La riforma dell'assistenza territoriale italiana, definita attraverso il decreto ministeriale 77 del 2022 e sostenuta dagli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha individuato nelle Case della Comunità uno degli strumenti principali per rafforzare l'assistenza di prossimità. L'obiettivo è ambizioso: migliorare l'accessibilità delle cure, favorire l'integrazione tra professionisti, ridurre il ricorso improprio alle strutture ospedaliere. Si tratta di una visione che, se realizzata, potrebbe trasformare significativamente il rapporto tra sistema sanitario e cittadini, spostando il baricentro dell'assistenza dall'ospedale al territorio, dalla cura della malattia acuta alla gestione della cronicità e alla prevenzione.
Il problema è che la distanza tra la visione e la sua attuazione si è rivelata, nei fatti, considerevole. Il monitoraggio dell'AGENAS relativo al 31 dicembre 2025 ha evidenziato una situazione che impone una riflessione critica sulla natura stessa delle politiche pubbliche infrastrutturali. Su 1.715 Case della Comunità programmate, 781 risultavano dotate di almeno un servizio attivo, mentre soltanto 66 soddisfacevano integralmente i requisiti organizzativi e di personale previsti dal modello. Questi dati descrivono la situazione rilevata alla fine del 2025 e non devono essere presentati come una fotografia definitiva dell'ottobre 2026, ma la loro significatività analitica non dipende dalla loro attualità assoluta: descrivono una struttura del problema che richiede tempo per essere superata, e che non si risolve con la semplice apertura di un edificio.
La questione che questi dati pongono trascende il settore sanitario e tocca una problematica generale delle politiche pubbliche contemporanee: la confusione tra input e output, tra risorse investite e risultati prodotti, tra l'annuncio e la prestazione. Le politiche pubbliche vengono frequentemente valutate attraverso la quantità delle risorse stanziate, il numero degli interventi programmati e il rispetto delle scadenze amministrative. Questi indicatori sono necessari e costituiscono una condizione preliminare per qualsiasi valutazione, ma non sono sufficienti per comprendere se una riforma abbia effettivamente modificato le condizioni di vita dei cittadini. Il sistema sanitario rappresenta un ambito nel quale questa distinzione assume un'importanza particolare, perché la distanza tra l'annuncio e la prestazione effettiva può essere significativa e perché i cittadini misurano la qualità del servizio non attraverso le delibere ma attraverso l'esperienza concreta di accesso alle cure.
La realizzazione di un edificio destinato a ospitare servizi sanitari costituisce un investimento infrastrutturale di rilievo. La disponibilità effettiva di prestazioni richiede però personale qualificato, attrezzature adeguate, organizzazione funzionale, integrazione professionale e continuità operativa. La differenza tra struttura realizzata e servizio funzionante è dunque sostanziale e richiede un'attenzione analitica che vada oltre la logica della rendicontazione amministrativa. La costruzione delle infrastrutture rappresenta soltanto una componente della riforma, e non necessariamente la più difficile. La piena funzionalità richiede una trasformazione dei modelli professionali e organizzativi che implica resistenze, tempi di adattamento e investimenti immateriali — formazione, cultura organizzativa, sistemi informativi — che non si acquistano con la stessa facilità con la quale si costruisce un edificio.
Le Case della Comunità sono concepite come luoghi nei quali medici, infermieri e altri professionisti sanitari possano operare attraverso modalità coordinate, superando la frammentazione che caratterizza l'attuale organizzazione dell'assistenza territoriale. La loro efficacia dipende quindi dalla capacità di superare una concezione individualistica e compartimentata delle prestazioni. Un cittadino affetto da una patologia cronica, per esempio, può avere bisogno di controlli periodici, assistenza infermieristica, consulenze specialistiche e sostegno sociale. Quando questi servizi operano senza coordinamento, la responsabilità di ricostruire il percorso assistenziale ricade frequentemente sul paziente o sulla sua famiglia, con un costo in termini di tempo, energia e qualità delle cure che non appare in nessun bilancio.
Una sanità territoriale integrata dovrebbe invece organizzare la continuità delle cure attraverso procedure condivise, protocolli operativi e sistemi informativi che consentano la circolazione delle informazioni tra professionisti. Nel 2026 AGENAS ha promosso una consultazione pubblica sulle équipe multidisciplinari e multiprofessionali nelle Case della Comunità, riconoscendo il ruolo centrale del lavoro coordinato tra professionisti nell'attuazione della riforma. Questo passaggio è significativo perché segnala la consapevolezza che il problema non è soltanto edilizio ma organizzativo, e che la riforma richiede una trasformazione culturale del sistema sanitario che non si produce per decreto.
Il problema non riguarda esclusivamente la collaborazione professionale. La disponibilità di personale costituisce una condizione essenziale e, allo stato attuale, uno dei principali colli di bottiglia. Un'infrastruttura sanitaria può essere completata senza che siano immediatamente disponibili tutte le figure necessarie al suo funzionamento: medici di medicina generale, pediatri, infermieri di famiglia, specialisti, assistenti sociali. La programmazione degli investimenti dovrebbe pertanto integrare fin dall'inizio le esigenze edilizie con quelle relative al reclutamento, alla formazione e alla sostenibilità della gestione, evitando la situazione nella quale una struttura moderna rimane vuota per mancanza di personale.
Esiste inoltre una dimensione territoriale che non può essere trascurata. Le esigenze sanitarie di una grande città non coincidono necessariamente con quelle di un'area interna caratterizzata da popolazione anziana, dispersione degli insediamenti e difficoltà di mobilità. Un modello organizzativo nazionale può definire standard comuni, ma la sua applicazione richiede adattamenti coerenti con le caratteristiche dei territori. La prossimità non coincide semplicemente con la distanza geografica: un servizio può essere relativamente vicino e risultare comunque difficilmente accessibile a causa degli orari, delle procedure di prenotazione o della mancanza di collegamenti.
La qualità dell'assistenza territoriale dovrebbe quindi essere valutata attraverso l'effettiva possibilità dei cittadini di ricevere prestazioni appropriate nei tempi necessari. Questa prospettiva richiede strumenti di monitoraggio capaci di distinguere tra infrastrutture realizzate, servizi attivati e risultati sanitari. Il numero delle Case della Comunità aperte rappresenta un indicatore organizzativo; la riduzione delle difficoltà di accesso, il miglioramento della continuità assistenziale e la capacità di seguire efficacemente le persone con bisogni complessi costituiscono invece indicatori più vicini agli obiettivi sostanziali della riforma.
La trasformazione della sanità territoriale non potrà essere considerata compiuta attraverso il solo completamento delle opere. Dovrà essere verificata nella capacità di costruire un rapporto più stabile tra sistema sanitario e cittadini. La vera misura di una riforma pubblica non è soltanto ciò che viene realizzato, ma ciò che, grazie alla riforma, diventa concretamente possibile per le persone.
Foto: National Cancer Institute / NIH — Wikimedia Commons — Pubblico dominio. Immagine illustrativa; eventuale ridimensionamento tecnico automatico da WordPress.

