La teoria delle relazioni economiche internazionali ha attraversato, negli ultimi due decenni, una crisi di paradigmi paragonabile a quella che la teoria monetaria attraversò negli anni Settanta. Il modello della globalizzazione come convergenza — nel quale la liberalizzazione dei commerci, la specializzazione produttiva secondo i vantaggi comparati e l'integrazione delle catene del valore avrebbero prodotto una distribuzione efficiente delle risorse e una riduzione strutturale delle vulnerabilità — è stato messo in discussione da una sequenza di eventi che ne hanno rivelato i limiti strutturali: la pandemia del 2020, la crisi delle supply chain del 2021-2022, la guerra in Ucraina e le sue conseguenze sulle forniture energetiche, le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, le restrizioni all'export di tecnologie avanzate. Questi eventi non hanno prodotto un'inversione della globalizzazione, ma hanno imposto una sua riorganizzazione secondo logiche che incorporano la sicurezza come variabile economica.
La politica europea sulle materie prime critiche si inserisce in questo quadro di riorganizzazione. Il regolamento sulle materie prime critiche, entrato in vigore nel 2024, stabilisce obiettivi quantitativi di capacità produttiva entro il 2030: almeno il 10 per cento del consumo annuo europeo di materie prime strategiche attraverso estrazione nell'Unione, il 40 per cento attraverso trasformazione e il 25 per cento attraverso riciclaggio. Questi obiettivi non sono quote nazionali ma capacità aggregate europee, e la loro formulazione riflette una consapevolezza che la sicurezza degli approvvigionamenti non può essere perseguita attraverso l'autosufficienza di ogni singolo Stato membro, bensì attraverso la costruzione di un sistema europeo diversificato e resiliente.
La scelta della Commissione europea del 9 ottobre 2026 di selezionare 46 nuovi progetti strategici distribuiti in sedici Stati membri rappresenta un momento significativo in questo processo. La distribuzione geografica dei progetti — che non coincide con la distribuzione delle risorse minerarie — riflette una logica di costruzione di capacità che considera non soltanto la disponibilità fisica dei materiali ma anche le competenze industriali, le infrastrutture energetiche, le condizioni autorizzative e la capacità di integrazione nelle catene del valore esistenti.
La questione teorica centrale riguarda il rapporto tra efficienza e sicurezza. La globalizzazione ha prodotto una concentrazione geografica delle attività di raffinazione e trasformazione che rifletteva una logica di efficienza: i materiali venivano lavorati dove il costo del lavoro era più basso, dove le normative ambientali erano meno stringenti, dove le infrastrutture erano già presenti. Questa concentrazione produceva vulnerabilità: un'interruzione in un singolo punto della catena poteva bloccare l'intero sistema. La diversificazione — costruire capacità produttive in Europa, anche a costi superiori — è una risposta a questa vulnerabilità, ma comporta un compromesso che la teoria economica standard fatica ad assorbire.
Il costo della sicurezza è un costo reale. Costruire una raffineria in Europa costa di più che acquistarne il prodotto da un produttore già consolidato. I tempi autorizzativi sono più lunghi, i requisiti ambientali più stringenti, il costo dell'energia più elevato. La domanda che la politica industriale europea deve affrontare è: quanto costo aggiuntivo è ragionevole sostenere per ridurre una dipendenza che, in condizioni normali, non produce effetti visibili? La risposta non può essere formulata esclusivamente in termini di efficienza allocativa, perché il valore della sicurezza si manifesta soprattutto in condizioni di crisi — e le crisi, per definizione, sono eventi la cui probabilità è difficile da quantificare e il cui costo è difficile da prevedere.
La sostenibilità ambientale introduce un ulteriore livello di complessità. L'estrazione mineraria e la trasformazione industriale producono impatti significativi: consumo di suolo, utilizzo di risorse idriche, produzione di rifiuti, emissioni. Il rafforzamento dell'autonomia europea non dovrebbe tradursi in un abbassamento degli standard ambientali o nella compressione dei diritti delle comunità interessate. La transizione energetica richiede materiali la cui estrazione produce impatti ambientali che rischiano di contraddire gli obiettivi della transizione stessa. Questa contraddizione non è risolvibile attraverso una scelta binaria, ma richiede una governance che integri la sicurezza degli approvvigionamenti con la tutela ambientale e la partecipazione delle comunità locali.
Il riciclaggio rappresenta la componente più promettente di questa strategia, ma anche quella più soggetta a sovrastima. La possibilità di recuperare materiali da batterie, apparecchiature elettroniche, pannelli fotovoltaici e turbine eoliche può ridurre la domanda di risorse primarie, ma dipende da condizioni che non sono ancora mature: la quantità di prodotti giunti a fine vita, la composizione dei materiali recuperabili, l'efficienza dei processi industriali di recupero, l'organizzazione di sistemi di raccolta capillari. Nel breve e medio periodo, il riciclaggio può integrare ma non sostituire l'estrazione primaria. Considerarlo una soluzione immediata significherebbe sottovalutare i tempi necessari per costruire le filiere circolari e sovrastimare la disponibilità di materiali recuperabili.
Il concetto di autonomia strategica merita una decostruzione. Nella retorica politica, l'autonomia strategica è stata talvolta presentata come autosufficienza — la capacità di produrre internamente tutto ciò che serve. Questa concezione è irrealistica e potenzialmente dannosa: irrealistica perché nessuna economia complessa può essere integralmente autosufficiente; dannosa perché può giustificare politiche protezionistiche che riducono l'efficienza senza aumentare realmente la sicurezza. Una concezione più realistica e più utile definisce l'autonomia strategica come la capacità di evitare dipendenze eccessive da una singola fonte, mantenere alternative produttive, sviluppare competenze tecnologiche critiche e negoziare relazioni internazionali da una posizione che non sia di vulnerabilità strutturale.
Il successo della politica europea sulle materie prime critiche non potrà essere misurato attraverso il numero dei progetti approvati, ma attraverso la loro effettiva realizzazione, la loro sostenibilità ambientale, la loro capacità di generare competenze trasferibili e la riduzione misurabile delle vulnerabilità industriali. La vera autonomia strategica non è la chiusura: è la capacità di partecipare ai mercati globali senza che una singola interruzione comprometta funzioni essenziali. È una forma di libertà che si costruisce attraverso la diversificazione, la conoscenza e la cooperazione, non attraverso l'isolamento.
Francesco Costanzo
L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.
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