La teoria delle relazioni internazionali ha a lungo operato una distinzione netta tra la dimensione materiale del potere e la sua dimensione immateriale. Il realismo classico e, successivamente, il neorealismo strutturale hanno fondato l'analisi delle gerarchie globali su variabili tangibili: la distribuzione del potenziale militare, il controllo delle rotte commerciali, la disponibilità di risorse energetiche. L'emergere di un'economia fondata sulla circolazione istantanea dell'informazione ha indotto una parte della letteratura accademica a postulare una progressiva deterritorializzazione del potere, come se la digitalizzazione delle transazioni e la virtualizzazione dei servizi comportassero una liberazione dai vincoli spaziali che avevano strutturato la competizione tra Stati per secoli. Questa interpretazione, pur possedendo una certa plausibilità descrittiva, si rivela analiticamente insufficiente quando si consideri la struttura fisica che rende possibile la connettività globale.
I cavi sottomarini costituiscono l'infrastruttura portante della comunicazione intercontinentale. Attraverso un sistema di centinaia di sistemi di cavi attivi, distribuiti per una lunghezza complessiva che supera il milione di chilometri, transita la quasi totalità del traffico dati internazionale. La fibra ottica, con la sua capacità di trasmettere impulsi luminosi a velocità prossime a quelle della luce, rappresenta il substrato materiale senza il quale nessuna applicazione digitale potrebbe funzionare. Il cloud computing, le transazioni finanziarie ad alta frequenza, le videoconferenze diplomatiche, i sistemi di controllo del traffico aereo e le reti di comunicazione militare dipendono tutti, in ultima istanza, da un cavo posato sul fondale oceanico.
Questa constatazione impone una revisione del concetto stesso di sovranità. Se la sovranità moderna è stata storicamente definita, nella formulazione westfaliana, come il controllo esclusivo di un territorio delimitato, la sua applicazione nell'era digitale richiede un ampliamento semantico. Non si tratta soltanto di proteggere il cyberspazio da intrusioni informatiche, bensì di garantire la continuità fisica dei canali attraverso i quali l'informazione si propaga. Uno Stato che non controlli i punti di approdo dei cavi, che non disponga di capacità di riparazione autonome, che dipenda da un numero limitato di rotte per la propria connettività internazionale, si trova in una condizione di vulnerabilità strutturale che nessuna politica di cybersecurity può compensare.
La letteratura recente sulla geopolitica delle infrastrutture ha introdotto il concetto di "infrastruttura critica transnazionale" per designare quei sistemi la cui operatività attraversa molteplici giurisdizioni senza essere integralmente controllata da alcuna di esse. I cavi sottomarini rappresentano il caso paradigmatico di questa categoria. Il loro tracciato attraversa acque territoriali, zone economiche esclusive e acque internazionali, sottoponendosi a regimi giuridici differenti e a capacità di sorveglianza diseguali. La riparazione di un cavo danneggiato richiede navi specializzate, autorizzazioni multiple e, spesso, la cooperazione di Stati che intrattengono relazioni politiche non necessariamente collaborative.
La vulnerabilità di questo sistema è stata messa in evidenza da una serie di incidenti che hanno interessato diverse aree del globo. Il danneggiamento di cavi nel Mar Baltico, le interruzioni nel Mar Rosso, i guasti accidentali al largo delle coste africane hanno dimostrato che la continuità della connettività globale non è garantita da alcuna legge naturale, ma dipende da una complessa catena di condizioni operative che possono essere interrotte da cause molteplici. La pesca a strascico, l'ancoraggio di navi, i terremoti sottomarini, l'erosione dei fondali e, in alcuni casi, atti deliberati di sabotaggio, concorrono a un profilo di rischio che le stime di settore descrivono come ricorrente, ogni anno, un elevato numero di guasti e danneggiamenti a livello globale.
La risposta a questa vulnerabilità non può essere univoca. Un approccio esclusivamente securitario, che inquadri ogni interruzione come potenziale atto ostile, rischia di produrre una militarizzazione dei fondali oceanici che aggraverebbe le tensioni internazionali senza risolvere il problema strutturale. Un approccio puramente mercantile, che lasci alla logica del profitto la decisione su quali rotte proteggere e quali trascurare, genererebbe una geografia della sicurezza diseguale, nella quale gli Stati con maggiore capacità economica godrebbero di una ridondanza che quelli più poveri non potrebbero permettersi.
La questione della ridondanza merita un'attenzione particolare. La progettazione di una rete resiliente richiede che ogni punto di connessione sia raggiungibile attraverso almeno due percorsi indipendenti. Nella pratica, la concentrazione geografica dei punti di approdo — i cosiddetti "choke points" — crea colli di bottiglia nei quali un singolo evento può interrompere simultaneamente decine di sistemi. Il Canale di Suez, lo Stretto di Malacca, il Mar Rosso e il Mar Baltico costituiscono esempi di aree nelle quali la densità dei cavi e la ristrettezza dello spazio marittimo amplificano il rischio sistemico.
La governance di questa infrastruttura richiede un livello di coordinamento internazionale che le istituzioni attuali faticano a garantire. L'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni svolge una funzione di raccolta dati e di elaborazione di raccomandazioni, ma non possiede un mandato vincolante. Gli accordi bilaterali tra operatori privati e Stati costieri regolano aspetti specifici della posa e della manutenzione, ma non costituiscono un quadro unitario. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare offre principi generali sulla libertà di posa dei cavi, ma non disciplina in modo organico la loro protezione in tempo di pace né il loro status in caso di conflitto.
Per gli Stati periferici e per le piccole economie insulari, la questione assume un carattere esistenziale. Un Paese la cui unica connessione internazionale passi attraverso un singolo cavo è esposto a un rischio di isolamento che nessuna politica interna può mitigare. La dipendenza da un numero limitato di operatori, la concentrazione dei punti di sbarco in un'unica località, l'assenza di capacità di riparazione autonoma e la scarsa diversificazione delle rotte creano una condizione di fragilità che si traduce in una limitazione effettiva della sovranità.
La prospettiva che emerge da questa analisi non è quella di una rinazionalizzazione delle infrastrutture digitali, obiettivo irrealistico e potenzialmente controproducente, bensì quella di una governance multilivello capace di integrare interessi pubblici e privati, di garantire trasparenza nella pianificazione delle rotte, di investire nella ricerca sulle tecnologie di protezione e di costruire meccanismi di solidarietà per gli Stati più vulnerabili. La sovranità digitale del XXI secolo non consisterà nel possedere integralmente le proprie infrastrutture, ma nel partecipare alla loro governance con strumenti adeguati di conoscenza, controllo e cooperazione.
Francesco Costanzo
L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.
Fotografia in evidenza: Rappresentazione di una rotta intercontinentale; non è una mappa aggiornata di tutta la rete. Autore/attribuzione: Cvdr / contributori dell’opera derivata. Fonte: Wikimedia Commons, scheda originale. Licenza: CC BY-SA 3.0. Immagine non modificata; eventuale adattamento alla griglia deve preservarne l’intero contenuto.

