L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

LA SERBIA DOPO VUČIĆ: LA RIVOLUZIONE CIVILE DEGLI STUDENTI E LA DIFFICILE RICOSTRUZIONE DELLA DEMOCRAZIA

Manifestazione civile a Belgrado, 24 gennaio 2025. Foto: Emilija Knezevic. Fotografia storica della mobilitazione del 2025; non ritrae le celebrazioni elettorali del 2026.

La vittoria del movimento nato attorno alla Lista degli Studenti nelle elezioni parlamentari del 25 ottobre 2026 costituisce una trasformazione politica di straordinaria importanza non soltanto per la Serbia, ma per l'intero spazio balcanico e, più in generale, per l'Europa. Dopo quasi due anni di mobilitazioni, originate dalla tragedia ferroviaria di Novi Sad, una protesta civile si è convertita in una forza capace di contendere e poi conquistare il potere a un sistema politico consolidato, ponendo fine a quattordici anni di predominio del Partito Progressista Serbo. Secondo le prime proiezioni, la lista sostenuta dal movimento studentesco avrebbe conquistato una maggioranza parlamentare, prevalendo sullo schieramento guidato da Aleksandar Vučić, il quale ha riconosciuto pubblicamente la sconfitta. Il significato dell'avvenimento supera tuttavia, e di molto, il mero risultato elettorale: la questione fondamentale riguarda la possibilità di ricostruire istituzioni credibili, restituire autonomia allo Stato e trasformare una domanda collettiva di giustizia in un progetto durevole di governo. È in questa distanza — ampia, insidiosa, spesso incolmabile — tra la conquista del potere e la sua trasformazione in ordine istituzionale che si gioca il senso storico della vicenda serba.

Quando una tragedia diventa una questione democratica

Le grandi trasformazioni politiche non nascono necessariamente da programmi ideologici compiuti o da organizzazioni già strutturate. Talvolta prendono forma attraverso avvenimenti che rivelano improvvisamente contraddizioni accumulate nel tempo, rendendo visibili problemi precedentemente tollerati, rimossi o considerati inevitabili. La storia europea offre numerosi esempi di mobilitazioni nate da circostanze particolari e successivamente trasformatesi in movimenti capaci di rimettere in discussione l'organizzazione del potere; la vicenda serba appartiene, con caratteristiche proprie e irripetibili, a questa tradizione.

La teoria delle critical junctures — le congiunture critiche — offre qui una chiave interpretativa particolarmente feconda. Si definiscono tali quei momenti in cui un evento, per sé circoscritto, apre una finestra di possibilità durante la quale gli assetti consolidati si rivelano improvvisamente contestabili e la traiettoria di lungo periodo di un sistema può deviare. Perché ciò avvenga, però, non basta la gravità dell'evento: occorre che esso riesca a condensare e rendere visibili contraddizioni preesistenti ma sino a quel momento disperse. È precisamente questa la funzione che, il 1° novembre 2024, il cedimento della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad — che costò la vita a sedici persone — ha svolto nella società serba. L'onda di indignazione che ne seguì non si esaurì nell'accertamento delle responsabilità tecniche o amministrative del cedimento, ma si estese — con una rapidità che colse di sorpresa gli stessi osservatori — al funzionamento complessivo dello Stato, alla corruzione percepita, all'opacità delle decisioni pubbliche, alla concentrazione del potere politico. La tragedia divenne così il simbolo di un più generale crollo di fiducia: la manifestazione tangibile di un sistema nel quale l'assenza di trasparenza e la debolezza dei presidi di controllo producevano, come esito logico prima ancora che come accidente, corpi sotto le macerie.

La sociologia dei movimenti sociali descrive questo passaggio come la costruzione di un framing condiviso: la tragedia fornì una cornice interpretativa attorno alla quale un mosaico di disagi altrimenti incomunicabili poté ricomporsi in una domanda politica coerente e riconoscibile. La richiesta di accertare le responsabilità per un evento drammatico si trasformò così, progressivamente, in una domanda di rinnovamento delle istituzioni; e le elezioni anticipate del 25 ottobre 2026 rappresentarono il momento in cui questa mobilitazione trovò la propria traduzione politica. Il dato politicamente decisivo non risiede soltanto nell'affermazione di una nuova maggioranza parlamentare, bensì nella capacità di un movimento nato al di fuori delle strutture tradizionali dei partiti di divenire un soggetto capace di modificare gli equilibri istituzionali del Paese.

Il laboratorio universitario e il significato della mobilitazione studentesca

Le università hanno costituito il primo e più decisivo laboratorio di questa traduzione. La partecipazione degli studenti alla vita politica europea possiede una storia lunga e articolata: le università sono state frequentemente luoghi di elaborazione critica, di contestazione dell'autorità e di sperimentazione di nuove forme di partecipazione. Sarebbe nondimeno concettualmente improprio considerare ogni movimento studentesco come un fenomeno necessariamente democratico o progressista: il suo significato dipende dalle finalità perseguite, dai metodi adottati e dalla capacità di costruire relazioni feconde con la società nel suo complesso. La mobilitazione serba ha assunto particolare rilevanza perché ha saputo collegare la domanda di responsabilità pubblica a una contestazione del funzionamento complessivo delle istituzioni, e perché ha trasformato un affetto collettivo — l'indignazione — prima in organizzazione e poi in programma.

Le manifestazioni, inizialmente promosse soprattutto dagli studenti universitari, hanno coinvolto progressivamente professionisti, medici, insegnanti, lavoratori, associazioni civiche e settori sempre più ampi della popolazione, fino a raggiungere, nell'ultimo comizio pre-elettorale del 22 ottobre a Belgrado, una partecipazione stimata dai monitoraggi indipendenti intorno alle centocinquantamila persone. In questo processo la protesta ha cessato di essere reazione emotiva per assumere i tratti di una richiesta strutturata di riforma. La composizione stessa della Lista degli Studenti — candidati provenienti dal mondo universitario, dalle professioni, dalle arti e da differenti settori della società civile, in molti casi privi di ogni esperienza politica pregressa — non è un dettaglio aneddotico, ma un dispositivo di legittimazione: presentandosi come estranea alla classe politica esistente, la lista fonda la propria credibilità precisamente su tale estraneità. Questa pluralità costituisce una risorsa, perché favorisce l'ingresso nelle istituzioni di competenze e sensibilità precedentemente poco rappresentate; ma può anche trasformarsi in un elemento di difficoltà quando si tratterà di assumere decisioni controverse. La coesione costruita attorno alla contestazione del precedente sistema, infatti, non garantisce automaticamente una convergenza sulle politiche future.

Democrazia procedurale e qualità democratica

La contestazione studentesca ha contribuito a riportare al centro del dibattito serbo una questione che la comparazione considera dirimente: quella tra democrazia procedurale e democrazia sostanziale. Una democrazia non può essere valutata esclusivamente attraverso la possibilità di organizzare elezioni. Essa richiede condizioni che consentano una competizione effettiva, la libera circolazione delle informazioni, l'indipendenza delle istituzioni di controllo e la tutela delle libertà fondamentali. Quando queste condizioni vengono progressivamente indebolite, il sistema elettorale può continuare a funzionare formalmente senza garantire un equilibrio sostanziale tra le forze politiche. È esattamente questa la situazione che la categoria dell'autoritarismo competitivo — elaborata dalla scienza politica per descrivere i regimi che conservano le istituzioni democratiche svuotandole della loro sostanza — consente di descrivere con pertinenza retrospettiva: l'erosione dell'indipendenza giudiziaria, la concentrazione del sistema mediatico, la compressione dello spazio civico e l'uso clientelare delle risorse pubbliche avevano progressivamente svuotato la competizione elettorale del suo contenuto normativo.

La mobilitazione studentesca va dunque interpretata non come una contestazione congiunturale di questo o quel governo, ma come l'emersione di una domanda di qualità democratica che le procedure formali non erano più in grado di assorbire. Il successo elettorale rappresenta, in questa luce, il riconoscimento politico di una domanda che aveva già acquisito una dimensione sociale. Il dato della partecipazione — particolarmente elevata, secondo le prime ricostruzioni, con dati ancora da consolidare in sede ufficiale — conferma empiricamente questa lettura: non un voto di routine amministrativa, ma un atto collettivo di riappropriazione dello spazio pubblico, una restituzione di sovranità. La presenza massiccia di volontari del movimento a presidio delle operazioni di voto, accanto agli osservatori nazionali e internazionali, ha costituito la traduzione operativa di questa vigilanza: la società civile che si fa garante della regolarità del procedimento, proprio perché non si fida più delle istituzioni preposte a garantirlo.

Dalla piazza al governo

Esiste una differenza fondamentale tra la capacità di contestare un sistema politico e quella di costruirne uno alternativo. Un movimento di protesta può sviluppare una notevole forza aggregativa attraverso la condivisione di un obiettivo generale: la richiesta di legalità, trasparenza e responsabilità può unire persone appartenenti a orientamenti culturali e politici differenti, moderati e radicali, centri urbani e periferie, giovani e ceti anziani. Quando però il movimento conquista la possibilità di governare, deve affrontare questioni che richiedono decisioni specifiche. La politica economica, il sistema fiscale, la sanità, l'istruzione, la politica estera e l'organizzazione amministrativa non possono essere affrontate esclusivamente attraverso principi generali; esigono programmi, competenze e capacità di mediazione. Ogni decisione di bilancio, ogni nomina dirigenziale, ogni posizionamento internazionale riduce lo spazio della generalità e restringe progressivamente il fronte del consenso originario.

Il passaggio dalla legittimazione morale alla responsabilità istituzionale costituisce, in termini analitici, il cambio di una vera e propria grammatica del potere: la logica dell'inclusione massima, che è quella della piazza, deve cedere il passo alla logica della decisione responsabile, che è quella dello Stato. La comparazione storica — dalle transizioni dell'Europa meridionale negli anni Settanta a quelle dell'Europa centro-orientale negli anni Novanta, fino alla più recente alternanza ungherese di Péter Magyar nell'aprile 2026, precedente diretto ed esplicitamente evocato dagli stessi protagonisti — documenta un pattern ricorrente e inquietante: la distanza, spesso ampia, tra la capacità di mobilitare il consenso e quella di governarlo. Una forza politica può conquistare consenso perché rappresenta una speranza di cambiamento; deve successivamente dimostrare di possedere gli strumenti necessari per realizzarlo.

La democrazia non coincide con la sconfitta di un leader

La conclusione di una lunga fase di predominio politico non comporta necessariamente la trasformazione immediata delle strutture dello Stato. Le istituzioni amministrative, i rapporti economici, gli apparati di sicurezza e il sistema dell'informazione possiedono una continuità che supera la durata dei singoli governi. Quando un partito ha esercitato per molti anni una posizione dominante — come il Partito Progressista Serbo al governo dal 2012 — il suo rapporto con queste strutture può diventare particolarmente profondo e capillare. La ricostruzione della neutralità amministrativa richiede quindi un processo graduale e paziente. Non sarebbe sufficiente sostituire i dirigenti precedenti con persone appartenenti alla nuova maggioranza: una simile operazione rischierebbe di riprodurre, con protagonisti differenti, la medesima logica di occupazione politica delle istituzioni.

La vera trasformazione dovrebbe consistere nella costruzione di procedure capaci di garantire indipendenza, trasparenza e responsabilità, e riguarda soprattutto la magistratura, gli organismi di controllo, l'amministrazione pubblica e il sistema dell'informazione. L'autonomia delle istituzioni non può dipendere esclusivamente dalle qualità personali di chi governa: deve essere garantita da regole sufficientemente solide da resistere anche a governi meno rispettosi dei principi democratici. È questa la differenza tra un cambiamento politico e una trasformazione istituzionale. Il primo può realizzarsi attraverso un risultato elettorale; la seconda richiede tempo, continuità e la capacità di costruire un consenso ampio attorno alle regole fondamentali. Il programma della lista — che ha posto al proprio centro il ripristino della legalità, la fine del controllo politico sul servizio pubblico radiotelevisivo e il divieto per i fedeli di partito di dirigere le imprese pubbliche — indica esattamente questa direzione. Una democrazia matura non può infatti essere alimentata indefinitamente dalla denuncia delle insufficienze del passato; essa esige la capacità positiva di progettare e amministrare il futuro.

Il problema della legittimazione e delle irregolarità elettorali

Le elezioni serbe si sono svolte in un clima di forte tensione, e la loro lettura richiede prudenza analitica. Le prime ricostruzioni hanno riferito una partecipazione particolarmente elevata e hanno al tempo stesso segnalato presunte irregolarità, tra cui episodi di intimidazione e tentativi di condizionamento del voto. Queste segnalazioni devono essere considerate con attenzione, distinguendo rigorosamente le denunce dagli accertamenti definitivi delle autorità competenti. Il riconoscimento della sconfitta da parte del principale esponente dello schieramento uscente costituisce un elemento politicamente importante, ma la legittimità del processo democratico richiede anche la corretta conclusione delle procedure elettorali e la possibilità effettiva di verificare eventuali contestazioni.

La credibilità delle istituzioni dipende dalla capacità di applicare le regole senza discriminazioni, e una nuova maggioranza che si presenta come interprete del rinnovamento democratico dovrebbe attribuire a questo principio un'importanza del tutto particolare. La qualità di una democrazia si misura infatti anche nel modo in cui vengono tutelati i diritti delle minoranze politiche: il consenso maggioritario non autorizza a considerare illegittima ogni opposizione. La possibilità di alternanza è una condizione essenziale, ma deve essere accompagnata dal riconoscimento pieno del pluralismo. Una forza che ha fondato la propria legittimazione sulla rivendicazione di correttezza e legalità si gioca la propria coerenza proprio nel momento in cui diventa maggioranza e scopre che le regole valgono anche contro di sé.

La Serbia tra Europa, Russia e Cina

La trasformazione politica serba possiede una dimensione internazionale particolarmente delicata. La Serbia occupa una posizione strategica nei Balcani e intrattiene relazioni significative, e spesso divergenti, con l'Unione europea, la Russia e la Cina. Il Paese è candidato all'adesione europea, ma il suo percorso è condizionato da questioni politiche e istituzionali ancora aperte, tra le quali assume particolare importanza il rapporto con il Kosovo — una questione che riguarda non soltanto il riconoscimento internazionale e la sovranità territoriale, ma anche la sicurezza regionale e le relazioni tra comunità. La nuova maggioranza non potrà affrontarla esclusivamente attraverso dichiarazioni di principio, ma dovrà confrontarsi con una realtà storica e politica complessa, nella quale le identità nazionali e le relazioni internazionali esercitano un'influenza considerevole.

La vittoria del movimento studentesco non implica automaticamente una completa ridefinizione dell'orientamento geopolitico serbo: le forze che lo compongono presentano sensibilità differenti, e alcune questioni fondamentali — compreso il rapporto con l'integrazione europea — richiederanno ulteriori e non facili decisioni. L'Unione europea ha accolto favorevolmente il risultato, sottolineando l'importanza dello Stato di diritto e delle riforme democratiche; nondimeno sarebbe riduttivo interpretare la vicenda esclusivamente come una vittoria geopolitica dell'Occidente. La mobilitazione serba è nata principalmente da una domanda interna di responsabilità politica, e attribuirle automaticamente una funzione nella competizione tra grandi potenze significherebbe trascurarne la natura civile e negarne l'agenzia storica. La stessa reazione di Vučić — che, nell'ammettere la sconfitta, ha attribuito l'esito al complotto di cancellerie europee e del deep state statunitense, in una retorica della vittimizzazione tipica dei populismi al tramonto — conferma quanto la lettura cospirazionista sia funzionale a chi non intende riconoscere la natura endogena e genuinamente democratica della propria sconfitta. Il futuro orientamento internazionale della Serbia dovrà dunque essere valutato attraverso le decisioni effettivamente adottate dal nuovo governo, non attraverso le speranze o i timori di chi lo osserva da fuori.

Il ruolo dell'Europa

La trasformazione politica serba costituisce una prova anche per le istituzioni europee. Per molti anni la politica dell'Unione nei confronti dei Balcani occidentali ha dovuto confrontarsi con una tensione tra stabilità regionale e qualità democratica: la necessità di mantenere relazioni con governi capaci di garantire una relativa continuità politica può entrare in contraddizione con l'esigenza di promuovere riforme istituzionali più profonde. Questa tensione non riguarda esclusivamente la Serbia, ma attraversa numerosi rapporti tra organizzazioni internazionali e Stati caratterizzati da sistemi politici fragili. La stabilità rappresenta certamente un valore, ma non può essere considerata indipendentemente dalla qualità delle istituzioni. Un sistema politico può apparire stabile perché il potere è fortemente concentrato, e questa condizione non garantisce affatto una stabilità durevole: quando vengono ridotti gli strumenti ordinari di partecipazione e controllo, le tensioni sociali possono accumularsi fino a manifestarsi attraverso crisi improvvise.

La vicenda serba suggerisce dunque la necessità di una concezione più ampia della stabilità. Una società è realmente stabile quando possiede istituzioni capaci di gestire il conflitto politico attraverso procedure riconosciute; la stabilità senza legittimità è una stabilità apparente, e la sua rottura tende a essere tanto più brusca quanto più a lungo ne è stata rimossa la possibilità. L'Unione europea dovrebbe sostenere questo processo senza sostituirsi alle scelte della società serba: la cooperazione internazionale può contribuire a rafforzare le istituzioni, ma non può produrre dall'esterno una democrazia autentica.

La memoria delle vittime e il rischio della retorica

La tragedia di Novi Sad rimane il punto di partenza dell'intera mobilitazione, e il suo significato non dovrebbe essere cancellato dal successo elettorale. Le persone morte nel crollo della pensilina non possono essere trasformate semplicemente in simboli di una vittoria politica: la memoria richiede rispetto e accertamento delle responsabilità, e la ricerca della verità deve mantenere una propria autonomia rispetto alle convenienze dei partiti. Una delle prove fondamentali per le nuove istituzioni consisterà proprio nella capacità di garantire che le indagini e le eventuali responsabilità vengano affrontate attraverso procedure indipendenti. La giustizia non può essere sostituita dalla soddisfazione politica.

Il rischio esiste in ogni fase di trasformazione. Quando una mobilitazione conquista un risultato importante, può svilupparsi la tentazione di considerare concluso il processo che l'ha generata; eppure la rimozione delle cause profonde richiede interventi che superano largamente il momento elettorale. La responsabilità pubblica deve diventare una pratica ordinaria, non un ornamento retorico della nuova maggioranza. Il modo in cui la Serbia tratterà la memoria delle sue vittime — con la pazienza dell'accertamento o con l'impazienza della strumentalizzazione — sarà forse il primo, più sincero indicatore della qualità democratica del nuovo corso.

Una lezione per le democrazie europee

La vicenda serba offre elementi di riflessione che superano i confini nazionali. Dimostra che la partecipazione politica può svilupparsi anche quando le strutture tradizionali della rappresentanza appaiono incapaci di interpretare una domanda sociale; mostra che la mobilitazione civile può trasformarsi in partecipazione elettorale; ma ricorda anche che la protesta non costituisce di per sé una soluzione completa ai problemi del governo. La democrazia richiede contemporaneamente capacità di contestazione e responsabilità istituzionale: ha bisogno di cittadini capaci di esercitare il controllo sul potere, ma anche di organizzazioni in grado di assumere decisioni. La partecipazione non può sostituire la competenza, e la competenza, a sua volta, non può legittimare la sottrazione delle decisioni al controllo democratico. Il problema fondamentale consiste nel costruire e mantenere un equilibrio instabile e prezioso tra questi elementi.

La vera svolta serba non sarà compiuta quando una nuova maggioranza avrà sostituito quella precedente; sarà compiuta quando le istituzioni saranno sufficientemente solide da garantire la libertà politica indipendentemente dall'identità di chi governa. La vittoria del movimento studentesco apre una possibilità storica, ma non ne garantisce il risultato. Il futuro della Serbia dipenderà dalla capacità di trasformare l'energia civile che ha attraversato il Paese in una cultura duratura della responsabilità pubblica. La democrazia, in definitiva, non è un avvenimento che si esaurisce nella conquista del potere: è un processo attraverso il quale una comunità costruisce, difende e rinnova continuamente le condizioni della propria libertà.

Crediti fotografici

Manifestazione civile a Belgrado, 24 gennaio 2025. Foto: Emilija Knezevic / Wikimedia Commons — scheda della fotografia. Licenza CC BY 4.0. Fotografia storica della mobilitazione del 2025; non ritrae le celebrazioni elettorali del 2026. Nessuna modifica intenzionale all’immagine originale; WordPress potrebbe generare miniature automatiche.

Fonti documentarie essenziali: Reuters, 25 ottobre 2026.

L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.