Il principio del diritto allo studio, sancito dall'articolo 34 della Costituzione italiana, rappresenta uno dei pilastri su cui si fonda l'architettura dell'uguaglianza sostanziale nel nostro ordinamento. La sua formulazione — «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi» — contiene una duplice affermazione: da un lato, il riconoscimento che il merito individuale costituisce il criterio legittimo per l'accesso alla formazione superiore; dall'altro, l'impegno dello Stato a rimuovere gli ostacoli economici che potrebbero impedire l'esercizio di tale diritto. Tuttavia, la letteratura sociologica e giuridica ha progressivamente evidenziato come la rimozione degli ostacoli economici rappresenti una condizione necessaria ma non sufficiente per garantire l'effettività del diritto allo studio. Esiste una dimensione territoriale della disuguaglianza educativa che il legislatore fatica a governare e che le politiche di sostegno economico, pur indispensabili, non riescono a compensare integralmente.
La distribuzione dell'offerta universitaria italiana è il prodotto stratificato di una storia istituzionale che ha privilegiato, nei secoli, la concentrazione delle sedi accademiche nei centri di potere politico ed economico. Le università più antiche e più prestigiose sorgono in città che furono sedi di corti, di arcivescovadi o di capitali regionali. Questa geografia storica ha prodotto un sistema nel quale la qualità della ricerca, la densità delle infrastrutture scientifiche, la disponibilità di laboratori, biblioteche specialistiche e reti di collaborazione internazionale risultano distribuite in modo profondamente asimmetrico sul territorio nazionale. Lo studente che risiede in prossimità di un ateneo di ricerca intensiva si trova in una condizione strutturale radicalmente diversa rispetto a chi abita in un'area nella quale l'offerta formativa è limitata a corsi di laurea triennale di orientamento generalista.
Il costo della mobilità rappresenta il primo meccanismo attraverso il quale la geografia si traduce in disuguaglianza. Le spese di trasferta, alloggio, alimentazione e permanenza fuori sede incidono sul bilancio familiare in misura che varia considerevolmente in funzione della destinazione. Uno studente calabrese che si iscriva a un corso di medicina a Milano o a Bologna affronta un esborso annuo che può raggiungere importi molto elevati, anche superiori a diecimila euro in alcune città, una cifra che eccede il reddito disponibile di numerose famiglie della sua regione di origine. Le borse di studio, per quanto generose, coprono una parte di questa spesa e sono subordinate a soglie ISEE che escludono una fascia di studenti — gli studenti che si trovano appena oltre le soglie di accesso ai benefici, ma non dispongono comunque di risorse sufficienti.
Il secondo meccanismo è quello che potremmo definire "costo-opportunità della prossimità". Uno studente che debba trasferirsi per studiare perde l'accesso alla rete di relazioni sociali, ai legami familiari, al capitale sociale accumulato nel proprio territorio. Questa perdita non è soltanto emotiva: incide sulla possibilità di svolgere attività lavorative durante il percorso di studi, di accedere a tirocini presso imprese locali, di mantenere legami che potrebbero rivelarsi decisivi per l'inserimento professionale successivo. La mobilità imposta — diversa dalla mobilità scelta — produce un effetto di sradicamento che le politiche universitarie raramente considerano.
Il terzo meccanismo riguarda la selezione anticipata. La letteratura sulla riproduzione sociale, da Bourdieu in poi, ha ampiamente documentato come le scelte educative non siano mai puramente razionali nel senso dell'economia neoclassica, ma siano mediate da un habitus che incorpora la percezione delle proprie possibilità. Uno studente che cresca in un territorio nel quale nessuno ha frequentato l'università, nel quale i modelli di riferimento professionali sono legati all'economia locale, nel quale la distanza fisica dai grandi atenei rende l'esperienza universitaria astratta e quasi irreale, interiorizza una rappresentazione di sé che lo porta a escludere determinati percorsi prima ancora che si ponga il problema delle risorse economiche. Questa forma di auto-selezione, invisibile alle statistiche sull'iscrizione, rappresenta la manifestazione più insidiosa della disuguaglianza educativa.
Le politiche di decentramento dell'offerta universitaria — la creazione di sedi distaccate, la delocalizzazione di corsi di laurea, l'attivazione di poli didattici periferici — rispondono a una logica comprensibile ma presentano rischi significativi. La qualità della ricerca richiede massa critica: un numero sufficiente di ricercatori, una biblioteca specialistica aggiornata, laboratori accessibili, una comunità scientifica che si confronta e si contende. Un'espansione puramente quantitativa, priva di questi requisiti, produce istituzioni che offrono un titolo di studio formalmente equivalente ma sostanzialmente diverso per la formazione che veicola. Il rischio è quello di un sistema a due velocità nel quale gli studenti delle sedi periferiche ottengono un diploma che il mercato del lavoro riconoscerà come inferiore, perpetuando la disuguaglianza che si intendeva ridurre.
Una politica universitaria realmente orientata all'effettività del diritto allo studio dovrebbe operare su più registri simultaneamente. Sul versante economico, dovrebbe superare la logica delle soglie ISEE a favore di un sistema di finanziamento progressivo che accompagni lo studente per l'intero percorso. Sul versante territoriale, dovrebbe investire nella qualità delle sedi esistenti piuttosto che nella moltiplicazione di quelle nuove, garantendo che ogni ateneo possieda le condizioni minime per una formazione scientificamente solida. Sul versante infrastrutturale, dovrebbe integrare la pianificazione universitaria con quella dei trasporti e della residenzialità, riconoscendo che la possibilità di studiare in una determinata città dipende anche dalla possibilità di raggiungerla e di abitarla.
Il diritto allo studio non è un principio astratto: è una promessa che la Repubblica fa ai propri cittadini. La sua sostenibilità dipende dalla capacità delle istituzioni di riconoscere che l'uguaglianza formale dell'accesso, se non accompagnata dall'uguaglianza materiale delle condizioni, si risolve in una legittimazione della disuguaglianza anziché nel suo superamento.
Francesco Costanzo
L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.
Fotografia in evidenza: Sede universitaria italiana. Autore/attribuzione: Armin Kleiner. Fonte: Wikimedia Commons, scheda originale. Licenza: CC BY-SA 4.0. Immagine non modificata; eventuale adattamento alla griglia deve preservarne l’intero contenuto.

