L’Osservatore Lametino – Informazione, Cultura, Territorio. Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo.

L'Osservatore Lametino

Progetto culturale e informativo indipendente curato da Francesco Costanzo

SCORDOVILLO, OLTRE IL CAMPO: LA DIFFICILE COSTRUZIONE DI UNA NUOVA GEOGRAFIA SOCIALE

Antico Palazzo di Città di Lamezia Terme, su Corso Numistrano: immagine di contesto urbano e istituzionale, non dell’insediamento di Scordovillo.

Il trasferimento delle famiglie dall’insediamento di Lamezia Terme racconta una trasformazione che riguarda abitazioni, relazioni comunitarie, politiche sociali e rapporti tra istituzioni. Il superamento di un luogo di marginalità non coincide automaticamente con il superamento delle condizioni che lo hanno prodotto, e la vicenda di Scordovillo offre un’occasione per riflettere sui limiti e sulle possibilità delle politiche di inclusione in un contesto territoriale complesso. Ma il significato di questa vicenda va oltre il caso specifico: essa mette in luce una questione strutturale che attraversa le politiche sociali italiane e che riguarda la distanza — spesso incolmabile — tra la decisione amministrativa e la sua traduzione in realtà vissuta.

La trasformazione di Scordovillo rappresenta una delle vicende sociali e territoriali più complesse della storia recente di Lamezia Terme, e una delle più istruttive per chiunque voglia comprendere la distanza che separa la decisione amministrativa dalla sua traduzione in realtà vissuta, la differenza tra la rimozione di un problema e la sua risoluzione.

Per decenni, l’insediamento ha costituito un luogo nel quale precarietà abitativa, marginalità sociale, criticità ambientali e difficoltà istituzionali si sono sovrapposte, dando origine a una situazione progressivamente consolidata che ha resistito a numerosi tentativi di intervento e che ha finito per essere percepita come una condizione permanente, come un dato strutturale del territorio anziché come il prodotto di scelte — e di omissioni — che si sono stratificate nel tempo.

La sua persistenza non può essere spiegata attraverso una sola causa, e chiunque tenti di ridurla a una questione di illegalità, di inerzia amministrativa o di incapacità delle comunità coinvolte produce una rappresentazione che, nella sua semplificazione, impedisce di comprendere la natura del problema e, di conseguenza, di affrontarlo adeguatamente.

La questione abitativa si è intrecciata con problemi di inclusione, accesso ai servizi, disponibilità di alloggi pubblici, rapporti con la comunità cittadina, dinamiche di stigma territoriale e capacità — e volontà — delle amministrazioni di costruire soluzioni stabili. A queste dimensioni si sono aggiunte, nel corso del tempo, le difficoltà legate alla gestione dell’emergenza, alla frammentazione delle competenze tra enti diversi, alla scarsità di risorse dedicate e alla difficoltà di costruire un consenso sociale intorno a politiche che, per loro natura, implicano il coinvolgimento di più comunità e la ridefinizione di equilibri territoriali consolidati.

La stratificazione di queste dimensioni ha prodotto una condizione nella quale ogni tentativo di intervento si è scontrato con la complessità del quadro, e nella quale la mancanza di una soluzione ha finito per essere interpretata come inevitabilità. La storia di Scordovillo è, in questo senso, anche una storia di opportunità mancate, di scelte rinviate, di risorse non investite e di responsabilità distribuite in modo tale da non attribuirle a nessuno.

Nel corso del 2026, il programma di superamento dell’insediamento ha conosciuto un’accelerazione significativa, frutto di una combinazione di fattori che includono la disponibilità di risorse dedicate, la pressione dell’opinione pubblica, l’evoluzione del quadro normativo e una maggiore capacità di coordinamento istituzionale.

Le operazioni avviate a luglio hanno interessato il trasferimento dei nuclei familiari, la demolizione delle strutture dismesse e la preparazione degli interventi di recupero ambientale. Secondo le informazioni rese pubbliche il 5 ottobre, erano già state trasferite circa 220 persone, tra le quali sessanta minori. Il dato rappresenta lo stato comunicato in quella data e non deve essere confuso con un bilancio definitivo dell’intero programma, che prevede fasi successive e che si colloca in un orizzonte temporale più ampio. La cautela nella lettura dei dati parziali è essenziale per evitare sia l’ottimismo della comunicazione istituzionale sia il pessimismo della critica sistematica.

La dimensione quantitativa, tuttavia, restituisce soltanto una parte della trasformazione e rischia, se assunta come criterio esclusivo di valutazione, di mascherare le questioni più difficili e più significative.

Il passaggio da un insediamento precario a un’abitazione ordinaria modifica profondamente le condizioni materiali della vita quotidiana — la sicurezza strutturale, l’accesso ai servizi, la dignità dello spazio abitativo, la possibilità di una vita domestica regolare — ma comporta anche una riorganizzazione delle relazioni sociali che non può essere governata per decreto né programmata con la stessa precisione con cui si programma un trasferimento logistico.

Cambiano i luoghi della convivenza, i rapporti di vicinato, le modalità di accesso ai servizi, le reti di sostegno informale, le occasioni di incontro e, per i bambini, i contesti nei quali si costruiscono le prime relazioni sociali. Il trasferimento interrompe legami che, per quanto nati in condizioni di difficoltà, rappresentavano un capitale sociale disponibile, e li sostituisce con contesti nei quali i legami devono essere costruiti da zero, spesso in assenza di mediazione e di accompagnamento.

Per i bambini, il trasferimento può significare l’ingresso in contesti abitativi più adeguati, con effetti positivi sulla salute, sulla possibilità di studiare in condizioni adeguate e sulla percezione di sé. Ma richiede anche percorsi di accompagnamento capaci di favorire continuità educativa — il rischio di dispersione scolastica in occasione di un trasferimento è ben documentato nella letteratura pedagogica — integrazione nei nuovi contesti e costruzione di nuove relazioni, in assenza delle quali il nuovo ambiente rischia di essere vissuto come un isolamento più confortevole ma non meno isolante.

Proprio questa dimensione emerge dal progetto «Intrecci – Abitiamo il Lametino», attraverso il quale sono state sviluppate iniziative di sostegno sociale nei quartieri interessati dai trasferimenti, con l’obiettivo di costruire ponti tra le famiglie trasferite e le comunità residenti e di prevenire la formazione di nuove forme di segregazione.

Tra l’11 e il 25 agosto 2026, l’iniziativa «Cortili in Festa» ha organizzato otto incontri dedicati ai bambini e alle bambine nei nuovi contesti di residenza, registrando complessivamente sessantadue presenze. Il dato, riferito alle partecipazioni alle attività, documenta una forma di accompagnamento che prosegue oltre il momento del trasferimento abitativo e che riconosce implicitamente che la casa è una condizione necessaria ma non sufficiente dell’inclusione. Il numero delle presenze, per quanto modesto in termini assoluti, indica una presenza e una continuità che sono esse stesse un risultato, in un contesto nel quale la costruzione di relazioni di fiducia richiede tempi lunghi e nei quale la diffidenza reciproca — tra famiglie trasferite e residenti, tra istituzioni e comunità — rappresenta un ostacolo reale.

Il significato dell’esperienza è rilevante non tanto per la sua scala — che rimane necessariamente limitata — quanto per il principio che esprime: una politica abitativa non può essere considerata pienamente riuscita quando si limita a modificare l’indirizzo di residenza dei beneficiari.

La disponibilità di un alloggio costituisce una condizione necessaria, ma la qualità dell’inclusione dipende anche dalla possibilità di accedere ai servizi — scolastici, sanitari, sociali — di costruire relazioni di vicinato, di partecipare alla vita della comunità e di essere riconosciuti come parte di essa anziché come un elemento estraneo da tollerare.

Il percorso ha tuttavia incontrato difficoltà e contestazioni che meritano di essere considerate nella loro complessità, senza ridurle a resistenza al cambiamento o a pregiudizio, perché contengono anche elementi di legittima preoccupazione e di domanda di partecipazione.

Alcune amministrazioni del comprensorio lametino hanno espresso riserve sulle modalità di coinvolgimento dei rispettivi territori e sulle procedure relative all’utilizzo degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, sollevando questioni che riguardano il metodo più che il merito e che, se non affrontate, rischiano di alimentare una contrapposizione tra comunità che sarebbe socialmente distruttiva.

Il primo ottobre, il Consiglio comunale di Marcellinara ha contestato formalmente il metodo seguito, sostenendo di non essere stato adeguatamente coinvolto nelle decisioni riguardanti il proprio territorio. Le preoccupazioni espresse da diversi sindaci hanno riguardato anche il rapporto tra i trasferimenti e le graduatorie dell’edilizia pubblica, con il timore che le famiglie trasferite possano occupare posizioni che altre famiglie residenti attendono da anni. Queste preoccupazioni, per quanto possano essere strumentalizzate, non sono prive di fondamento e riguardano la trasparenza delle procedure e la percezione di equità nella distribuzione di una risorsa scarsa.

Una soluzione duratura richiede che tali dimensioni vengano affrontate attraverso strumenti istituzionali adeguati — consultazione preventiva, criteri trasparenti, comunicazione pubblica chiara — evitando sia la contrapposizione tra gruppi sociali in competizione per risorse limitate sia la sottovalutazione delle difficoltà amministrative che le amministrazioni locali si trovano ad affrontare.

La vicenda di Scordovillo possiede inoltre una dimensione ambientale che non può essere separata dalle dimensioni sociali e istituzionali e che aggiunge un ulteriore livello di complessità al processo.

Il recupero dell’area richiede interventi di messa in sicurezza e bonifica, da realizzare secondo procedure tecniche appropriate e con tempi che non possono essere compressi senza rischi per la salute e per l’ambiente. Il commissario straordinario per le bonifiche ha richiamato, nel luglio 2026, l’importanza della tutela della salute pubblica e del ripristino delle condizioni ambientali, segnalando che la demolizione delle strutture non coincide con il recupero del sito e che quest’ultimo richiede un percorso autonomo e finanziato.

Il territorio dovrà dunque essere considerato non soltanto come un luogo dal quale vengono progressivamente rimosse strutture precarie, ma come uno spazio da restituire a funzioni compatibili con la sicurezza e con l’interesse collettivo, in un processo che richiede risorse, competenze tecniche e una visione di lungo periodo che vada oltre la rimozione dell’evidenza del problema.

Il vero significato del processo emerge proprio dall’intreccio di queste dimensioni — abitativa, sociale, istituzionale, ambientale — e dalla loro interdipendenza.

Scordovillo non rappresenta esclusivamente una questione di demolizioni, trasferimenti e recupero ambientale. Costituisce una prova della capacità delle istituzioni di affrontare una marginalità storica senza riprodurla in forme differenti, di costruire inclusione senza imporre integrazione forzata, di distribuire risorse scarse in modo percepito come equo, e di restituire un territorio alla collettività senza trasformarlo in un’area di esclusione sotto altra forma.

Il risultato non potrà essere misurato soltanto attraverso il numero delle abitazioni sgomberate, delle persone trasferite o dei metri cubi demoliti.

Dovrà essere valutato nella qualità delle nuove condizioni di vita, nella continuità dei percorsi educativi dei minori, nell’effettivo accesso ai servizi, nella stabilità delle relazioni comunitarie nei nuovi contesti, nella percezione di equità delle comunità ospitanti e nel recupero del territorio come spazio sicuro e fruibile.

Il superamento fisico di un insediamento può essere relativamente rapido rispetto al tempo necessario per modificare le condizioni sociali che ne hanno determinato la formazione e che, se non affrontate nella loro radice, tenderanno a riprodursi in nuove forme e in nuovi luoghi.

È in questa distanza tra trasformazione materiale e trasformazione sociale che si colloca la sfida più importante, ed è in questa distanza che si misura la qualità di una politica pubblica: non nella sua capacità di risolvere un problema visibile, ma nella sua capacità di impedire che il problema si ripresenti sotto altra forma, altrove, con altri nomi.

La vicenda di Scordovillo, in definitiva, non è una vicenda locale nel senso ristretto del termine. È un caso che parla di un problema più ampio — la gestione della marginalità abitativa, la coesione territoriale, la capacità istituzionale di costruire inclusione in contesti di risorse scarse e di diffidenze reciproche — e che offre, nella sua concretezza, un’occasione di apprendimento che trascende i confini del comprensorio lametino.

L’Osservatore Lametino – Progetto culturale e informativo indipendente – A cura di Francesco Costanzo. Fotografia: Francesco Cataudo; fonte Wikimedia Commons; licenza CC BY-SA 4.0. Antico Palazzo di Città di Lamezia Terme, su Corso Numistrano: immagine di contesto urbano e istituzionale, non dell’insediamento di Scordovillo.