L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

LA SALUTE MENTALE FRA SAPERE PROFESSIONALE E VOCE DIRETTA: QUANDO PARTECIPARE SIGNIFICA CONTARE NELLE DECISIONI

Iniziativa per la Giornata mondiale della salute mentale.

In occasione della Giornata mondiale del 10 ottobre, la campagna dell’OMS richiama una distinzione decisiva: ascoltare una testimonianza non equivale a riconoscerne la capacità di orientare i servizi. La vera inclusione comincia dove la parola individuale diventa competenza progettuale.

La Giornata mondiale della salute mentale, che ricorre il 10 ottobre, propone quest’anno una riflessione che eccede i consueti confini della ricorrenza e tocca un nodo strutturale dell’organizzazione sanitaria contemporanea: il rapporto fra conoscenza professionale, esperienza personale e architettura dei servizi. Il tema scelto dall’Organizzazione mondiale della sanità per il 2026 pone al centro la necessità di ascoltare le persone che hanno attraversato direttamente condizioni di sofferenza psichica e di riconoscere il valore della loro esperienza nella definizione delle politiche pubbliche. La campagna internazionale, intitolata Lived experiences heard: real voices, real change, sottolinea con precisione un punto che il lessico della partecipazione tende spesso a confondere: la partecipazione non dovrebbe limitarsi alla possibilità di raccontare la propria storia, ma dovrebbe estendersi alla possibilità di contribuire alla progettazione, all’organizzazione e alla valutazione dei servizi. Secondo i dati richiamati dall’OMS, la collaborazione sistematica con persone dotate di esperienza diretta dei problemi di salute mentale rimane ancora incompleta in numerosi sistemi sanitari — un’inerzia che non è soltanto organizzativa, ma concettuale, perché presuppone una gerarchia del sapere che la campagna intende, almeno nelle intenzioni, superare.

Il principio possiede una rilevanza che trascende l’ambito specifico della salute mentale e interroga il modo medesimo in cui le istituzioni costruiscono le proprie decisioni. Tradizionalmente, i servizi pubblici sono stati organizzati attorno a una distinzione relativamente netta fra chi possiede competenze professionali e chi riceve una prestazione: una separazione che assegna la titolarità del sapere agli uni e la passività del beneficio agli altri. Questa distinzione conserva una sua necessità, che non va dissolta nella retorica dell’orizzontalità totale: le decisioni cliniche richiedono conoscenze scientifiche, formazione specialistica e responsabilità professionali che non possono essere surrogate dalla semplice esperienza individuale, giacché il sapere esperto non è un privilegio corporativo ma una condizione di sicurezza per chi si affida al servizio. Tuttavia, l’esperienza di chi utilizza i servizi permette di conoscere aspetti che le procedure amministrative e gli indicatori quantitativi non sempre riescono a rappresentare. Un servizio può risultare formalmente accessibile e, simultaneamente, presentare ostacoli concreti per chi deve effettivamente servirsene; può disporre di strutture adeguate senza garantire una continuità relazionale sufficiente; può rispettare puntualmente determinate procedure e, nondimeno, non rispondere pienamente ai bisogni quotidiani delle persone. La partecipazione degli utenti contribuisce precisamente a far emergere queste distanze, che sono le vere crepe nelle quali si incrina l’efficacia dell’intervento pubblico.

Non si tratta, dunque, di contrapporre esperienza e scienza, come se le due forme di conoscenza si escludessero a vicenda. Si tratta, più ragionevolmente, di costruire una relazione nella quale ciascuna possa contribuire, con funzioni differenti e non sovrapponibili, al miglioramento dell’assistenza. La salute mentale rende questa esigenza particolarmente evidente perché le condizioni psicologiche e psichiatriche non si esauriscono nella dimensione clinica, ma investono le relazioni familiari, l’attività lavorativa, la formazione, la partecipazione sociale: il percorso di cura non può quindi essere considerato esclusivamente attraverso il parametro della sintomatologia, ma deve tenere conto delle condizioni materiali e simboliche nelle quali la persona vive. La disponibilità di un alloggio, la possibilità di lavorare, il sostegno familiare, l’accessibilità dei servizi territoriali possono influenzare la qualità della vita in misura non minore della terapia farmacologica o psicologica. È a questa consapevolezza che si richiama l’OMS quando richiama la necessità di rafforzare modelli assistenziali fondati sulla comunità e sul rispetto dei diritti, superando la logica dell’isolamento a favore di una presa in carico che riconosca la persona nella sua interezza.

La trasformazione delle strutture residenziali e delle istituzioni di lunga permanenza richiede, tuttavia, una programmazione particolarmente attenta, perché è proprio nel passaggio dalla teoria alla prassi che si annidano i rischi maggiori. La riduzione del ricorso all’istituzionalizzazione non può essere interpretata come una semplice diminuzione dei posti letto disponibili, quasi che la chiusura di un reparto coincidesse automaticamente con l’apertura di una rete territoriale. Essa deve essere accompagnata da servizi di prossimità, sostegno abitativo, assistenza professionale e opportunità di inclusione reale; in assenza di queste condizioni, il trasferimento delle responsabilità dalle istituzioni alle famiglie rischia di produrre nuove forme di vulnerabilità, scaricando sui nuclei domestici un carico di cura che prima era, pur con tutti i suoi limiti, collettivamente assunto. La deistituzionalizzazione, per non degenerare in abbandono, deve essere costruita prima di essere attuata, e la sua qualità si misura non sul numero di strutture chiuse ma sulla densità dei servizi aperti.

Il problema riguarda anche, e in modo non secondario, il linguaggio pubblico. Le persone con problemi di salute mentale vengono ancora frequentemente rappresentate attraverso categorie che riducono la complessità della loro esperienza: la diagnosi rischia di trasformarsi da descrizione clinica a definizione complessiva dell’individuo, da strumento di comprensione a etichetta identitaria. Ma una condizione sanitaria non esaurisce la persona, che possiede relazioni, capacità, aspirazioni e una storia irriducibile alla dimensione della malattia. Il superamento dello stigma esige pertanto un cambiamento che non si esaurisce nella promozione di messaggi di sensibilizzazione, pur utili, ma che deve tradursi nella modificazione concreta delle condizioni di partecipazione alla vita sociale: perché lo stigma non si dissolve con le parole, ma con l’occupazione, l’abitare, la possibilità di essere riconosciuti come cittadini e non come portatori di un problema.

La giornata del 10 ottobre invita precisamente a compiere questo passaggio di grado: ascoltare significa riconoscere una voce, partecipare significa riconoscere una capacità di contribuire alle decisioni, e la differenza fra i due verbi è sostanziale, perché segna il confine fra una democrazia dell’ascolto e una democrazia della co-responsabilità. Una politica della salute mentale realmente inclusiva dovrebbe essere costruita attraverso la collaborazione fra professionisti, istituzioni, famiglie e persone direttamente interessate, senza che l’obiettivo consista nel cancellare le differenze di competenza — impresa vana e pericolosa — bensì nel riconoscere che la qualità dei servizi dipende anche dalla capacità di comprendere la vita delle persone alle quali essi sono destinati. La dignità, in questa prospettiva, non è una conseguenza eventuale e accessoria della cura, qualcosa che si aggiunge quando le risorse lo consentono: deve costituirne la condizione fondamentale, il criterio stesso in nome del quale la cura viene progettata e valutata. È su questo terreno, più che sulle dichiarazioni celebrative, che la Giornata mondiale chiede alle istituzioni di misurarsi.

Foto d’archivio: iniziativa per la Giornata mondiale della salute mentale – Bhat.Psy / Wikimedia Commons – Licenza CC BY-SA 4.0.

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