L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

L’ARTICO COME SPECCHIO DEL POTERE: GEOMETRIE DI SICUREZZA, ECOLOGIA E LEGITTIMITÀ NELLA NUOVA STRATEGIA EUROPEA

Paesaggio artico presso Longyearbyen, Svalbard, fotografia del 2013

I. La fine della periferia

Vi è una trasformazione silenziosa che sta ridisegnando la mappa mentale con cui l'Europa interpreta il proprio posto nel mondo, e il suo epicentro si colloca là dove il continente finisce e comincia il ghiaccio. La strategia presentata dalla Commissione europea e dall'Alta rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza il 20 ottobre 2026 non costituisce un semplice documento programmatico né una delle numerose comunicazioni con le quali la burocrazia comunitaria scandisce la propria agenda legislativa. Rappresenta piuttosto un atto di ricognizione geopolitica che sancisce, con una chiarezza che i documenti precedenti avevano soltanto alluso, la fine dell'Artico come spazio marginale e la sua consacrazione a crocevia strategico dell'ordine internazionale contemporaneo.

Per oltre un secolo, l'immaginario politico europeo ha trattato le regioni polari come un'appendice del pianeta, un territorio di esplorazione scientifica o di avventura romantica, ma mai come un nodo cruciale delle relazioni di potere. Questa rappresentazione, radicata in una concezione della sovranità fondata sulla continuità territoriale e sulla prossimità geografica, ha trovato la sua espressione più compiuta nel diritto internazionale del Novecento, che ha concepito lo spazio marittimo e terrestre come una successione di cerchi concentrici attorno al nucleo statale: il territorio, le acque territoriali, la zona economica esclusiva, l'alto mare. In questa geometria, l'Artico occupava una posizione ambigua: formalmente soggetto alla sovranità degli Stati rivieraschi, sostanzialmente sottratto alla competizione per via della sua inaccessibilità.

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, con le sue disposizioni sulla piattaforma continentale estesa, aveva già introdotto un elemento di tensione in questa rappresentazione, aprendo la possibilità di rivendicazioni sovrane su porzioni di fondo oceanico che si estendono ben oltre le 200 miglia nautiche. Ma fu soprattutto la fine della Guerra Fredda a trasformare l'Artico da spazio di confronto nucleare a spazio di cooperazione scientifica e istituzionale. La creazione del Consiglio Artico nel 1996 — un forum intergovernativo che riunisce gli otto Stati artici e prevede la partecipazione di sei organizzazioni rappresentative delle popolazioni indigene — sembrava inaugurare un'era nella quale la regione polare sarebbe rimasta sottratta alla logica della competizione tra grandi potenze.

Questa illusione di eccezionalità artica si è dissolta progressivamente nel corso degli anni Duemila. La ripresa delle attività militari russe nella regione a partire dal 2007 — la riapertura di basi militari in disuso, la modernizzazione della Flotta del Nord, le esercitazioni su larga scala nella penisola di Kola e nell'arcipelago di Novaja Zemlja — ha segnato la fine dell'eccezionalismo. L'annessione della Crimea nel 2014 e, soprattutto, la guerra scatenata dalla Russia contro l'Ucraina nel febbraio 2022 hanno trasformato definitivamente il quadro. L'Artico non è più uno spazio separato dalle tensioni globali: è diventato un teatro nel quale quelle tensioni si manifestano con una densità e una pericolosità che non hanno equivalenti in altre regioni del pianeta.

II. L'infrastruttura come sovranità

Il documento europeo articola la propria architettura attorno a quattro assi portanti — sicurezza e resilienza, risposta climatica, prosperità economica, opportunità per le popolazioni e le comunità artiche — e si spinge oltre la retorica della cooperazione polare per spingersi nel terreno più concreto delle infrastrutture: cavi sottomarini, collegamenti satellitari sicuri attraverso il programma IRIS², un progetto di connessione sottomarina panartica tra Groenlandia ed Europa, integrazione tra porti, reti energetiche e sistemi digitali. Si tratta di un dispositivo che traduce in politica industriale e in pianificazione infrastrutturale ciò che fino a ieri restava confinato nella categoria della sorveglianza militare.

La scelta di collocare le infrastrutture al centro della strategia non è casuale. Essa riflette una comprensione del potere che si è affermata nella letteratura delle relazioni internazionali a partire dagli anni Novanta e che ha trovato una formulazione particolarmente efficace nel concetto di "infrastructural power" elaborato dal politologo Michael Mann e successivamente sviluppato da studiosi come Paul Edwards e Geoffrey Parker. Il potere, in questa prospettiva, non si esercita soltanto attraverso la coercizione militare o l'influenza economica: si esercita attraverso la capacità di progettare, costruire e controllare i sistemi attraverso i quali le società funzionano. Chi possiede le infrastrutture possiede il potere — non perché possa spegnerle, ma perché può decidere come funzionano, chi vi accede, e a quali condizioni.

La protezione di i cavi sottomarini attraverso cui transita la grande maggioranza del traffico dati intercontinentale non è un'operazione diversa, per natura, dal difendere un confine nazionale: è la stessa logica applicata a un territorio diverso, fatto di fibre ottiche anziché di terra, di frequenze anziché di spazio aereo. La sovranità del ventunesimo secolo si esercita tanto nel sottosuolo quanto nel sott'acqua, tanto nello spettro elettromagnetico quanto nelle orbite satellitari. L'Artico, in questa prospettiva, diventa un laboratorio nel quale si sta sperimentando una nuova grammatica del potere.

Il programma IRIS² — Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite — rappresenta in questo quadro un elemento di particolare rilievo. Non si tratta soltanto di un sistema di comunicazioni satellitari sicure destinato a ridurre la dipendenza europea da infrastrutture altrui: è un'affermazione di autonomia strategica che riconosce implicitamente come lo spazio orbitale sia diventato un dominio di competizione al pari di quelli tradizionali. La scelta di integrare le capacità satellitari nella strategia artica segnala che l'Unione europea ha compreso come la sorveglianza e la protezione delle infrastrutture sottomarine richiedano una copertura osservativa che i soli sistemi terrestri non possono garantire in regioni caratterizzate da vastità e condizioni climatiche estreme.

Il collegamento sottomarino panartico tra Groenlandia ed Europa, d'altra parte, costituisce un progetto che va oltre la funzione comunicativa. Esso prefigura una nuova geografia delle connessioni transatlantiche che bypassa le rotte tradizionali e ridisegna la posizione della Groenlandia — e, con essa, della Danimarca — all'interno dell'architettura strategica europea. La Groenlandia, che per decenni è stata percepita come un territorio periferico del Regno di Danimarca, assume così una centralità che la sua posizione geografica le ha sempre oggettivamente conferito, ma che la politica non aveva mai pienamente riconosciuto.

III. Il paradosso climatico

La dimensione climatica attraversa l'intera strategia come un'ambivalenza irrisolta che il documento europeo tenta di gestire attraverso un linguaggio diplomatico, ma che la realtà impone con una brutalità crescente. Il riscaldamento delle regioni polari procede a una velocità che le ricerche più recenti collocano tra il triplo e il quadruplo della media globale — un fenomeno che la comunità scientifica ha denominato "amplificazione artica" e le cui cause sono oggetto di un dibattito che riguarda non tanto l'esistenza del fenomeno quanto la sua magnitudine e la sua irreversibilità.

La riduzione del ghiaccio marino estivo ha raggiunto livelli che le proiezioni degli anni Novanta collocavano nella seconda metà del secolo. L'Artico ha registrato nel 2020 temperature che hanno superato i 38 gradi Celsius nella località siberiana di Verhojansk — un valore che, per la sua stessa improbabilità statistica, ha segnato un punto di non ritorno nella percezione pubblica della crisi climatica. La calotta glaciale della Groenlandia perde massa a un ritmo che contribuisce in misura crescente all'innalzamento del livello globale dei mari. Il permafrost si scioglie, rilasciando metano — un gas serra con un potenziale radiativo ottanta volte superiore a quello dell'anidride carbonica su un orizzonte di vent'anni — in quantità che i modelli climatici faticano a prevedere con precisione.

In questo contesto, la prospettiva di rotte navigabili artiche — la Rotta del Mare del Nord lungo la costa russa e il Passaggio a Nord-Ovest attraverso l'arcipelago canadese — viene presentata come un'opportunità economica. I tempi di transito tra l'Europa settentrionale e l'Asia orientale potrebbero ridursi di circa il quaranta per cento rispetto alla rotta tradizionale attraverso il Canale di Suez. Per le compagnie di navigazione, questo si tradurrebbe in un risparmio significativo di carburante e di tempo. Per i porti europei, potrebbe significare una ridistribuzione dei flussi commerciali a vantaggio degli scali atlantici e a scapito di quelli mediterranei.

Eppure, proprio qui si manifesta una delle contraddizioni più vertiginose della modernità: un processo di devastazione ambientale genera opportunità economiche che, se inseguite senza vincoli, alimentano ulteriormente il meccanismo che le ha prodotte. Il ghiaccio che si scioglie non è un vantaggio: è un sintomo che viene scambiato per un'offerta. L'apertura di nuove rotte commerciali in acque precedentemente inaccessibili aumenterebbe il traffico marittimo in un ecosistema estremamente fragile, con rischi di inquinamento da idrocarburi, disturbo acustico per i mammiferi marini, introduzione di specie invasive attraverso le acque di zavorra, e una pressione antropica su territori che non possiedono alcuna infrastruttura di risposta alle emergenze.

La navigazione artica, al di là delle promesse, resta un'impresa ad alto rischio. Le condizioni meteorologiche restano imprevedibili, la presenza di ghiaccio anche in estate non è mai completamente assente, le infrastrutture di soccorso sono quasi inesistenti, e un incidente ambientale in quelle latitudini produrrebbe conseguenze di una gravità difficilmente contenibile. Il rischio di un incidente a una nave cisterna in acque artiche offre una misura delle possibili conseguenze in condizioni di intervento difficili. Il codice polare adottato dall'Organizzazione marittima internazionale entrato in vigore nel 2017 rappresenta un primo tentativo di regolamentazione, ma la sua applicazione resta disomogenea e le capacità di enforcement degli Stati rivieraschi sono ampiamente insufficienti.

L'idea che lo scioglimento dei ghiacci rappresenti un'occasione commerciale costituisce una forma di miopia economica che confonde il breve periodo con la sostenibilità. È la stessa logica che, nel corso della storia, ha prodotto il sovrasfruttamento delle risorse ittiche, la deforestazione tropicale, l'esaurimento delle falde acquifere: la convinzione che un processo distruttivo possa essere convertito in profitto prima che le sue conseguenze diventino irreversibili.

IV. La sicurezza come relazione

Sul piano della sicurezza convenzionale, la regione artica concentra tensioni che precedono e superano la guerra scatenata dalla Russia contro l'Ucraina nel febbraio 2022. L'ingresso della Finlandia nella NATO nell'aprile 2023 e della Svezia nel marzo 2024 ha trasformato il Mar Baltico e l'Europa settentrionale in un teatro nel quale la linea di faglia tra Alleanza atlantica e Federazione russa si è fatta più ravvicinata e più esposta. La Finlandia condivide con la Russia un confine di oltre 1.300 chilometri — il più lungo tra la Russia e qualsiasi Stato membro dell'Alleanza — e la sua adesione ha eliminato l'ultima zona di neutralità che separava i due blocchi nella regione nordica.

La penisola di Kola, nella quale la Russia concentra la maggior parte della propria flotta sottomarina a propulsione nucleare e le proprie capacità di deterrenza strategica nel teatro settentrionale, rappresenta uno dei punti di maggiore densità strategica del pianeta. Le installazioni militari russe nella regione — basi aeree, sistemi missilistici, infrastrutture di sorveglianza — sono state oggetto di un programma di modernizzazione che Mosca ha accelerato a partire dal 2014 e che si è intensificato dopo il 2022. Le autorità europee denunciano questa modernizzazione come una minaccia alla stabilità regionale; Mosca risponde che è l'espansione della NATO a generare instabilità e che il rafforzamento delle proprie capacità artiche è una risposta difensiva.

Sono narrazioni speculari, ciascuna delle quali costruisce la propria legittimità sulla delegittimazione dell'avversario. Il problema non è che una delle due sia vera e l'altra falsa: è che entrambe contengono elementi di verità che vengono sistematicamente strumentalizzati per giustificare politiche che, nel loro insieme, producono una spirale di escalation nella quale nessun attore controlla pienamente il risultato. La logica della sicurezza, come ha osservato Barry Buzan nella sua teoria del "security dilemma", produce un paradosso nel quale ogni misura difensiva di un attore viene percepita come minaccia dall'altro, generando una reazione che a sua volta viene percepita come minaccia, in un ciclo che si autoalimenta indipendentemente dalle intenzioni originarie.

Eppure, proprio in questa regione di competizione si conservano residui di cooperazione che nessuna delle due parti ha ancora reciso del tutto. Il Consiglio Artico, pur paralizzato nelle sue funzioni ministeriali dopo il 2022, continua a operare a livello di gruppi di lavoro scientifici. La cooperazione nella ricerca oceanografica, nel monitoraggio della fauna selvatica, nella gestione delle emergenze ambientali e nel coordinamento delle operazioni di soccorso marittimo richiede forme di collaborazione che trascendono le alleanze militari. La Commissione mista russo-norvegese per la gestione delle risorse ittiche del Mare di Barents ha continuato a funzionare anche nei momenti di massima tensione, riconoscendo implicitamente che il collasso degli stock ittici non rispetta i confini della geopolitica.

La domanda cruciale, alla quale la strategia europea non offre una risposta univoca, è se l'attenzione crescente per la sicurezza rafforzerà questi canali o li dissolverà. Una regione nella quale crescono le capacità militari ma si riducono gli spazi di dialogo non diventa più sicura: diventa più fragile. La storia della Guerra Fredda offre un insegnamento che la politica contemporanea sembra aver dimenticato: la stabilità non si costruisce attraverso la superiorità militare, ma attraverso l'istituzionalizzazione delle regole di comportamento e il mantenimento di canali di comunicazione che impediscano l'escalation accidentale. L'Artico, con la sua densità di capacità nucleari e la sua fragilità ecologica, è forse il luogo nel quale questo insegnamento è più urgente e più disatteso.

V. Le risorse e la loro maledizione

Vi è una dimensione che la strategia europea affronta con una cautela comprensibile ma che merita di essere esplicitata: la questione delle risorse naturali. L'Artico contiene una quota significativa delle riserve mondiali non ancora sfruttate di idrocarburi — le stime dell'United States Geological Survey collocano il potenziale a circa il tredici per cento delle riserve petrolifere mondiali non scoperte e il trenta per cento delle riserve di gas naturale non scoperte — oltre a giacimenti di terre rare, nichel, zinco e altri minerali critici per la transizione energetica e digitale.

La Groenlandia, in particolare, possiede giacimenti di terre rare — lantanio, cerio, neodimio, disprosio — che rivestono un'importanza strategica crescente in un contesto nel quale la dipendenza dalla Cina per la fornitura di questi materiali rappresenta una vulnerabilità per le economie occidentali. Il progetto Kvanefjeld, nella Groenlandia meridionale, è stato per anni al centro di un dibattito che ha intrecciato considerazioni economiche, ambientali e di sovranità: l'estrazione di uranio come sottoprodotto delle terre rare ha incontrato l'opposizione del parlamento groenlandese, che nel 2021 ha approvato limiti all’estrazione di minerali contenenti materiali radioattivi, bloccando di fatto il progetto.

Questo episodio illustra una dinamica che attraversa l'intera questione delle risorse artiche: la tensione tra la logica estrattiva — che concepisce il territorio come un deposito di valore da estrarre e trasportare altrove — e la logica della sostenibilità, che riconosce il territorio come un sistema complesso nel quale l'estrazione produce effetti che eccedono il perimetro della concessione mineraria. La "maledizione delle risorse", come è stata denominata nella letteratura economica, non è una fatalità: è il risultato di un modello di sviluppo che separa il beneficio economico dal costo ambientale e sociale, e che trasferisce il primo ai centri decisionali e il secondo alle comunità locali.

La strategia europea, nel richiamare la necessità di una "prosperità economica" che includa le comunità artiche, sembra riconoscere questa tensione. Ma la traduzione di questo principio in politiche concrete richiede una capacità di regolamentazione che l'Unione europea, per sua stessa natura, possiede solo in misura limitata al di fuori del proprio territorio. L'Artico non è uno spazio nel quale l'Europa può esercitare una sovranità regolatoria diretta: è uno spazio nel quale essa deve negoziare, influenzare, costruire alleanze. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di costruire coalizioni con gli Stati rivieraschi — Canada, Norvegia, Danimarca, Islanda — e con le istituzioni multilaterali, in un contesto nel quale la Russia, che possiede la più estesa costa artica del pianeta, ha interesse a escludere attori esterni dalle decisioni che riguardano la propria zona economica esclusiva.

VI. Le comunità e la loro voce

Vi è infine una dimensione che la logica delle grandi potenze tende a rendere invisibile: quella delle popolazioni artiche. Le comunità indigene — Inuit, Yupik, Aleuti, Nenets, Evenki, Sámi, e numerose altre — non sono testimoni passive di processi che le sovrastano. Possiedono sistemi di conoscenza costruiti in millenni di adattamento a condizioni ambientali estreme, e la loro partecipazione alle decisioni che riguardano i loro territori non è una concessione morale ma una condizione di legittimità politica.

La Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni del 2007 ha stabilito il principio del "consenso libero, previo e informato" come condizione per qualsiasi attività che riguardi i territori e le risorse delle comunità indigene. Questo principio, formalmente riconosciuto dalla maggior parte degli Stati artici, viene tuttavia applicato in modo disomogeneo e spesso subordinato a interessi economici e strategici che le comunità non possiedono i mezzi per contrastare.

Il popolo Sámi, distribuito tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia, rappresenta un caso emblematico di questa tensione. Le loro pratiche di pastorizia nomade delle renne — un sistema di conoscenza ecologica che si è sviluppato in millenni di interazione con l'ambiente artico — sono minacciate dall'espansione dell'industria mineraria, dei parchi eolici e delle infrastrutture di trasporto. In Norvegia, la sentenza della Corte Suprema del 2021 che ha dichiarato illegittima la concessione di licenze eoliche su terreni utilizzati per la pastorizia Sámi nel distretto di Fosen ha rappresentato una vittoria storica, ma la sua implementazione ha richiesto mesi di proteste e ha prodotto un ampio confronto politico e istituzionale.

Il caso groenlandese offre un ulteriore esempio della complessità di questa relazione. La Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca dal 1979 e con un'autonomia rafforzata dal 2009, possiede un parlamento — l'Inatsisartut — che detiene competenze esclusive sulle risorse naturali. Il dibattito sull'indipendenza dalla Danimarca, che attraversa la politica groenlandese da decenni, si intreccia con la questione delle risorse: l'indipendenza economica richiederebbe una base produttiva che oggi il territorio non possiede, e la cui costruzione implicherebbe proprio quel modello estrattivo che le comunità locali guardano con ambivalenza.

Una strategia che parli di prosperità senza garantire che quella prosperità raggiunga chi abita il territorio rischia di replicare la stessa logica estrattiva che ha già impoverito altre periferie del mondo. La domanda che il documento europeo pone non è se l'Unione sarà presente nell'Artico, ma con quale concezione della presenza si presenterà: come potenza tra le potenze, o come attore capace di prefigurare una forma diversa di relazione con il mondo.

VII. L'Italia e l'Artico: una distanza che non è separazione

L'Italia non possiede territori artici, non è membro del Consiglio Artico — pur avendo ottenuto lo status di osservatore nel 2013 — e la sua opinione pubblica percepisce la regione polare come un luogo di una remotezza quasi mitologica. Eppure, le conseguenze delle trasformazioni artiche raggiungono la penisola attraverso canali che la distanza geografica non attenua.

Il riscaldamento dell'Artico influenza la circolazione atmosferica su scala emisferica attraverso meccanismi che la meteorologia sta ancora cercando di comprendere con piena precisione. La riduzione del gradiente termico tra polo ed equatore, prodotta dall'amplificazione artica, può alterare il comportamento della corrente a getto polare, con effetti che si manifestano in ondate di calore, periodi di gelo prolungato e precipitazioni estreme alle medie latitudini. Gli eventi meteorologici estremi che hanno colpito l'Italia negli ultimi anni — le alluvioni nelle Marche e in Emilia-Romagna, le ondate di calore che hanno interessato il Sud — non possono essere attribuiti a una singola causa, ma rientrano in un quadro di destabilizzazione climatica nel quale la componente artica gioca un ruolo che la ricerca sta progressivamente chiarendo.

Sul piano economico, la sicurezza delle rotte commerciali artiche e la stabilità delle infrastrutture energetiche europee — i gasdotti che attraversano il Mar Baltico, i terminali di gas naturale liquefatto norvegesi — hanno ripercussioni dirette sui costi energetici italiani e, attraverso di essi, sulla competitività del sistema produttivo nazionale. L'Italia, che dipende in misura significativa dalle importazioni di energia e che possiede un'economia manifatturiera esposta alla volatilità dei costi, ha un interesse diretto alla stabilità delle infrastrutture energetiche europee, comprese quelle che attraversano o servono la regione artica.

La Marina Militare italiana partecipa alle operazioni di sorveglianza e di ricerca scientifica in Artico, e l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale conduce campagne oceanografiche nelle acque polari. La presenza scientifica italiana in Artico — che si articola attraverso la base Dirigibile Italia nelle Svalbard e attraverso progetti di ricerca polare — costituisce una base sulla quale costruire una partecipazione più strutturata alla governance della regione.

Il Mediterraneo e l'Artico appartengono a contesti geografici profondamente differenti, ma sono entrambi coinvolti nella ridefinizione delle reti strategiche internazionali. Le trasformazioni di una regione possono influenzare l'altra attraverso modificazioni dei traffici marittimi, delle politiche energetiche e delle relazioni tra le grandi potenze. Proprio questa interdipendenza dimostra quanto sia ormai difficile interpretare le questioni territoriali attraverso prospettive esclusivamente locali o regionali.

VIII. Conclusione: l'Artico come domanda

L'Artico, in definitiva, non è soltanto una regione geografica: è un osservatorio privilegiato sul futuro dell'ordine internazionale. In esso si concentrano, con una chiarezza che altrove resta opaca, le contraddizioni del nostro tempo — la crisi climatica scambiata per opportunità, la sicurezza ridotta a competizione, lo sviluppo dissociato dalla giustizia, la sovranità contesa tra Stati e comunità.

La strategia europea del 20 ottobre 2026 è un documento necessario ma non sufficiente. Essa riconosce i problemi con una lucidità che pochi attori internazionali possiedono, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di tradurre principi in vincoli, dichiarazioni in obblighi, ambizioni in risorse. Non sarà sufficiente aumentare la sorveglianza satellitare o migliorare la protezione delle infrastrutture: occorrerà comprendere quali investimenti saranno effettivamente realizzati, quali forme di cooperazione verranno promosse, quale spazio sarà riconosciuto alle esigenze delle comunità locali, e soprattutto se l'Unione europea sarà capace di costruire una voce unitaria in un contesto nel quale i suoi Stati membri perseguono interessi non sempre convergenti.

La domanda ultima che l'Artico pone all'Europa — e, attraverso l'Europa, alla comunità internazionale — è se esista una forma di governance che sappia governare una trasformazione che nessuno Stato, da solo, è in grado di controllare. La risposta a questa domanda non è scritta: si sta scrivendo, in queste settimane, nei ghiacci che si sciolgono e nelle alleanze che si formano e si dissolvono. È su questo terreno che si misurerà il significato della nuova iniziativa europea.

Paesaggio artico presso Longyearbyen, Svalbard, fotografia del 2013. Foto: Al83tito / Wikimedia Commons — CC0 1.0. Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Scenery_from_the_outskirts_of_Longyearbyen,_Svalbard_2.JPG. Licenza: https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/. Immagine non ritagliata né modificata.

L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.