L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

LE INFRASTRUTTURE DELLA CONOSCENZA

Campus dell’Università della Calabria: immagine illustrativa di ateneo esistente, non della proposta di università mediterranea.

Immaginare un'università mediterranea per il XXI secolo

Tra le molte riflessioni che attraversano il dibattito sul futuro del Mezzogiorno, ve n'è una che appare particolarmente affascinante, perché sposta l'attenzione dalle infrastrutture materiali alle infrastrutture della conoscenza — da ciò che si costruisce nel suolo a ciò che si costruisce nelle menti. È l'idea, ancora largamente teorica ma intellettualmente feconda, di una grande istituzione internazionale dedicata allo studio del Mediterraneo: non un semplice ateneo aggiuntivo nel già articolato e talvolta frammentato panorama universitario italiano, né una sede periferica destinata a replicare modelli esistenti in scala ridotta, ma un luogo concepito fin dall'origine per produrre sapere strategico, elaborare visioni di lungo periodo e formare una nuova classe dirigente capace di interpretare la complessità del mondo contemporaneo. È un'idea che, proprio perché si colloca al confine tra il progetto e l'ipotesi, costringe a una riflessione che trascende il singolo dispositivo istituzionale e interroga il senso profondo di ciò che un'università è, e di ciò che potrebbe ancora diventare.

A prima vista potrebbe sembrare una proposta ambiziosa al limite dell'utopia — e in un certo senso lo è, se per utopia si intende, nel senso più nobile del termine, un'immagine di futuro che orienta l'azione presente senza pretenderne la realizzazione immediata. Eppure, proprio le idee che appaiono più difficili da realizzare svolgono spesso una funzione fondamentale: obbligano un territorio a interrogarsi sul proprio orizzonte storico, a misurarsi con una domanda di senso che la routine amministrativa tende a occultare. L'interrogativo che emerge da un progetto di questo tipo non riguarda soltanto la fondazione di una nuova università, con le sue procedure, i suoi costi, le sue difficoltà. Riguarda, più radicalmente, il significato stesso dell'istituzione universitaria nel XXI secolo — e, attraverso di essa, il significato di un territorio che si interroga sul proprio ruolo nel mondo.

L'università oltre la funzione: storia di un'istituzione che produce mondi

Per lungo tempo l'università è stata interpretata prevalentemente come luogo di trasmissione del sapere, di formazione professionale e di produzione della ricerca scientifica. Tutte funzioni essenziali, naturalmente, e che nessuna riflessione seria intende mettere in discussione. Tuttavia, se si osserva la storia con onestà intellettuale, appare evidente che le grandi università che hanno segnato le civiltà non si sono mai limitate a questo. Bologna, Parigi, Oxford, Heidelberg, Berlino, e più tardi le grandi istituzioni americane dell'Ottocento e del Novecento non hanno soltanto insegnato: hanno costruito culture politiche, formato gruppi dirigenti, alimentato correnti artistiche e filosofiche, influenzato processi economici, contribuito a definire l'identità di intere città e, in alcuni casi, di intere nazioni. L'università di Berlino fondata da Wilhelm von Humboldt all'inizio dell'Ottocento non era soltanto una scuola: era il dispositivo attraverso cui la Prussia — e poi la Germania intera — intendeva pensarsi come nazione colta, capace di produrre non solo beni ma significati. Le grandi università americane del secondo dopoguerra non erano soltanto centri di eccellenza scientifica: erano strumenti di proiezione di un modello di civiltà.

Pensare oggi a un'università mediterranea significa dunque porsi una domanda preliminare che precede ogni questione tecnica: può ancora esistere un'istituzione accademica capace di incidere sul destino di un territorio e, contemporaneamente, di produrre una lettura originale delle trasformazioni globali? In un'epoca in cui l'istruzione superiore è sempre più dominata da logiche di mercato, da ranking internazionali, da una competizione che tende ad appiattire le istituzioni su modelli standardizzati, la domanda non è affatto retorica. Essa tocca il cuore di una crisi che attraversa l'università mondiale: la crisi del suo ruolo di produttore di senso, oltre che di competenze.

La risposta dipende dalla capacità di comprendere che il Mediterraneo non rappresenta semplicemente un'area geografica, né un ambito di studio settoriale tra gli altri. Esso costituisce uno dei principali laboratori geopolitici del nostro tempo — e fu proprio Fernand Braudel, nella sua monumentale opera dedicata al Mediterraneo in età filippina, a mostrare come questo mare non sia un contenitore passivo di eventi, ma un soggetto storico a sé stante, dotato di una propria lunga durata, di proprie strutture, di proprie logiche profonde che sopravvivono alle congiunture e ai singoli avvenimenti. Se Braudel aveva ragione — e la storiografia successiva gli ha dato ragione — allora il Mediterraneo merita non un dipartimento, ma un'istituzione: un luogo in cui la sua complessità possa essere studiata non come oggetto frammentato tra discipline separate, ma come totalità articolata.

Il Mediterraneo come laboratorio del presente

In questo spazio relativamente ristretto si concentrano fenomeni che influenzano l'intero pianeta: migrazioni, cambiamenti climatici, transizioni energetiche, sicurezza marittima, trasformazioni demografiche, conflitti regionali, dinamiche culturali e religiose, commercio internazionale, sicurezza alimentare e sviluppo tecnologico. Poche altre regioni del mondo condensano una simile pluralità di questioni strategiche in un'area geograficamente così contenuta. Il Mediterraneo è, al tempo stesso, il luogo in cui l'Europa incontra l'Africa, in cui il Nord e il Sud del mondo si toccano, in cui le crisi climatiche si manifestano con una precocità che le rende anticipatrici di fenomeni destinati a estendersi altrove, in cui le rotte commerciali globali si incrociano con le storie millenarie delle civiltà che lo circondano.

Osservato da questa prospettiva, il Mediterraneo non appare più come una periferia dell'Europa — la «periferia del centro» che certe letture eurocentriche hanno a lungo imposto — ma come uno dei luoghi nei quali si sperimentano, in forma anticipata, molte delle sfide destinate a caratterizzare il XXI secolo. Chi comprende il Mediterraneo comprende una parte significativa delle dinamiche che stanno ridefinendo l'equilibrio globale: la gestione dei flussi umani, l'adattamento climatico, la competizione per le risorse, la convivenza tra culture e fedi, la costruzione di architetture di cooperazione in assenza di un'autorità sovranazionale forte. Il Mediterraneo è, in questo senso, il futuro che arriva prima — e chi sa leggerlo possiede una chiave di interpretazione che vale ben oltre i suoi confini.

Un'università costruita attorno a tale consapevolezza avrebbe dunque una missione diversa rispetto a quella delle istituzioni accademiche tradizionali. Il suo obiettivo non sarebbe soltanto insegnare discipline, ma sviluppare capacità di interpretazione sistemica — formare menti capaci di tenere insieme ciò che la frammentazione accademica ha separato, di leggere i fenomeni nella loro interezza anziché nella loro scomposizione. È una missione che richiama, in forma aggiornata, quell'idea di formazione integrale che attraversa la migliore tradizione umanistica e che la specializzazione ipertrofica del sapere contemporaneo ha progressivamente eroso.

Contro la frammentazione disciplinare: l'interdisciplinarità come metodo

La struttura stessa di una simile istituzione dovrebbe riflettere coerentemente questa impostazione, e ciò implica una rottura netta con l'organizzazione accademica dominante. Le grandi questioni contemporanee raramente coincidono con i confini delle discipline accademiche tradizionali — confini che sono il prodotto di una storia istituzionale ottocentesca e che rispondono a una divisione del lavoro intellettuale ormai inadeguata alla complessità del reale. I cambiamenti climatici coinvolgono simultaneamente economia, diritto, politica, scienze naturali e relazioni internazionali, e nessun singolo dipartimento li possiede per intero. Le migrazioni richiedono competenze sociologiche, antropologiche, giuridiche, economiche e storiche, e affrontarle da una sola angolazione significa necessariamente tradirne la complessità. La sicurezza energetica intreccia tecnologia, geopolitica, ambiente e finanza in un nodo che nessuna disciplina, presa isolatamente, è in grado di sciogliere.

Per questa ragione una moderna università mediterranea dovrebbe nascere come istituzione intrinsecamente interdisciplinare — non nel senso debole e spesso retorico di una «collaborazione tra dipartimenti», ma nel senso forte di un'architettura che ponga il problema, e non la disciplina, come unità elementare dell'organizzazione del sapere. Non una semplice somma di facoltà, ma un luogo nel quale le discipline dialogano costantemente attorno a problemi concreti, e nel quale la carriera accademica stessa sia costruita attorno alla capacità di attraversare i confini disciplinari anziché di presidiarli.

In tale prospettiva potrebbero assumere centralità ambiti quali la diplomazia mediterranea, la governance delle migrazioni, la sostenibilità delle città costiere, le politiche climatiche, la sicurezza energetica, l'agricoltura resiliente, il dialogo interculturale, la trasformazione digitale delle istituzioni, la gestione dei conflitti e la cooperazione internazionale. L'obiettivo non sarebbe soltanto produrre specialisti — che il mercato già produce in abbondanza — ma formare figure professionali e intellettuali capaci di muoversi tra sistemi complessi e contesti multiculturali, di tradurre tra linguaggi disciplinari diversi, di abitare l'incertezza che caratterizza ogni problema reale. Sono le competenze che la letteratura sulla «società della conoscenza», da Peter Drucker in poi, identifica come il vero capitale delle economie avanzate: non la conoscenza specialistica, ma la capacità di connettere conoscenze diverse.

La questione della sede: la libertà dei territori senza mito

In questo quadro la questione della localizzazione assume un significato particolare, e merita di essere affrontata con uno sguardo che si sottragga all'ovvietà. Se si immagina una simile istituzione all'interno della Calabria, il caso di Lamezia Terme merita una riflessione approfondita — non per ragioni di campanilismo, ma per una logica che è insieme funzionale e simbolica.

Normalmente i grandi progetti universitari tendono a insediarsi in città già dotate di una forte identità culturale e accademica: è la scelta più rassicurante, quella che sfrutta un capitale simbolico preesistente. Tuttavia esiste una prospettiva alternativa, forse più interessante e più coerente con la natura sperimentale del progetto. Talvolta proprio i territori privi di una consolidata centralità simbolica possiedono una maggiore libertà di sperimentazione — la libertà di chi non deve difendere un'immagine, di chi non deve negoziare con un'identità sedimentata, di chi può costruire senza dover prima demolire.

Lamezia Terme presenta una caratteristica rara nel panorama urbano italiano. Pur essendo un nodo infrastrutturale strategico — aeroporto, stazione, autostrada, prossimità portuale — non è appesantita da un'immagine storica dominante. Non porta con sé il peso di una tradizione universitaria consolidata, né l'obbligo di adattarsi a un modello identitario preesistente, né la tentazione di misurarsi con un passato glorioso. Ciò che per decenni è stato percepito come una carenza — una città talvolta rappresentata, impropriamente, come priva di una narrazione storica unitaria — potrebbe essere reinterpretato come uno spazio di possibilità: la possibilità di costruire un'identità per progetto anziché per eredità, per funzione anziché per tradizione.

Le città accademiche più innovative della contemporaneità non sono necessariamente quelle che hanno preservato una tradizione immutabile, ma quelle che hanno saputo reinventarsi come luoghi di sperimentazione culturale e sociale. Città che vent'anni fa non significavano nulla nel panorama accademico mondiale sono diventate poli di attrazione proprio perché non avevano nulla da difendere e tutto da inventare. In questo senso un eventuale progetto universitario mediterraneo potrebbe contribuire non soltanto a trasformare il territorio, ma anche a costruire un nuovo immaginario urbano — a dare a una città che non aveva un racconto la possibilità di scriverne uno.

La città come campus: contro il modello della cittadella separata

La relazione tra università e città rappresenta infatti uno degli aspetti più interessanti di questa riflessione, e uno di quelli su cui il dibattito internazionale ha prodotto le elaborazioni più feconde. Per molto tempo il modello dominante è stato quello del campus separato, fisicamente distinto dal tessuto urbano circostante — un modello che ha prodotto eccellenze ma anche, spesso, una separazione tra la vita accademica e la vita della città, tra il sapere e il territorio. Oggi, tuttavia, emerge con crescente forza una visione differente: quella dell'università diffusa, della città come campus, dell'apprendimento come esperienza urbana totale.

Le università più dinamiche tendono a fondersi con la città, trasformandola in un ambiente di apprendimento diffuso. Le biblioteche si intrecciano con gli spazi pubblici. Le residenze studentesche diventano luoghi di incontro interculturale anziché dormitori separati. Le attività artistiche e scientifiche escono dagli edifici accademici e si riversano nel tessuto urbano, contaminandolo e lasciandosi contaminare. La città stessa diventa laboratorio, aula, palcoscenico.

Applicata a una realtà come Lamezia Terme, questa logica potrebbe generare effetti particolarmente significativi — proprio perché la città, priva di un assetto urbano consolidato e di una vocazione storica definita, si presta a essere ripensata come città universitaria senza dover snaturare una identità preesistente. La presenza di studenti provenienti da diverse aree del Mediterraneo contribuirebbe a produrre una dimensione internazionale concreta e quotidiana, non limitata alle relazioni istituzionali o ai convegni occasionali, ma vissuta all'interno della città stessa — nei bar, nelle residenze, nelle strade, nelle pratiche ordinarie della convivenza.

Una comunità accademica internazionale, anche numericamente contenuta, possiede infatti una straordinaria capacità di irradiazione culturale. Non è la quantità a produrre effetti, ma la densità e la qualità della presenza: produce eventi, dibattiti, iniziative artistiche, reti professionali e contaminazioni linguistiche che incidono profondamente sulla vita del territorio. Una comunità di alcune migliaia di studenti internazionali, quotidianamente presente, trasforma una città più di quanto faccia un investimento infrastrutturale di scala superiore — perché trasforma la vita, non solo le opere.

I limiti reali: tra utopia e fattibilità

Naturalmente i limiti e le difficoltà di una simile prospettiva non possono essere ignorati, e un'analisi onesta deve fronteggiarli con la stessa lucidità con cui si esplorano le possibilità. Il sistema universitario italiano è regolato da procedure complesse e rigorose: l'istituzione e il riconoscimento di un nuovo ateneo richiedono il rispetto della programmazione universitaria, delle procedure autorizzative e dei criteri di accreditamento iniziale previsti dalla normativa, oltre alla verifica della sostenibilità economica e della qualificazione scientifica. L'istituzione di una nuova università richiederebbe inoltre ingenti risorse finanziarie — in un contesto di finanza pubblica strutturalmente vincolata — una precisa e duratura volontà politica nazionale e una capacità organizzativa di altissimo livello.

A ciò si aggiunge un dato di realtà che la retorica progettuale tende a occultare: la competizione internazionale nel settore dell'istruzione superiore è sempre più intensa e asimmetrica. I grandi poli universitari europei e mediterranei attraggono talenti, ricercatori e studenti sulla base di reputazioni costruite nell'arco di decenni o addirittura secoli — reputazioni che si alimentano di sé stesse, secondo una dinamica cumulativa che rende difficile l'ingresso di nuovi attori. Pensare di competere immediatamente con tali realtà sarebbe irrealistico, e chiunque lo promettesse starebbe ingannando.

Tuttavia la rilevanza di questa proposta non risiede soltanto nella sua eventuale realizzazione istituzionale — e sarebbe un errore grave valutarla esclusivamente con questo criterio. Il suo valore più profondo consiste nelle domande che essa pone, e che restano valide anche se l'istituzione non venisse mai fondata. Perché è esattamente nella distanza tra l'ambizione e la fattibilità che si misura la maturità di un territorio: un luogo che sa porsi domande grandi, anche quando non sa ancora come realizzarle, è un luogo che ha smesso di pensarsi come periferia.

La sovranità cognitiva: la domanda che riguarda tutti

Un territorio periferico può diventare un centro di elaborazione culturale? Può produrre conoscenza invece di limitarsi ad assorbirla? Può contribuire alla definizione delle grandi questioni internazionali anziché subirne passivamente le conseguenze? Può trasformarsi in un luogo nel quale si elaborano idee capaci di influenzare il dibattito europeo e mediterraneo? Sono interrogativi che vanno ben oltre la fondazione di un ateneo, e che toccano una questione strutturale: la distribuzione diseguale della capacità di produrre significato nel mondo contemporaneo.

Essi riguardano la possibilità di costruire quella che potremmo definire una sovranità cognitiva territoriale — la capacità di un territorio di generare interpretazioni, produrre ricerca, formare competenze e contribuire autonomamente alla costruzione del sapere contemporaneo, anziché limitarsi a consumare sapere prodotto altrove. È una questione che attraversa silenziosamente le geografie del potere globale: esistono luoghi che pensano e luoghi che eseguono, luoghi che definiscono le agende e luoghi che le subiscono, luoghi che nominano i problemi e luoghi che ne portano le conseguenze. La periferia non è soltanto una condizione economica: è, prima ancora, una condizione cognitiva — l'essere pensati da altri anziché pensarsi da sé.

In un'epoca nella quale la ricchezza delle nazioni dipende sempre più dalla produzione di conoscenza, dall'innovazione e dalla qualità del capitale umano — come la letteratura economica, dalla crescita endogena di Robert Lucas alla teoria del capitale umano di Gary Becker, ha ampiamente documentato — le infrastrutture cognitive assumono un'importanza non inferiore a quella delle infrastrutture fisiche. Porti, aeroporti, ferrovie e reti energetiche restano essenziali, ma da soli non bastano a costruire una prospettiva di sviluppo duratura. Un territorio che possiede opere ma non produce idee è un territorio che partecipa alle economie altrui senza possederne il comando; un territorio che produce idee può compensare, almeno in parte, le proprie carenze materiali.

Le società che esercitano una reale influenza sul proprio futuro sono quelle che producono idee oltre che merci, ricerca oltre che servizi, visioni oltre che opere pubbliche. Non è un caso che le nazioni più influenti del pianeta siano anche quelle che concentrano le università, i centri di ricerca, i think tank, le istituzioni culturali che definiscono il linguaggio con cui il mondo pensa sé stesso. La conoscenza non è soltanto un fattore di produzione: è una forma di potere — e la sua distribuzione diseguale è una delle linee di frattura più profonde e meno discusse dell'ordine globale contemporaneo.

Conclusione: tra periferia cognitiva e centralità culturale

Per questa ragione la riflessione su una possibile università mediterranea assume un significato che trascende ampiamente l'ambito accademico in senso stretto. Essa rappresenta, in fondo, una riflessione sul ruolo che la Calabria intende svolgere nel Mediterraneo del XXI secolo: semplice spazio geografico attraversato da processi decisi altrove, oppure luogo capace di partecipare alla loro interpretazione e, in parte, alla loro stessa definizione? Territorio che subisce la propria posizione, o territorio che la trasforma in funzione? Periferia che riceve significati, o luogo che li produce?

È in questa scelta tra periferia cognitiva e centralità culturale che si gioca una delle partite più importanti del futuro del territorio — una partita che non si decide con un finanziamento né con un'opera pubblica, ma con la capacità di immaginare sé stessi in modo diverso da come il potere dominante ci ha immaginato. E forse è proprio da qui che dovrebbe iniziare ogni autentico progetto di sviluppo: non dalle infrastrutture che si vogliono costruire, ma dalle domande che si è disposti a porsi. Perché un territorio che sa porsi domande grandi ha già, in quella capacità, il primo e più decisivo degli strumenti per cambiare il proprio destino. L'università mediterranea, in questa lettura, non è soltanto un'ipotesi istituzionale: è lo specchio in cui la Calabria è chiamata a riconoscere — o a rifiutare — l'immagine di sé che intende offrire al proprio futuro.

Fotografia: Campus dell’Università della Calabria: immagine illustrativa di ateneo esistente, non della proposta di università mediterranea. Autore: Fernando Santopaolo. Fonte: Wikimedia Commons. Licenza: Pubblico dominio. Immagine non modificata.

L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo.