Una città non coincide con la somma dei suoi monumenti. Questa affermazione, apparentemente banale, contiene in realtà il nodo concettuale attorno a cui ruota l'intera questione turistica contemporanea. Ciò che rende una città desiderabile — la sua capacità di attrarre, di trattenere, di essere scelta come meta — non risiede soltanto nella bellezza delle sue pietre o nella qualità del suo paesaggio, ma in qualcosa di più sfuggente e più decisivo: nella presenza di una vita quotidiana che si svolge secondo una logica propria, fatta di relazioni, di memorie, di attività economiche diversificate, di abitudini che nessuno ha progettato per essere guardate. È precisamente questa vita, invisibile eppure onnipresente, ciò che il turismo consuma senza sempre accorgersi di consumarlo. Il paradosso che la città contemporanea è chiamata ad affrontare non consiste dunque nel decidere se accogliere i visitatori, ma nel comprendere che la propria attrattività dipende da condizioni che un'espansione turistica non governata può progressivamente dissolvere. La città rischia di trasformarsi in un'immagine di sé: un contenitore scenografico che conserva l'involucro del proprio passato e delle proprie forme, ma ne ha perduto il contenuto sociale.
Il turismo come funzione, non come intrusione
Occorre anzitutto sottrarre il dibattito a una rappresentazione che lo irrigidisce: quella che oppone il turismo alla città come una presenza esterna alla sua autenticità. Il turismo non è un corpo estraneo che invade un organismo sano; è una funzione legittima e antica della vita urbana, una forma di incontro tra persone e territori che può generare reddito, occupazione, circolazione di conoscenze, risorse per la conservazione del patrimonio. Le economie contemporanee non funzionano nonostante il turismo, ma in larga misura grazie ad esso, e nessuna politica seria può fondarsi sulla sua negazione. La domanda pertinente non è se il turismo sia un bene o un male — una domanda che non ammette risposta perché la sua risposta dipende interamente dalle condizioni in cui si svolge — bensì a quali condizioni l'ospitalità possa integrarsi con le altre funzioni del territorio senza eroderle. È una questione di equilibrio, non di principio.
Questa cautela analitica è tanto più necessaria di fronte a un fenomeno che ha cambiato scala, e quindi natura, in pochi anni. Secondo i dati pubblicati da Eurostat il 1° aprile 2026, nel 2025 i pernottamenti in alloggi per soggiorni brevi prenotati attraverso le principali piattaforme digitali dell'Unione europea hanno raggiunto circa 951,6 milioni di notti: un incremento dell'11,4 per cento rispetto al 2024 e del 32,4 per cento rispetto al 2023. Si tratta di una componente specifica del mercato ricettivo, non del turismo europeo nel suo complesso, e va maneggiata senza equivoci. Ma la sua dinamica racconta un mutamento strutturale: la possibilità di trasformare un'abitazione in un'unità ricettiva accessibile a una domanda globale, mediata da sistemi digitali che mettono in contatto proprietari e visitatori a migliaia di chilometri di distanza, ha ampliato le opportunità economiche — consentendo di valorizzare immobili sottoutilizzati, di diversificare le forme di soggiorno, di distribuire i benefici del turismo al di fuori delle strutture tradizionali — ma ha anche introdotto una pressione inedita sul patrimonio immobiliare nelle aree a offerta residenziale limitata.
La cautela necessaria: contro la monocausa
Sarebbe intellettualmente disonesto, e politicamente controproducente, attribuire agli affitti brevi la responsabilità complessiva della crisi abitativa urbana. La disponibilità di case dipende da un fascio di cause — le politiche urbanistiche, il volume delle nuove costruzioni, il peso degli immobili inutilizzati, l'andamento dei redditi, la struttura della domanda residenziale — e nessuna di esse si lascia ridurre all'altra. Il dibattito pubblico oscilla tra due semplificazioni speculari e ugualmente fuorvianti: da un lato il turismo come risorsa da liberare da ogni vincolo, dall'altro come causa generalizzata dell'impoverimento urbano. Entrambe mancano il punto, che è la distribuzione diseguale degli effetti. Un proprietario ricava un reddito aggiuntivo dall'alloggio turistico; una famiglia che cerca una casa stabile incontra difficoltà crescenti. Un esercizio si giova dell'afflusso di visitatori; un'attività di prossimità, rivolta ai residenti, soccombe alla pressione dei canoni o alla mutazione della domanda. Gli interessi non sono necessariamente inconciliabili, ma non coincidono: ed è precisamente in questo scarto che una politica matura è chiamata a intervenire, riconoscendo la pluralità dei soggetti e dei costi che ciascuno sopporta.
La crisi dell'accessibilità economica della vita urbana fornisce, a questo proposito, lo sfondo entro cui leggere il fenomeno. Secondo la pubblicazione Eurostat Key Figures on European Living Conditions – 2026 Edition, nel 2025 il 7,7 per cento della popolazione dell'Unione europea viveva in famiglie in cui i costi dell'abitazione assorbivano almeno il 40 per cento del reddito disponibile; un'incidenza che nelle città saliva al 9,6 per cento, contro il 5,6 per cento delle aree rurali. Questi valori non misurano l'impatto del turismo — e sarebbe un errore concettuale sovrapporli — ma descrivono una vulnerabilità preesistente con cui le trasformazioni del mercato degli alloggi inevitabilmente interagiscono. Proprio perché il problema è multifattoriale, le politiche turistiche non possono essere concepite in compartimento separato da quelle abitative: una città che coltiva la propria attrattività deve interrogarsi sulle condizioni di vita di coloro che ne garantiscono quotidianamente il funzionamento — i lavoratori dei servizi, gli insegnanti, gli operatori sanitari, gli studenti, le famiglie — perché è la loro presenza a tenere in vita le funzioni sociali che costituiscono l'identità urbana. Quando l'accesso alla casa si restringe, la città non perde soltanto abitanti: perde pezzi della propria anima funzionale.
Il paradosso dell'attrattività
È qui che si manifesta la contraddizione più sottile, e forse la più importante, dell'intera questione. Il successo turistico di un territorio dipende, in larga misura, dalle qualità sociali e culturali che un turismo non governato tende a consumare. Le città storiche non attraggono soltanto per i loro edifici: attraggono per le tradizioni, per i mercati, per le botteghe, per i caffè, per quella trama di attività ordinarie che conferisce autenticità allo spazio e lo sottrae alla condizione di pura scenografia. Quando la pressione della domanda sostituisce i negozi di vicinato con le attività costruite esclusivamente per il consumo dei visitatori, quando i residenti vengono progressivamente espulsi dai centri che hanno abitato per generazioni, il territorio si trasforma in una rappresentazione semplificata di sé: il patrimonio resta visibile, ma si svuota del contesto umano che gli dava significato. La città si offre come immagine, e l'immagine, a differenza della vita, non si rigenera.
Venezia è l'esempio che il dibattito internazionale richiama più spesso, per la fragilità del suo tessuto urbano e la radicalità del rapporto tra residenti e visitatori. Ma sarebbe un errore considerarla un'eccezione esotica, una patologia riservata alle destinazioni più celebri. Le tensioni tra funzione turistica e funzione residenziale attraversano anche le città medie, i centri storici minori, le località costiere: mutano le scale, i tempi, le intensità, ma il problema di fondo resta il medesimo — costruire un equilibrio tra le attività economiche che l'ospitalità genera e la continuità della vita locale che le rende possibili.
I dati come condizione, non come soluzione
Le istituzioni europee hanno cominciato a dotarsi di strumenti per governare questa trasformazione. Il regolamento dell'Unione europea 2024/1028, applicabile dal 20 maggio 2026, introduce disposizioni per la raccolta e la condivisione dei dati sui servizi di locazione di breve termine: registrazioni, meccanismi di trasmissione dalle piattaforme alle autorità, un'infrastruttura informativa destinata a rendere trasparente un mercato che è rimasto a lungo opaco. Non si tratta di un divieto generalizzato degli affitti brevi, né di una norma che stabilisca quanti alloggi ciascuna città possa destinare al turismo: il suo significato è un altro, e non è minore. Esso restituisce alle autorità pubbliche la possibilità di sapere — di conoscere la distribuzione territoriale degli alloggi turistici, la loro concentrazione, le caratteristiche delle attività — là dove prima governavano sulla base di percezioni generiche o di rappresentazioni parziali.
Ma la disponibilità dei dati, per quanto indispensabile, non coincide con la capacità di governare. L'informazione è una condizione della buona amministrazione, non la sua garanzia. Sapere quanti alloggi sono destinati ai soggiorni temporanei non dice ancora nulla dei loro effetti sulle condizioni residenziali, sulla struttura commerciale, sulla distribuzione dei benefici economici. I dati vanno interpretati, e interpretarli significa inserirli dentro una strategia urbanistica, economica e sociale che li trascende. Una cifra, da sola, non produce una politica: produce al massimo una diagnosi.
Oltre la tirannia del numero
La stessa cautela vale per gli indicatori con cui misuriamo il successo turistico. Per decenni la vitalità di una destinazione è stata letta attraverso la crescita degli arrivi, delle presenze, della capacità ricettiva: una concezione quantitativa e cumulativa che scambiava l'aumento dei flussi con il progresso. Quegli indicatori restano utili, ma sono strutturalmente ciechi rispetto a ciò che più conta. Un incremento dei visitatori può accompagnarsi a una crescita del reddito locale, a nuove opportunità professionali, a investimenti nella conservazione del patrimonio; può altrettanto bene produrre congestione, pressione infrastrutturale, tensioni abitative, omogeneizzazione commerciale. Una politica turistica matura non persegue automaticamente il massimo numero possibile di persone: ricerca le condizioni attraverso cui l'ospitalità generi benefici duraturi senza compromettere le altre funzioni del territorio. Ciò significa guardare non solo alla quantità dei flussi, ma alla loro distribuzione nel tempo e nello spazio, alla qualità dell'occupazione che producono, alle ricadute effettive sulle comunità.
Calabria: l'abitabilità come infrastruttura dell'accoglienza
Questa impostazione assume un rilievo particolare per i territori che intendono rafforzare la propria presenza nei mercati turistici senza replicare gli errori delle destinazioni mature. La Calabria dispone di un patrimonio paesaggistico, storico e culturale che offre possibilità di sviluppo considerevoli; ma la crescita dell'offerta ricettiva avrebbe scarso senso se disgiunta da una riflessione sulla qualità delle infrastrutture, sulla sostenibilità ambientale, sulle relazioni con le comunità locali. La lezione che la città contemporanea offre, in generale, vale per la Calabria in particolare: la conservazione dei centri storici, la disponibilità dei servizi, la qualità degli spazi pubblici, la tutela del paesaggio non sono costi che si oppongono allo sviluppo turistico, ma le condizioni che lo rendono possibile e duraturo. La qualità dell'abitare e la qualità dell'accoglienza non sono interessi contrapposti: sono due facce della stessa medaglia. Una città ben organizzata per i propri abitanti possiede, quasi sempre, caratteristiche che migliorano anche l'esperienza di chi la visita — servizi efficienti, spazi curati, mobilità accessibile, un patrimonio realmente vissuto anziché soltanto esposto. Il problema nasce quando le scelte territoriali vengono orientate verso una sola categoria di utilizzatori, trascurando le altre: ed è precisamente questa miopia funzionale a trasformare un'opportunità in una minaccia.
La responsabilità condivisa del guardare e dell'abitare
Il turismo, nella sua forma più alta, è una conoscenza: l'accesso a un luogo significa l'accesso alla sua storia e alle relazioni che lo abitano. Ma questa conoscenza è possibile solo se il luogo resta abitato, solo se la comunità che lo tiene vivo non ne viene espulsa. Quando il territorio viene ridotto a un insieme di attrazioni disponibili senza limiti, la visita degrada a successione di immagini e di servizi: si fotografa ciò che non si comprende, si consuma ciò che non si incontra. Una forma più consapevole di turismo esige allora una responsabilità distribuita su tre soggetti. Alle amministrazioni compete il governo delle trasformazioni, la capacità di tradurre i dati in scelte e le scelte in equilibrio. Alle imprese compete il riconoscimento del debito che la propria attività vanta verso le condizioni sociali e ambientali che la rendono possibile — perché il paesaggio, la cultura e la vita quotidiana non sono risorse gratuite, ma capitale prodotto da altri. Ai visitatori compete l'educazione a considerare i luoghi non come spazi a disposizione, ma come territori abitati, nei quali si è ospiti e non proprietari.
Conclusione: la ricchezza di ciò che resta abitabile
La sostenibilità turistica non è, in definitiva, una strategia di comunicazione ambientale né un ornamento etico aggiunto all'offerta: è la questione strutturale del rapporto tra economia, cultura e qualità della vita. La sua dimensione più profonda consiste nel riconoscere che l'attrattività di un territorio non può essere separata dalla sua abitabilità, perché la prima dipende dalla seconda in un rapporto che non ammette disgiunzione. Una città non diventa migliore per il semplice fatto che un numero crescente di persone desidera visitarla; al contrario, rischia di peggiorare proprio nel momento in cui, per compiacere chi guarda, smette di essere adatta a chi vive. Diventa realmente più ricca quando riesce a conservare, insieme alla capacità di accogliere, le condizioni che permettono alle persone di continuare ad abitarla. È in questa tensione — tra la città immagine e la città vissuta, tra la tentazione di essere consumata e la fatica di restare se stessa — che si gioca il futuro del turismo: non come settore da regolare, ma come prova della maturità con cui una società sa custodire ciò che la rende desiderabile.
L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.
Fotografia in evidenza: Turisti si imbarcano per un giro in gondola sul Canal Grande a Venezia, fotografia illustrativa del 20 maggio 2014. Foto: Marc Ryckaert / Wikimedia Commons — CC BY-SA 4.0.. Licenza: CC BY-SA 4.0. Nessuna modifica all’immagine originale. In caso di adattamento, rispettare le condizioni ShareAlike.

