L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

LA CALABRIA CHE SI SOTTRAE: AREE INTERNE, ASSOTTIGLIAMENTO DEMOGRAFICO E CITTADINANZA TERRITORIALE NELL’ITALIA DELLA TRANSIZIONE

Veduta serale del borgo di Badolato, Calabria, 29 dicembre 2024

I. La questione territoriale come problema di giustizia spaziale

La riflessione economica sul Mezzogiorno e, più specificamente, sulla Calabria ha attraversato negli ultimi decenni una parabola che, pur nella sua ricchezza analitica, ha finito per produrre una forma di cecità strutturale. L'attenzione prevalente per le grandezze aggregate — il prodotto interno lordo regionale, i tassi di occupazione, l'assorbimento dei fondi strutturali, il gap infrastrutturale rispetto alle regioni del Centro-Nord — ha progressivamente oscurato una dimensione che non è riducibile a nessuna di queste variabili e che, nondimeno, le condiziona tutte: la questione di come lo spazio venga organizzato e di quali conseguenze questa organizzazione produca sull'effettiva godibilità dei diritti da parte di chi lo abita.

Non si tratta di un problema di arretratezza economica in senso stretto. Si tratta di un problema di geometria istituzionale: la distanza, materiale e amministrativa, che separa determinati cittadini dai servizi fondamentali non è un accidente topografico, ma il risultato sedimentato di scelte politiche, di criteri allocativi, di razionalità organizzative che hanno privilegiato l'efficienza aggregata rispetto all'equità distributiva. Quando un cittadino di un comune dell'entroterra aspromontano o della Sila greca deve percorrere novanta chilometri per raggiungere un pronto soccorso, o quando un adolescente di un paese delle Serre deve abbandonare la propria comunità per accedere a un'istruzione secondaria superiore adeguata, non ci si trova di fronte a un problema di sviluppo insufficiente. Ci si trova di fronte a un problema di cittadinanza incompiuta, di diritti che esistono nella norma ma si dissolvono nella pratica territoriale.

Questa distinzione non è accademica. Essa determina la natura stessa delle risposte che si possono immaginare. Se il problema è la crescita, la risposta è l'investimento. Se il problema è la giustizia spaziale, la risposta è la riorganizzazione delle condizioni di accesso ai diritti — e questo richiede strumenti molto diversi, e in larga misura assenti, dall'arsenale delle politiche di sviluppo tradizionali.

II. La distanza come prodotto politico

La geografia critica ha da tempo superato l'idea che la distanza sia una proprietà oggettiva dello spazio fisico. Come ha argomentato con rigore Edward Soja in Seeking Spatial Justice (2010), la giustizia spaziale non coincide con la giustizia sociale distribuita uniformemente su un territorio omogeneo, ma richiede il riconoscimento che lo spazio è esso stesso una produzione sociale, attraversato da rapporti di potere che determinano quali luoghi sono connessi e quali sono esclusi, quali sono serviti e quali sono abbandonati.

La Calabria offre un laboratorio particolarmente istruttivo di questa produzione sociale della distanza. La sua orografia — la catena delle Serre che separa Ionio e Tirreno, l'altopiano della Sila che incombe sulle pianure costiere, l'Aspromonte che si spinge fino al mare — ha prodotto nel corso dei secoli una rete insediativa di straordinaria densità e articolazione. Centinaia di comunità, spesso di poche centinaia di abitanti, si sono stratificate nel paesaggio in una relazione di adattamento reciproco con l'ambiente che, per lungo tempo, ha costituito una soluzione funzionale: la dispersione insediativa rispondeva a esigenze di difesa, di sfruttamento agricolo diversificato, di autonomia comunitaria.

Questa soluzione, che ha funzionato per secoli, è entrata in crisi non per un difetto intrinseco della configurazione territoriale, ma per una trasformazione delle condizioni di esercizio della cittadinanza. Quando i diritti fondamentali — salute, istruzione, mobilità, partecipazione — vengono organizzati secondo logiche di concentrazione e di scala, la dispersione insediativa diventa un fattore di esclusione. Non perché i luoghi siano in sé inadeguati, ma perché l'architettura istituzionale che dovrebbe garantire i diritti è stata progettata per un'organizzazione spaziale diversa, quella della città compatta e della pianura servita.

La marginalità delle aree interne calabresi non è dunque una condizione naturale. È il prodotto di un'incongruenza tra la morfologia del territorio e la morfologia delle istituzioni. E come ogni prodotto storico, essa può essere trasformata — ma solo se si riconosce che il problema non è il territorio, bensì l'organizzazione dello spazio dei diritti.

III. L'assottigliamento: oltre la retorica dello spopolamento

La letteratura divulgativa e una parte non trascurabile della letteratura istituzionale descrivono il fenomeno demografico delle aree interne calabresi attraverso il lessico dello "spopolamento": immagini di borghi deserti, di case abbandonate, di un esodo biblico verso le coste o verso il Nord. Questa rappresentazione, per quanto suggestiva, è analiticamente imprecisa e politicamente fuorviante.

Antonio De Rossi, nel suo lavoro sui territori fragili, ha proposto di sostituire il termine "spopolamento" con quello di "assottigliamento" (thinning), per indicare un processo che non è una sottrazione indifferenziata di popolazione, ma una selezione strutturale. Ciò che le comunità interne perdono non è una quota uniforme di abitanti, ma precise componenti demografiche: i giovani in età formativa e lavorativa, le famiglie con bambini, le figure professionali qualificate, i soggetti dotati di capitale sociale e capacità progettuale. Ciò che resta è una popolazione che invecchia, che si impoverisce, che perde progressivamente la capacità di generare domanda di servizi e di sostenere economicamente la loro manutenzione.

Il meccanismo è circolare e cumulativo, e la sua logica è ben descritta dalla teoria degli squilibri regionali di Gunnar Myrdal, rivisitata alla luce delle dinamiche territoriali contemporanee. La perdita di popolazione qualificata riduce la base fiscale e la domanda potenziale; la contrazione della domanda giustifica, nelle logiche di razionalizzazione della spesa pubblica, la riduzione dell'offerta di servizi; la riduzione dell'offerta accelera l'emigrazione residua. Si tratta di un processo di retroazione positiva — nel senso tecnico dell'espressione, cioè di amplificazione — che, una volta innescato, tende a produrre il proprio accelerarsi.

In Calabria, questo meccanismo si sovrappone a una specificità regionale che lo aggrava: la cronica insufficienza del sistema infrastrutturale primario — ferroviario, stradale, digitale — che rende ogni chilometro di distanza più costoso, in termini di tempo e di risorse, rispetto a contesti territoriali dotati di reti di connessione capillari. La distanza fisica si trasforma in distanza temporale, la distanza temporale in distanza economica, la distanza economica in distanza sociale.

IV. Il diritto alla permanenza come categoria di cittadinanza

La tradizione liberale ha costruito la propria architettura dei diritti attorno al principio di libertà di movimento: il diritto di emigrare, di trasferirsi, di scegliere il proprio luogo di residenza. Questo principio, sacrosanto, è stato storicamente mobilizzato — anche nel dibattito meridionalista — come argomento contro le politiche di radicamento forzato, contro le visioni localistiche che idealizzano l'immobilità come valore in sé.

Ma il diritto di partire, se non è accompagnato dalle condizioni che rendono possibile restare, si rovescia nel suo contrario. Una libertà che si esercita solo attraverso la rinuncia al proprio luogo di origine non è una libertà piena: è una libertà coatta, una libertà della fuga. Il diritto alla permanenza — che potremmo definire, in termini giuridici, come il diritto a non essere costretti all'emigrazione per carenza di condizioni materiali di vita — non è un principio conservatore. È un principio di uguaglianza sostanziale, perché garantisce che la scelta del luogo in cui vivere non sia determinata dalla geografia della nascita.

Questa prospettiva si inscrive in una riflessione più ampia sulla natura della cittadinanza territoriale. Se la cittadinanza è, nella formulazione classica di T.H. Marshall, l'accesso a un insieme di diritti civili, politici e sociali, allora la cittadinanza territoriale è la garanzia che questo accesso non sia condizionato dal codice postale. Una democrazia che tollera che i diritti fondamentali siano disponibili in modo radicalmente diverso a seconda del luogo di residenza non è una democrazia incompleta: è una democrazia che ha smesso di essere sostanziale in vaste porzioni del proprio territorio.

Il diritto alla permanenza, così inteso, non è una richiesta di immobilità. È una richiesta di condizioni. È la domanda che ogni cittadino ha il diritto di porre allo Stato: "Se scelgo di vivere qui, mi garantite le stesse possibilità che offrite a chi vive altrove?". Se la risposta è no, allora la scelta di restare non è una scelta: è una condanna.

V. La critica alla mercificazione del paesaggio

L'attenzione che le politiche pubbliche e il mercato hanno rivolto, negli ultimi anni, ai borghi italiani — e calabresi in particolare — risponde a una logica che merita un esame critico. Il recupero del patrimonio edilizio storico, la rigenerazione dei centri antichi, la promozione turistica dei paesaggi rurali: tutto ciò ha prodotto risultati significativi in termini di conservazione materiale e di visibilità mediatica. Ma la conservazione di un involucro architettonico non coincide con la vitalità di una comunità.

La critica che si può muovere a questa impostazione non è ideologica ma strutturale. Il turismo è un settore economicamente volatile, stagionale, dipendente da fattori esterni — mode, congiunture, crisi sanitarie — che lo rendono inadeguato come base di una strategia di permanenza. Una comunità che vive di turismo è una comunità che ha ceduto la propria sovranità economica a soggetti esterni: i flussi, le piattaforme, le decisioni di operatori che non risiedono nel territorio e non ne condividono il destino. La comunità diventa scenografia, e i suoi abitanti diventano comparse in una rappresentazione destinata a un pubblico che va e viene.

Il rischio profondo della mercificazione del paesaggio è la dissociazione tra forma e contenuto: un borgo restaurato, fotografato, promosso, ma privo di servizi, di lavoro stabile, di scuole, di sanità, di connettività, è un simulacro. È una forma senza vita. E una comunità che si trasforma in simulacro perde, oltre alla sostanza, anche la capacità di immaginare un futuro proprio, perché il proprio futuro viene definito da altri, per altri.

La tutela del patrimonio culturale e paesaggistico è un valore irrinunciabile. Ma essa deve essere subordinata — non il contrario — alla riproduzione sociale della comunità che quel patrimonio ha prodotto e che lo abita. Un borgo senza bambini non è un borgo: è un museo a cielo aperto.

VI. Verso una politica della coesione spaziale

La risposta alla questione delle aree interne calabresi richiede un superamento di due opposte tentazioni. La prima è quella della rassegnazione: l'idea che lo spopolamento sia un processo irreversibile, che le comunità interne siano destinate alla scomparsa, che l'unico intervento razionale sia la gestione ordinata dell'abbandono. Questa posizione, che si presenta come realismo, è in realtà una profezia autoavverante: se le istituzioni si comportano come se il territorio fosse già morto, lo renderanno effettivamente morto.

La seconda tentazione è quella della nostalgia: l'idea che si possa ripristinare una condizione pregressa, che la soluzione consista nel riportare i territori a una forma che non esiste più. Anche questa posizione è politicamente sterile, perché ignora che le comunità interne non devono essere preservate come reperti, ma poste nelle condizioni di partecipare attivamente alla produzione del proprio futuro.

La via che resta è quella della coesione spaziale intesa come progetto politico consapevole: la costruzione deliberata di un'organizzazione territoriale in cui i diritti fondamentali siano effettivamente accessibili indipendentemente dalla collocazione geografica. Questo richiede, come minimo, tre condizioni simultanee.

La prima è infrastrutturale: una rete di connessioni fisiche e digitali che riduca il costo della distanza a un livello compatibile con l'esercizio effettivo dei diritti. Non si tratta di realizzare grandi opere, ma di garantire che ogni comunità sia raggiungibile in tempi ragionevoli dai servizi essenziali, e che la connettività digitale sia effettivamente disponibile — non come promessa normativa, ma come condizione materiale.

La seconda è istituzionale: una riorganizzazione della offerta di servizi — sanitaria, scolastica, amministrativa — che riconosca la specificità dei territori a bassa densità e non li tratti come anomalie da razionalizzare. Le soluzioni esistono: ospedali di comunità, scuole multisito, presidi di prossimità, mobilità sanitaria programmata. Ciò che manca è la volontà politica di implementarle al di fuori della logica del risparmio di breve periodo.

La terza è economica: la costruzione di condizioni che rendano possibile un lavoro stabile e dignitoso nei territori interni, senza il quale ogni politica di permanenza resta vana. Questo non significa immaginare un ritorno all'agricoltura di sussistenza, ma significa riconoscere che esistono economie — agroalimentare di qualità, silvicoltura gestita, economia della cura, ricerca applicata ai sistemi ambientali, manifattura distribuita — che possono essere competitive proprio perché radicate in quei territori e nelle loro specificità ecologiche e culturali.

VII. Conclusione: la geografia della possibilità

La Calabria delle aree interne non è un problema da risolvere. È una domanda che pone all'intera società italiana: quale modello di convivenza territoriale si intende costruire? Una società che accetta che la nascita in un luogo anziché in un altro determini l'accesso differenziato ai diritti fondamentali non è una società che ha scelto un modello di sviluppo: è una società che ha accettato, implicitamente, che alcuni dei propri cittadini siano cittadini di serie inferiore.

La distanza, in Calabria, non è soltanto una condizione naturale: le politiche pubbliche possono attenuarne o aggravarne gli effetti.

Ma revocarla richiede qualcosa di più di un piano di investimenti o di una campagna di comunicazione. Richiede un cambiamento nella grammatica stessa con cui si pensa il rapporto tra Stato e territorio: il passaggio da una logica di erogazione a una logica di garanzia, da una razionalità di efficienza a una razionalità di giustizia. Non si tratta di "salvare i borghi". Si tratta di riconoscere che ogni comunità che scompare per assenza di condizioni è una sconfitta della democrazia, e che la misura della civiltà di un paese non si prende nei centri che brillano, ma nelle periferie che resistono — o che vengono lasciate spegnere.

La Calabria non si gioca nel futuro delle sue città costiere. Si gioca nella possibilità, per chi nasce a San Giovanni in Fiore, a Staiti, a Mongrassano, di costruire una vita piena senza dover scegliere tra la propria terra e la propria dignità. È su questa possibilità — e solo su di essa — che si misura la coerenza di una democrazia che si dichiara una e indivisibile.

Foto in evidenza: Veduta serale del borgo di Badolato, Calabria, 29 dicembre 2024. Foto: Ensahequ / Wikimedia Commons — CC BY-SA 4.0. Nessuna modifica all’originale, salvo eventuale ridimensionamento tecnico in WordPress.

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