibilità di formare una nuova famiglia. Quando l’autonomia diventa difficile, anche le decisioni relative alla formazione di nuove famiglie e alla generazione di figli possono essere rinviate indefinitamente. Il problema demografico assume quindi una dimensione sociale che riguarda le condizioni di lavoro, il mercato immobiliare e l’organizzazione dei servizi.

La ricerca evidenzia inoltre il ruolo delle migrazioni. L’Italia è contemporaneamente un Paese di immigrazione e di emigrazione: accoglie persone provenienti da altri territori, ma continua anche a perdere una parte dei propri giovani, compresi lavoratori qualificati che non trovano nel Paese condizioni adeguate alla propria formazione e alle proprie aspirazioni. La mobilità internazionale può rappresentare una opportunità individuale e collettiva, ma diventa problematica quando determinati territori non riescono a offrire condizioni sufficienti per trattenere o attrarre popolazione. Le aree interne del Mezzogiorno risultano particolarmente esposte: la diminuzione degli abitanti può determinare una riduzione della domanda di servizi, che a sua volta può contribuire a rendere meno attrattivo il territorio, innescando un processo nel quale declino demografico e indebolimento delle opportunità si alimentano reciprocamente.

Il contributo delle migrazioni può attenuare alcune conseguenze di questi fenomeni, ma non rappresenta una soluzione automatica. Occorrono politiche di integrazione, accesso all’istruzione e possibilità di partecipazione economica. La presenza di nuove persone produce benefici duraturi quando viene accompagnata da condizioni sociali adeguate e da una capacità di accoglienza che superi la semplice tolleranza e costruisca effettive possibilità di partecipazione alla vita collettiva.

La questione demografica dovrebbe quindi essere interpretata come una trasformazione dell’intera organizzazione collettiva. La scuola deve confrontarsi con la diminuzione degli alunni in alcuni territori. La sanità deve rispondere alla crescita dei bisogni legati alla cronicità e alla non autosufficienza. Le città devono adattare abitazioni, mobilità e servizi a una popolazione che cambia. Il mercato del lavoro deve valorizzare competenze appartenenti a generazioni differenti. Il problema non consiste nel contrapporre una società giovane a una società anziana: consiste nel costruire una società capace di riconoscere le esigenze di entrambe e di costruire le condizioni per una convivenza che non sia fondata sulla competizione ma sulla complementarità.

Fonti di riferimento

Istituto Toniolo, 7 ottobre 2026; ISTAT, Indicatori demografici 2025

L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.

Crediti fotografici: Biswarup Ganguly (Gangulybiswarup). Fonte: Wikimedia Commons. Licenza: CC BY 4.0. Fotografia utilizzata senza modifiche.